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IL RESTO DI NIENTE

domenica 10 aprile 2005

di Enrico Campofreda

Mirabilmente interpretata dalla lusitana Maria De Medeiros, Eleonora De Fonseca Pimentel - intellettuale d’origine portoghese ed eroina suo malgrado - vive tutti i profondi sentimenti di civiltà, libertà e utopia nei giorni della Repubblica Partenopea rievocata dalla regista De Lillo. Il film, ripercorrendo la via tracciata dal testo di Striano, è intenso, raffinato e delicato come la nobildonna che lo ispira.

Ne viene ricordata la sfortunata esistenza fatta di blasone cui non corrisponde floridezza economica, d’un’unione matrimoniale infelice e di circostanza, d’una maternità spezzata, dell’insoddisfazione per le qualità letterarie e poetiche (la Pimentel entrò nell’Accademia dei Filareti e poi dell’Arcadia) che non trovano terreno fertile in una città volgarizzata dai Borboni.

Diversa è l’attenzione per le condizioni sociali della plebe dei lazzaroni che vede una cerchia, per quanto ristretta, d’intellettuali sensibili al problema. Sono i Vincenzo Cuoco, i Mario Pagano, i Vincenzio Russo che propugnano gli ideali illuministi dell’eguaglianza e della libertà che, con la Rivoluzione Francese, hanno assunto il volto giocobino.

Il sogno di vederli realizzati in casa prende corpo quando il re Ferdinando IV, sotto l’avanzata dell’esercito napoleonico, il 21 dicembre 1798 fugge in Sicilia. La città è presidiata dalle bande della Santa Fede del cardinale Ruffo e in questo vuoto di potere s’inserisce il tentativo dei patrioti giacobini di proclamare la Repubblicaq. A dar loro manforte giungono le truppe di Championnet ma sarà un fuoco di paglia: i francesi, dopo aver razziato opere d’arte, chiedono al governo provvisorio denari per rimanere e, vista l’impossibilità di riceverne, lasciano i giacobini napoletani al loro destino.

Sarà un destino tragico poiché i lazzaroni per i quali essi combattevano daranno manforte alla reazione sanfedista rovesciando la Repubblica che dura solo cinque mesi. Ruffo propone un atto di clemenza nei confronti degli insorti, puntando al ritorno dei Borboni senza scavare nuovi solchi con l’intellighenzia tutta schierata su posizioni antimonarchiche. Ma l’ammiraglio Nelson, che per la corona britannica segue sul posto le operazioni e contrasta la presenza francese in Italia, insiste perché vengano assegnate punizioni esemplari. Così più di cento patrioti, fra cui molti intellettuali e la stessa Pimentel, vengono condannati alla pena capitale.

Dell’utopia della Repubblica in un ambiente arretrato, ignorante, derelitto, affamato l’opera mostra tutta la bella idealità e la disperata impraticabilità. Il salotto di nobiltà illuminata nel quale le sante e giuste idee d’eguaglianza e giustizia ribollono è lontano mille miglia dai bassi spagnoli dove i lazzari e le loro donne rubano e si prostituiscono. Due mondi separati e non comunicanti che la Pimentel, col suo intuito intellettuale, cercherà di avvicinare con la pubblicazione del “Monitore Napoletano”.
Gli sforzi suoi e di Pagano di parlare al popolo e di parlare dei mali del popolo sono molteplici, ma non bastano. Le plebi non sono solo analfabete e comunicano in un dialetto stretto, ma non guardano oltre i bisogni immediati e gl’intellettuali partenopei non hanno né linguaggio né proposte concrete con cui mobilitarli presi, come scriverà Cuoco “più dal timore di non disgustar diecimila potenti che di guadagnarsi gli animi di cinque milioni...” Torna più facile farlo ai sanfedisti in base ai principi della tradizione, d’una religiosità superstiziosa, dell’odio antigiacobino diffuso da tutte le monarchie europee e del ripristino di qualche favore feudale ai contadini che i repubblicani avevano abolito.

Nonostante le speranze l’ombra del fallimento s’aggira giorno dopo giorno fra i protagonisti della bella utopia, eppure orgogliosamente e dignitosamente nessuno si tira indietro anche di fronte alla tragedia che si profila. “Io sono un uomo libero, tu un servo” afferma uno dei capi repubblicani al giudice sanfedista che, dopo la repressione, lo condanna alla forca. E quest’incompresi e inadeguati patrioti preparano comunque la strada a ciò che accadrà nella penisola nei decenni seguenti coi moti e le guerre risorgimentali.
Ma del filmone storico non c’è traccia, nonostante le preziose, encomiabili ricostruzioni d’arredi e costumi. In primo piano c’è sempre la sensibile figura di Eleonora, la quale sia che affronti questioni grandi come il programma del governo repubblicano, sia che tratti con la servitù mostra sempre grazia, stile e anima eccelsa. Una donna dal temperamento, coraggio, capacità d’adattamento ai rovesci della vita - a cominciare da quelli della propria sfera privata - davvero eccezionali.

Contribuisce all’eleganza della pellicola la preziosa veste fotografica. Scene d’interni e notturni offrono una tavola cromatica e chiaroscurale degna delle tele di tanta tradizione pittorica napoletana. E un tocco stravagante ma assolutamente originale sono i disegni di Oreste Zevola che inframmezzano il racconto. Un gran bel lavoro collettivo (Evento Speciale alla 61° Mostra del Cinema di Venezia) che meriterebbe d’essere apprezzato non solo da un pubblico di nicchia.

Sceneggiatura: Giuseppe Rocca, Antonietta De Lillo, Laura Sabatino
Tratto dal romanzo: “Il resto di niente” di Enzo Striano
Direttore della fotografia: Cesare Accetta
Montaggio: Giogiò Franchini
Interpreti principali: Maria De Medeiros, Rosario Sparno, Raffaele Di Florio, Imma Villa, Lucia Ragni
Musica originale: Daniele Sepe
Disegni: Oreste Zevola
Produzione: Factory
Origine: Italia, 2004
Durata: 103 minuti