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I partigiani romani di Bandiera Rossa

lunedì 25 aprile 2005

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"BANDIERA ROSSA" PROTAGONISTA DIMENTICATO DELLA RESISTENZA ROMANA

“Chi scrive non saprebbe piu’ identificare, oggi, la casa cui si riferisce questo lontano ricordo di un giorno dell’occupazione (era molto probabilmente in Via Belluno, nella zona di Piazza Bologna), ne’ dire perche’ si trovasse in quel luogo.

Restano pero’ nella memoria due nitidi fotogrammi : i pianerottoli e le scale gremiti di un numero imponente di paracadutisti tedeschi in tuta mimetica e un carro armato “Tigre”, nel giardino sul retro, con il cannone puntato sulla finestra di un piano basso.

Quel piccolo esercito era in guerra contro un solo uomo, per giunta avanti negli anni, che comunque riusci’ a sottrarsi alla cattura.

Un certo Raffaele De Luca, avvocato.

Molto piu’ tardi, nella Roma liberata, ritrovai quel nome al primo posto in una domanda di iscrizione al P.C.I., rivolta collettivamente alla sezione Italia, da un gruppo di aderenti al Movimento Comunista d’Italia, piu’ noto come “Bandiera Rossa”.

La richiesta passava di mano in mano suscitando commenti, sia perche’ Raffaele De Luca, calabrese di Paola, ex anarchico e tra i padri fondatori di “Bandiera Rossa”, era notoriamente ostile allo scioglimento di quel gruppo e quella domanda al plurale contraddiceva le regole del P.C.I .,

sia perche’ i richiedenti avevano avuto cura di annotare, accanto a ciascun nome, l’armamento in dotazione : questo risultava “con pistola”, quello “con due bombe” e via dicendo.

Quasi tutti gli aderenti accettarono poi di iscriversi come singoli e furono tra i compagni piu’ attivi nella difficile fase dell’immediato dopoguerra.

Del resto, anche il Segretario della sezione Italia, Augusto Raponi, aveva lungamente militato in “Bandiera Rossa”, passando al P.C.I. soltanto nell’ultima fase della resistenza romana.”

Questo scritto, ritrovato senza indicazione dell’autore tra le carte di Fernando De Angelis, partigiano recentemente scomparso ed attribuibile, dal tenore del testo, ad un militante del P.C.I. dell’immediato dopoguerra, mi sembra indicativo di quello che era stato, durante l’occupazione nazista, il gruppo di “Bandiera Rossa” e di come spari’, senza quasi lasciare traccia, nelle file dei partiti della sinistra tradizionale.

Il Movimento Comunista d’Italia scomparve intorno al 1946 e fu presto dimenticato dai piu’.

Eppure le cifre ufficiali danno ragione a chi ne parlava come uno dei protagonisti, addirittura del protagonista, della lotta contro i nazisti.

La sorpresa di quelle cifre, ha scritto Silverio Corvisieri , che ne ha raccontato nel 1968 il percorso e le gesta (Bandiera Rossa nella Resistenza Romana, ed.Soviet, 1968 ) sta nel fatto che una formazione politica di cui si e’ sempre parlato poco e malvolentieri ha avuto durante i nove mesi dell’occupazione nazista 186 caduti ( tre volte quelli subiti dal P.C.I.), 137 arrestati e deportati ;i combattenti “riconosciuti” del movimento furono 1.183, cinque in piu’ di quelli del P.C.I..

Un partito che seppe riunire nella stessa organizzazione il futuro ministro socialdemocratico

Matteo Matteotti e lo scrittore Guido Piovene insieme ai giovani sottoproletari di Centocelle e Primavalle, che, pur senza aderire al CLN, riuscira’ a collaborare strettamente con i servizi militari inglesi ed americani e, al tempo stesso, avere principalmente la sua base tra i diseredati delle borgate romane.

Ultimi a lasciare le sedi di confino e le carceri dopo il “golpe” badogliano del 25 Luglio 1943, i quadri e i militanti di “Bandiera Rossa” erano stati tra i primi ad accorrere, dopo l’8 settembre, al fianco dei soldati impegnati nella difesa della capitale. Corvisieri rivendica anzi al movimento l’onore del “primo colpo sparato contro i tedeschi”, colpo sparato contro i tedeschi all’altezza dell’ attuale laghetto dell’EUR . Segnala la presenza, tra i difensori, di Aladino Govoni e di Tigrino Sabatini, piu’ tardi entrambi fucilati dai tedeschi, ed identifica il primo caduto nel sedicenne Antonio Calvani, sedicenne di Centocelle, entrato nel gruppo pochi giorni prima.

