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IL GRANDE CAPO

martedì 9 gennaio 2007

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di Enrico Campofreda

I Grandi Capi veri o presunti possono dormire sonni tranquilli, la gente li desidera. Parola di Lars Von Trier che i bisogni occulti e indotti percepisce e racconta. Se per voi era duro resistere a un film senza scenario, tutto palco e recitazione pura come sono stati “Dogville” e “Manderlay” il regista danese vi viene incontro. Ha confezionato una fiction senza servirsi di stelle alla Kidman o Dallas Howard. Un certo metodo Dogma prosegue: nessuna colonna sonora, luci non ritoccate, addirittura un computer che dirige la cinepresa.

Ancora ottima recitazione stavolta di Jens Albinus (maschera da Sten Lauren del Terzo Millennio, già presente in “Idioti”) e tema psicologico su manipolazione, realtà e finzione ma anche leggerezza e divertissement con la suspence dei colpi di scena. Una trama che fa sempre riflettere col desiderio esplicito stavolta di giocare coi soliti temi seri senza infilarsi nella cupezza del dramma. E sorridere. Molto. Di tic, manìe, bassezze, ansie, paranoie di quel marciume ch’è s’annida non solo in Danimarca, nonostante quel che pensino Shakespeare e l’imprenditore islandese co-protagonista della vicenda.

La storia narra il camuffamento che il responsabile d’una azienda informatica danese (Ravn) compie del suo ruolo mostrandosi solo come un buon amministratore e agitando il fantasma d’un Grande Capo senza volto. Il grande capo è lui ma non lo rivela e per anni intrattiene rapporti epistolari coi dipendenti cercando d’istillare in ciascuno una certa idea del capo che s’attaglia ai tratti del subalterno, mentre il buon alter ego che incarna si dedica a comprenderli, coccolarli, soddisfacendone vari bisogni. L’ipotesi di vendita dell’azienda a un rude imprenditore islandese che detesta ‘gli imperialisti danesi’ spiazza l’operato di Ravn che necessita d’un capo in carne e ossa da mostrare al compratore. Ingaggia perciò un attore in disarmo (Kristoffer) che interpreti quella figura. Alle prime l’attore incespica, deve recitare a soggetto e con un canovaccio oscuro, poi ci prende gusto.

Pur non avendo né piglio né carisma né competenza i dipendenti, che inizialmente sospettano d’un bluff, gradualmente credono che lui sia veramente il boss e che si mostri così improbabile negli abiti manageriali per spiazzarli e testarli ulteriormente. La materia trattata dall’azienda, indispensabile nell’odierna economia globalizzata, è spesso materia inafferrabile per gli stessi componenti la catena di diffusione di questa particolare “merce”. E al grande capo che nulla sa d’informatica basta una frase rubata da una lavagna, un termine di procedura, per celare l’incompetenza e addirittura rovesciarla a suo favore in chissà quale misteriosa capacità di comprensione. La quale mette in crisi chi nel settore ci lavora da un decennio probabilmente con una parcellizzazione iperspecializzata del processo lavorativo. L’azienda potrebbe occupare persone che non s’occupano di nulla, che nulla sanno governare al di là d’una sequela di procedure, esseri settorializzati, deboli, trattati infantilmente con gite e abbracci per vincerne insicurezze e spaesamento.

Persone manipolabili e manipolate nei confronti delle quali l’inesorabilità e la chiusura dei ruoli, la creazioni di maschere preconfezionate fa credere quel che si vuol fare credere e si vuol credere (già in “Manderlay” l’annuncio era chiaro e inquietante: tanti schiavi vogliono rimanere tali) perché i lati deboli della natura umana sono così difficilmente riparabili. Poiché il marcio non è solo in Danimarca e nel Mondo, ma in noi stessi.

Regia: Lars Von Trier
Soggetto e sceneggiatura: Lars Von Trier
Direttore della fotografia: Automavision
Montaggio: Molly Marlene Stensgard
Interpreti principali: Jens Albinus, Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle, Anders Hove, Jean-Marc Barr, Casper Christensen, Peter Gantzler
Produzione: Menfis Film, Slot Machine, Zentropa Production
Origine: Dan, Sve, 2006
Durata: 99’