Le prime azioni di Bandiera Rossa sono uno stillicidio di assalti ai forni e alle caserme per prelevare viveri ed armi, azioni spesso fatte in collaborazione con i socialisti della “Banda Napoli”, quella in cui militava anche Giuseppe Albano, piu’ noto come “il gobbo del Quarticciolo”.

I tedeschi risposero con l’eccidio di Rebibbia, dove furono trucidati undici partigiani ( nove di Bandiera Rossa) che avevano tentato l’assalto ad una caserma la sera del 20 Ottobre 1943.

Tra queste azioni vanno ricordate quella contro la caserma Mussolini, quelle contro convogli militari tedeschi a Settebagni, ad Ostiense, al Tuscolano, al Prenestino ed al Casilino.

Nonche’ il furto di un’intera batteria contraerea, smontata pezzo per pezzo, e stivata in una grotta a Castel Giubileo.

E’ Lillo Pullara che, all’alba del 7 Novembre 43- anniversario della rivoluzione sovietica - a scalare il famoso Alberone in Via Appia e ad issarvi un bandierone rosso con falce e martello.

E’ la squadra di Vincenzo Guarnera ( “ Tommaso Moro”) , ex milite fascista decorato, che, nella notte del 30 Novembre, prima sequestra il plotone della P.A.I. diretto a Forte Bravetta per giustiziare undici compagni, e poi travestitisi con le loro divise, irrompono al Forte e liberano i condannati a morte.

E lo spettacolare e simultaneo lancio in di diecimila volantini il 6.12.43 in tutti i cinema della capitale .

Ma proprio in coincidenza con quest’azione, un’infiltrazione di spie provoca una massiccia ondata di arresti. Gran parte del gruppo dirigente di Bandiera Rossa ne e’ travolto, viene internato in Via Tasso, torturato ferocemente e condannato a morte.

Il 2 Febbraio 1945 vengono fucilati a Forte Bravetta : ENZIO MALATESTA, ROMOLO JACOPINI, FILIBERTO ZOLITO, BRUNO BITLER, GINO ROSSI, ETTORE ARENA, BENVENUTO BADIALI, QUIRINO SBARDELLA, AUGUSTO PARODI, CARLO MERLI ed OTTAVIO CERULLI.

Anche Raffaele De Luca era tra i condannati a morte, ma e’ intrasportabile per una frattura e questo lo salvera’.

Anche la tipografia del giornale, che tira dodicimila copie clandentine ( duemila piu’ de “lUnita’) e’ stata scoperta.

Bandiera Rossa conosce cosi’ con alcune settimane di anticipo la crisi ed il giro di vite che tutta la resistenza romana subira’ dopo il prematuro appello all’insurrezione e la controffensiva tedesca ad Anzio. Ma una nuova leva di dirigenti, quasi tutti “borgatari” ( ma non mancheranno anche alti gradi dell’esercito che si aggregheranno al gruppo) prende in mano la guida dell’azione armata.

Non manco’ un giorno che i nazifascisti non subissero un colpo, grande o piccolo, da parte di Bandiera Rossa . Le azioni sono audaci ed ambiziose, ma la nuova direzione sconta inesperienza, soprattutto politica, e soprattutto l’incapacita’ di smascherare spie ed infiltrati.

In febbraio vengono arrestati Aladino Govoni, Uccio Pisino, Ezio Lombardi, Nicola Stame ed Unico Guidoni. Govoni e’ un capitano dei granatieri e responsabile delle azioni militari. Pisino e’ un ufficiale di marina ed opera nello stesso campo. Sono le perdite piu’ gravi ma molte altre seguiranno. Il 24 marzo Govoni, insieme a circa cento compagni di Bandiera Rossa e ad altri 224 antifascisti, e’ trucidato alle Fosse Ardeatine.

E tuttavia, anche i mesi di aprile e maggio sono fitti di imprese, fino alla liberazione di Roma il 4 giugno 1944.

Quel giorno i combattenti escono alla luce del sole dalla clandestinita’ e dalle carceri, con le loro bandiere, in numero davvero imponente.

Ma l’uscita di scena e’ imminente. La nuova situazione dell’ Italia, libera dai nazisti ma sotto controllo alleato, non lascia spazi a quell’area della resistenza, di cui Bandiera Rossa rappresenta la parte essenziale, che si oppone non soltanto alla monarchia ma alla stessa democrazia borghese.

La maggioranza dei militanti confluira’ presto nel P.C.I., con l’accordo tacito di non parlare piu’ di Bandiera Rossa.

Io stesso, frequentando per anni la casa di una partigiana di “Bandiera Rossa”, Bruna Sbardella, in quanto amico del figlio, ho appreso della sua appartenenza a quel gruppo soltanto in occasione della sua morte, negli anni 80. Bruna parlava del suo impegno nella resistenza, ma faceva credere a tutti che anche in quel periodo avesse militato nel P.C.I.

Altri passarono al PSI o addirittura al PSDI e di “Bandiera Rossa” non si parlo’ fino al 1968, quando usci’ il citato libro di Silverio Corvisieri.

Poi, coi movimenti degli anni 70 si riusci’ in qualche modo a ritessere il famoso filo rosso per cui Felice Chilanti, responsabile clandestino del giornale “Bandiera Rossa” durante l’occupazione nazista, divenuto, al seguito di Corvisieri, militante del gruppo “Avanguardia Operaia”, scrivera’ a puntate sul “Quotidiano dei Lavoratori” la storia del gruppo cosi come i trotzkisti italiani della Quarta Internazionale chiameranno “Bandiera Rossa” il loro mensile, che tuttora esiste come espressione della corrente trotzkista di Rifondazione Comunista.

Ma ancora piu’ interessante e piu’ vicina ai nostri tempi sara’ la “leggendaria” collaborazione del partigiano di “Bandiera Rossa” Orfeo Mucci con “Radio Onda Rossa” e piu’ in generale con l’attivita’ dell’autonomia operaia romana, collaborazione che si e’ interrotta soltanto nel 1997, con la morte di Orfeo.

Principali fonti :

ROSARIO BENTIVEGNA : ACHTUNG BANDITI, MURSIA, 1986

SILVERIO CORVISIERI : BANDIERA ROSSA NELLA RESISTENZA ROMANA, SOVIET, 1968

MARISA MUSU, ENNIO POLITO : ROMA RIBELLE, TETI, 1999

SILVERIO CORVISIERI : IL RE, TOGLIATTI E IL GOBBO, ODRADEK, 1997

Messaggi

  • ARMATA ROSSA, altro gruppo "eretico" della Resistenza romana

    Ricostruire con certezza la storia di "Armata Rossa", gruppo di una certa importanza nella resistenza romana, e’ ancora piu’ difficile di quanto gia’ non lo sia per gli altri gruppi cosiddetti "eretici", come Bandiera Rossa o la "banda del Gobbo".

    Sicuramente, alle origini del gruppo, vi e’ un gruppo di antifascisti romani che avevano svolto attivita’ di propaganda e, come si diceva allora, "cospirazione" gia’ durante il ventennio.

    La figura maggiormente di spicco, in questo gruppo originario e’ quella dell’ex anarchico CELESTINO AVICO, volontario nella prima guerra mondiale e membro degli Arditi del Popolo, l’organizzazione nazionale che, nel 1921, cerco’ di opporsi con le armi allo squadrismo fascista e fu sabotata in questo dagli stessi partiti di sinistra.

    Tra l’altro, il capo romano degli Arditi del Popolo era stato CIENCIO BALDAZZI, leader, durante la resistenza romana, delle Brigate "Giustizia e Liberta’", vicine al Partito d’Azione.

    Il gruppo di Celestino Avico faceva base in una bottega di marmista di Via del Vantaggio, nei pressi di Piazza del Popolo ed era formato principalmente da artigiani che sognavano una specie di "socialismo libertario", a meta’ tra l’anarchismo, il trotzkismo e le posizioni di Amadeo Bordiga, fondatore del P.C.I., presto caduto in disgrazia.

    Sicuramente membri di questo gruppo originario parteciparono alla battaglia del 8-10 Settembre tra l’Eur, Porta S.Paolo e Piazza Vittorio.

    Nei mesi successivi, pero’, si limiteranno a diffondere nelle zone Prati, Trastevere e Ludovisi tanto l’organo clandestino del P.C.I., " L’Unita’" che il giornale di Bandiera Rossa ed a fornire documenti falsi a questi gruppi ed anche a "Giustizia e Liberta’".

    Perlomeno in un’occasione prepararono, nella stessa bottega di marmista, ordigni poi utilizzati dai GAP del PCI in azioni contro i tedeschi.

    E’ soltanto nel Gennaio 1944 che viene fondato il gruppo "Armata Rossa" propriamente detto, anche se all’inizio si chiamo’ "Comando Unificato Comunista" e solo successivamente assunse, dandosi un’organizzazione militare, il nome definitivo.

    Oltre al gruppo originario di Avico, si aggiunsero alcuni transfughi sia del PCI che di Bandiera Rossa e, anche in questo caso, ufficiali dell’esercito in rotta.

    Oltre ad Avico, figure sicuramente di spicco furono OTELLO TERZANI, uno dei fondatori del PCI, poi uscitone al seguito di Bordiga e un altro ex anarchico, GIORDANO AMIDANI.

    La figura di responsabile militare fu assunta da DOMENICO VIOLA, gia’ membro dell’Esercito.

    Il gruppo svolse sicuramente azioni di sabotaggio dei mezzi tedeschi che giravano nella capitale, ma nella sostanza continuo’ a fiancheggiare, sia nella propaganda che nel "logistico" tanto il PCI che Bandiera Rossa.

    La attivita’ di fiancheggiamento, anche di tipo spionistico/informativo, nei confronti del PCI porto’ alcuni membri del gruppo a collaborare anche col Fronte Clandestino Militare, legato al governo di Brindisi e di ispirazione monarchica.

    Furono proprio ambigui contatti, avuti in questa fase della "cospirazione", che portarono all’arresto di dieci membri del gruppo, tutti poi trucidati alle Ardeatine.

    Tra gli arrestati c’era anche Domenico Viola, che non resistette a feroci torture e, facendo una serie di ammissioni, provoco’ lo sbandamento dell’ intero gruppo.

    I compagni che si salveranno dalla repressione di fatto opereranno congiuntamente a "Bandiera Rossa" fino al 4 Giugno 1944, giorno della liberazione di Roma, scomparendo in pratica come gruppo "autonomo".

    Il nome "Armata Rossa" tornera’ di attualita’ nei mesi successivi alla liberazione della capitale.

    Nei mesi dell’estate 1944 il gruppo, supportato da alcuni dirigenti di Bandiera Rossa contrari alla confluenza nel P.C.I., si pose come punto di riferimento per quanti volessero proseguire la lotta armata contro fascisti e tedeschi al Nord ma in posizione autonoma rispetto all’Esercito Italiano.

    Secondo alcune stime, ben 50.000 romani firmarono i fogli di arruolamento nella formazione diretta da Antonino Poce e Filiberto Sbardella ( entrambi ex Bandiera Rossa), Otello Terzani, Celestino Avico e Giordano Amidani.

    Nella sede di Armata Rossa, occupata in Corso Rinascimento, l’afflusso dei volontari fu veramente impressionante. Furono impostati i ruoli di due reggimenti e costituito un comitato di agitazione e propaganda, formato da intellettuali, tra i quali Alberto Moravia e un giovanissimo Pier Paolo Pasolini.

    A gelare gli entusiasmi arrivo’ la visita di un diplomatico russo che rimprovero’ aspramente i dirigenti di Armata Rossa perche’ avevano abusivamente scelto il nome dell’esercito sovietico.

    Il P.C.I. fece di tutto per far fallire l’iniziativa, oltretutto mal vista dagli alleati inglesi ed americani che ora occupavano e di fatto "governavano" la capitale.

    Avico, Amidani e Terzani cedettero alle pressioni e finirono per sciogliere Armata Rossa ed entrare, nel giro di pochi mesi, nel P.C.I. , seguiti successivamente anche da Poce , Sbardella e tutti gli altri, futuri scrittori e registi di successo compresi.

    Anche in questo caso, come in quello di Bandiera Rossa, il sistema e il P.C.I. che gia’ si "faceva stato" al suo interno, giocarono, con un misto di minacce e blandizie, la carta della cooptazione dei gruppi potenzialmente rivoluzionari all’interno della dialettica democratico/borghese.

    keoma

    • Silverio Corvisieri
      BANDIERA ROSSA NELLA RESISTENZA ROMANA Edizioni Odradek

      pp. 212 Euro 16,00

      Appendice con documenti inediti

      La storia del “Movimento Comunista d’Italia” che si riconosceva nel giornale Bandiera Rossa: cioè del principale movimento comunista dissidente e della più importante organizzazione della Resistenza romana. Una ricostruzione della formazione, del rapporto con il Pci, delle azioni, dei sabotaggi, delle militanze e dei caduti in una Roma ribelle che non si piegò alle stragi e ai rastrellamenti nazifascisti, arricchita, in questa seconda edizione, da documenti inediti, tra i quali le relazioni stilate dal gruppo dirigente. Il fatto che questo movimento comunista di resistenza, fortemente radicato nelle periferie proletarie, decisamente antibadogliano e antimonarchico si sia sviluppato largamente al di fuori del controllo del Pci e del Cln, può fornire una prima spiegazione delle ragioni della scarsa fortuna storiografica, che però questo libro compensa. In particolare, vengono storiografati i militanti, poi immolati sull’altare della continuità dello Stato a suggellare l’accordo tra le classi proprietarie proposto dai Savoia, dai militari attendisti e dai fascisti doppiogiochisti, avallato da Inglesi e Americani, sottoscritto dal Cln e benedetto dal Vaticano in virtù del quale Roma non doveva insorgere e si doveva ricominciare come se nulla fosse successo. Cambiando semplicemente la divisa, le mostrine, il berretto.

      Silverio Corvisieri (Ponza 1938), ha pubblicato con Odradek Il Re, Togliatti e il Gobbo, 1998; Il mago dei generali. Poteri occulti nella crisi del fascismo e della monarchia, 2001; Badernão. La ballerina dei due mondi. Tra i libri più recenti: La villeggiatura di Mussolini, Baldini-Castoldi-Dalai, 2004. È stato redattore dell’Unità dal 1960 al 1967, direttore del settimanale La sinistra nel 1968, fondatore e direttore del Quotidiano dei lavoratori nel 1974. Ha militato nel PCI, nella IV Internazionale e in Avanguardia Operaia. È stato eletto deputato in tre legislature.

  • LA BANDA DEL GOBBO

    ROMA 31.8.1943 - 16.1.1945

    Con questa denominazione - che pero’ divenne d’uso comune soltanto nel dopoguerra - si indica quello che probabilmente fu, nei nove mesi dell’occupazione tedesca nella capitale, il piu’ attivo e determinato gruppo partigiano operante a Roma e provincia.

    Il nome deriva da Giuseppe Albano, meglio noto come “il gobbo del Quarticciolo” che fu sicuramente in quei mesi il partigiano piu’ ricercato da nazisti e fascisti .

    Nato il 5.6.1927 a Gerace Superiore (Reggio Calabria), a soli sedici anni inizio’ la sua lotta partigiana nelle giornate tra l’8 e il 10 settembre 1943 dove, prima a Porta S.Paolo e poi nella zona di Piazza Vittorio, insieme ad un gruppo di giovanissimi, quasi tutti di origine calabrese e tutti abitanti nelle borgate romane di Centocelle e Quarticciolo, impegno’ pesantemente i tedeschi che invadevano la citta’ di Roma.

    Giuseppe Albano era appunto “gobbo” e la sua malformazione fece si’ che, pur non identificandolo per nome e cognome, i nazisti lo riconoscessero con sicurezza in ogni azione partigiana cui partecipava al punto che in certo periodo, intorno all’aprile del 1944, il Comando tedesco arrivo’ ad ordinare l’arresto di tutti i “gobbi” di Roma.

    Va comunque detto che se Giuseppe Albano fu senz’altro il capo riconosciuto dei giovani guerriglieri di Centocelle e Quarticciolo e se sicuramente il suo eroismo in azione e l’odio che gli portavano nazisti e fascisti ne fece in quei mesi un personaggio carismatico, egli non fu mai il vero responsabile della banda.

    Questa figura fu invece assunta da Franco Napoli, nome di battaglia “Felice”, suo compaesano e vecchio militante socialista, gia’ negli anni trenta arrestato per un tentativo di attentato a Mussolini in Calabria.

    Fu infatti Franco “Felice” Napoli che negli ultimi giorni di Agosto del 1943, in una riunione clandestina in una scuola di Piazza Vittorio, diede vita alla banda partigiana che assunse infatti , anche nei documenti ufficiali dell’ANPI, il nome di “banda Napoli”.

    All’inizio il gruppo fu del tutto autonomo dai partiti antifascisti e fu di fatto l’unico gruppo organizzato che insieme a qualche centinaio di militari antifascisti e a qualche decina di “volontari” civili, impegno’ appunto per tre giorni i tedeschi che invadevano Roma.

    In una foto famosissima, che tra l’altro fara’ da copertina ad uno dei primi libri che analizzo’ la resistenza romana (“Il sole e’ sorto a Roma” di Giorgio Amendola) si vede il “gobbetto”, in pantaloncini corti e col gembiule di garzone di farmacia, mestiere che svolgeva, combattere riparato dietro un carro armato a Porta S.Paolo.

    Durante quelle giornate Franco Napoli fu arrestato e condannato a morte, ma riusci’ ad evadere il 13 Settembre 43, insieme ad altri partigiani, da Villa Wolkonsky, allora sede del comando tedesco.

    Successivamente alla compiuta invasione di Roma, buona parte del gruppo si trasferi’ nella zona dei Castelli, fondendosi con un’altra banda partigiana operante in quella zona, banda formata quasi esclusivamente da membri della famiglia Ferracci, anch’essi vecchi militanti socialisti. Il trasferimento avvenne dopo che Franco Napoli e Giuseppe Albano avevano giustiziato, in Piazza dei Mirti a Centocelle, un ufficiale tedesco.

    Una parte dei partigiani del gruppo fu catturata dai tedeschi nel dicembre 43 nella zona di Lanuvio e rinchiusi a Villa Dusmet, comando tedesco di Frascati.

    Una altro scontro tra la banda e i tedeschi avvenne il 26.12.43 e fu chiamato “la battaglia di S.Cesareo”, vi mori’ un compagno di Zagarolo, CLAUDIO SCACCO, e furono catturati 13 partigiani, rinchiusi, sempre a Frascati, in Villa Torlonia, sede messa a disposizione dei nazisti dal “fascistissimo” duca Alessandro Torlonia.

    Il 1 Gennaio 1944 la banda attacca Villa Torlonia e libera tutti i prigionieri.

    Il 13 Gennaio i nazisti per rappresaglia uccidono i partigiani arrestati a Lanuvio.

    I morti furono :

    MARZIO D’ALESSIO, GIANBATTISTA DI MARCO, LUIGI LINARI, CESARE E ANGELO TROMBETTA (padre e figlio), ANGELO VARESI, ALBERICO VENANZI ed ELIO ZIMEI.

    I partigiani rispondono giustiziando il Segretario del Fascio di Lanuvio.

    Per questa azione molti di loro saranno poi arrestati nel dopoguerra e subiranno una lunga persecuzione giudiziaria che finira’ solo negli anni sessanta.

    Mentre Napoli, “il gobbo” e altri erano impegnati nella zona dei Castelli, la frazione della banda che operava nella zona romana di Monte Mario, congiuntamente ai partigiani del gruppo trotzkista “Bandiera Rossa”, assalta il 30 Novembre Forte Bravetta e libera alcuni militanti dello stesso gruppo trotzkista che stavano per essere fucilati dai fascisti della PAI (Polizia Africa Italiana ) . Il gruppo di “Bandiera Rossa” era diretto dal mitico Vincenzo Guarnera, nome di battaglia “Tommaso Moro”, un ex fascista fervente divenuto poi uno dei piu’ valorosi partigiani romani, quello della Banda Napoli da Fernando De Angelis, recentemente scomparso.

    Anche Napoli, Albano e gli altri rientrano a Roma, lasciando il presidio del territorio dei Castelli al gruppo dei Ferracci.

    A Roma , dopo un fallito tentativo di alleanza col Partito Comunista, che non vede troppo bene questo gruppo di partigiani eroici ma troppo “autonomi” e spesso provenienti dalla “mala” di borgata - il P.C.I. aveva smanie legalitarie gia’ durante l’occupazione nazista - Franco Napoli aggrega la banda all’organizzazione militare del P.S.I. , agli ordini di due futuri presidenti della repubblica, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat.

    Sandro Pertini e Franco Napoli avevano organizzato, per il 24 Marzo 1944, un’assalto al carcere tedesco di Via Tasso, dove i prigionieri politici venivano sistematicamente torturati e spesso uccisi dai nazisti. Contemporaneamente i partigiani dei GAP del P.C.I. dovevano svolgere l’azione contro i tedeschi in Via Rasella.

    L’azione di Via Rasella venne invece fatta, per motivi contingenti, il giorno precedente senza che i partigiani socialisti potessero esserne preventivamente informati.

    I rastrellamenti e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine che ne seguirono impedirono l’azione di Via Tasso il giorno successivo.

    Nei rastrellamenti fu arrestato anche Franco Napoli che, per una questione di pura casualita’, non fu anche lui inserito tra i giustiziati delle Ardeatine. In Via Tasso fu torturato lui ed in sua presenza fu torturata anche l’anziana madre.

    Alle Ardeatine morirono comunque otto membri della banda Napoli, precedentemente catturati.

    Erano : LEONARDO BUTTICE’, CARLO CAMISOTTI, GIUSEPPE CELANI, PAOLO FRASCA’, RAUL PESACH e FRANZ SCHIRA ( due disertori tedeschi unitisi ai partigiani), DOMENICO RICCI, FILIPPO ROCCHI

    Dopo lo smarrimento causato dalla rappresaglia tedesca, che colpira’ in modo particolare i partigiani di “Bandiera Rossa ( un centinaio di fucilati sui totali 335 martiri delle Ardeatine), soltanto la Banda Napoli rimarra’ in piedi come gruppo organizzato su base cittadina, con cellule a Centocelle-Quarticciolo, Quadraro, Ponte Milvio, Salario, Trastevere, Tufello, Pietralata, Garbatella e Tuscolano, mentre il gruppo di Monte Mario, pur mantenendo i contatti con la banda, passera’ quasi in blocco nelle file di “Bandiera Rossa”.

    L’arresto di Pertini e Saragat - che poi fuggiranno rocambolescamente da Regina Coeli - e quello dello stesso Franco Napoli faranno pero’ perdere alla banda i contatti con l’organizzazione militare del P.S.I.

    E’ nel periodo Gennaio - Aprile del 1944 che nasce il mito “del gobbo”.

    Per due mesi infatti, grazie alle azioni dei giovani guerriglieri della zona guidati da Giuseppe Albano - spesso in alleanza con quelli di “Bandiera Rossa”, di “Armata Rossa” ( comunisti libertari) e dello stesso P.C.I. ( nella zona si erano rifugiati due partigiani di Via Rasella, Sasa’ Bentivegna e Carla Capponi ) - tedeschi e fascisti rinunciarono ad entrare a Centocelle e al Quarticciolo.

    In piu’ resero impraticabili di notte le vie Casilina e Prenestina ai mezzi tedeschi che dovevano rifornire il fronte di Anzio.

    Si narra che “il gobbo” da solo abbia in quel periodo giustiziato una cinquantina tra nazi e fasci, in alcuni casi armato solo di coltello.

    Sicuramente fu la sua banda la prima a reagire alla rappresaglia delle Ardeatine.

    Il 10 Aprile 44, infatti, a pochi giorni dalla strage, giustiziarono tre tedeschi nel quartiere Quadraro. L’azione fu condotta dai compagni :

    GIUSEPPE ALBANO ( il gobbo ), VINCENZO SPAZIANI, ENRICO ROCCHI, MARIO DEL PAPA, VITTORIO PETTINELLI, FRANCESCO D’AGOSTINO, GUIDO DI GIOVANBATTISTA E ROCCO BASILOTTA.

    La composizione sociale del commando e’ estremamente interessante . se si esclude Basilotta, piccolo imprenditore di simpatie socialiste, tutti gli altri sono giovani sottoproletari - allora si diceva “ladroni” - del Quarticciolo, molti con precedenti penali per cosiddetti reati “comuni”.

    Per tutta risposta, i nazi rastrellarono 700 uomini del quartiere e li deportarono in Germania, ove ne morirono circa la meta’.

    Il 17 Aprile anche Albano sara’ arrestato, probabilmente in seguito ad una spiata, mentre si rifugiava, insieme ad un folto gruppo di compagni di “Bandiera Rossa” nell’azienda di Basilotta.

    Il fatto di essere stato sorpreso insieme a compagni di un gruppo diverso dal suo e lo stesso ridicolo ordine tedesco di arrestare tutti i gobbi di Roma - Via Tasso e Regina Coeli erano pieni di poveracci con le spalle curve - fece si’ che Albano non fosse riconosciuto come il famoso partigiano e non fosse quindi eseguita la condanna a morte che era stata promulgata nei suoi confronti.

    Questo non impedi’ pero’ che in Via Tasso fosse ferocemente torturato.

    Il 4 Giugno, con gli americani alle porte di Roma e i tedeschi in fuga, la popolazione assalto’ Via Tasso e libero’ i detenuti, tra cui il “gobbo”. Anche Napoli sara’ liberato dalla folla che invase Regina Coeli e partira’ quasi subito per il Nord dove continuava la guerra e dove ebbe un ruolo nella cattura di Mussolini.

    Nella Roma liberata, Giuseppe Albano e i suoi parteciperanno alla cattura di molti fascisti, per alcuni giorni addirittura in collaborazione con i poliziotti della Questura, divenuti per incanto tutti “antifascisti”.

    Ma, come altri partigiani, fu ben presto deluso dalla non volonta’ del nuovo governo di “epurare” i fascisti ed anzi di cominciare a perseguitare i compagni ( anche Sasa’ Bentivegna verra’ arrestato dopo uno scontro a fuoco in cui mori’ un fascista).

    Si dedichera’ quindi ad azioni di “esproprio” contro gli arricchiti della “borsa nera”, distribuendo vettovaglie e generi di prima necessita’ alla popolazione affamata.

    In una di queste azioni rimarra’ fortuitamente ucciso un militare inglese.

    Questo tipo di attivita’ “illegale” non gli impedisce pero’ di riprendere i contatti col Partito Socialista.

    E fu quindi per ordine di Pietro Nenni ( Franco Napoli sostiene anche di Palmiro Togliatti) che Albano si infiltrera’ nel gruppo “Unione Proletaria”.

    Questo gruppo, con sede in Via Fornovo 12, nonostante il nome “di sinistra” e nonostante che fosse diretto da un ex appartenente di “Bandiera Rossa” - Umberto Salvarezza - in realta’ aveva aggregato molti ex fascisti allo scopo di svolgere, d’accordo con ambienti monarchici, opera di provocazione contro le forze di sinistra.

    Fu sicuramente grazie al “gobbo” se , nel novembre 1944, fu sventato un attentato dinamitardo dei provocatori dell ’Unione Proletaria contro un corteo di P.C.I. e P.S.I.

    L’ avere sventato l’attentato svelo’ probabilmente il ruolo di “infiltrato” di Giuseppe Albano.

    Il 16 Gennaio 1945 , mentre usciva dalla sede dell’Unione Proletaria in Via Fornovo, verra’ ucciso con un colpo di pistola alle spalle.

    La versione ufficiale e’ che mori’ in un conflitto a fuoco con i carabinieri che lo ricercavano per la morte del militare inglese.

    Una successiva “controinchiesta”, condotta da Franco Napoli, rientrato a Roma nel maggio 45,

    stabili’ con certezza che Albano fu ucciso a tradimento da tale Giorgio Arcadipane, gia’ spia dei tedeschi tra i detenuti di Regina Coeli, aggregatosi tra i provocatori dell’ Unione Proletaria.

    La provocazione fu ancora piu’ chiara due giorni dopo, quando centinaia di poliziotti e carabinieri circondarono il Quarticciolo, con la scusa di arrestare i complici del “gobbo”.

    Nei durissimi scontri che seguirono al rastrellamento rimase ucciso dai carabinieri ARDUINO FIORENZA, anziano militante del P.C.I. e vennero arrestati centinaia di proletari.

    ALLA FACCIA DEL NUOVO STATO DEMOCRATICO ! ! !

    Tra gli arrestati anche IOLANDA CICCOLA, fidanzata quindicenne di Giuseppe Albano che diverra’ poi, molti anni dopo, una apprezzata dirigente della nuova sinistra rivouzionaria ( il cosiddetto filo rosso ! ).

    Andra’ ancora peggio ai partigiani dei Castelli, quelli della banda Ferracci i quali per l’esecuzione del fascista di Lanuvio - considerato chissa’ perche’ “reato comune” dal nuovo stato repubblicano ed antifascista - furono incarcerati e coinvolti in una persecuzione giudiziaria che finira’ soltanto nel 1963.

    A nessuno comunque dei partigiani della banda Napoli e nemmeno ai deportati del Quadraro

    sara’ mai riconosciuta la pensione o altro riconoscimento dovuto per legge ai combattenti della Resistenza.

    Sinceramente non credo che l’approccio strettamente repressivo che il nuovo stato democratico/borghese riservo’ ai compagni della “banda del gobbo” vada letto nella categoria di una generica ingraditudine.

    Come gia’ detto, nel dopoguerra la repressione antipartigiana fu un fenomeno enorme e colpi’ pesantemente anche i compagni del P.C.I. e persin di formazioni piu’ moderate come il Partito d’Azione.

    Ancora piu’ pesante fu il trattamento riservato ai combattenti dei “gruppi eretici” come Bandiera Rossa.

    Ma nei confronti degli “eretici”, con un misto di bastonate e di blandizie, il sistema gioco’ poi la carta della “cooptazione” ; infatti quasi tutti i militanti “eretici” finiranno per entrare nei partiti della sinistra tradizionale.

    La verita’ e’ che questi gruppi erano si’ fortemente ideologizzati e combattivi, ma erano pur sempre sotto la direzione di un ceto politico intellettuale od artigiano che pure ben aveva saputo radicarsi nel proletariato delle borgate romane.

    Il gobbo ed i suoi uomini, al di la’ delle vaghe idee socialiste e dei rapporti coi futuri presidenti della repubblica, erano invece essi stessi quel “proletariato”, ribelle e potenzialmente irriducibile ai giochetti della democrazia borghese che tutti gli altri finiranno poi piu’ o meno per accettare.

    Per questo dovevano essere repressi ed annientati, anche nella memoria.