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Il 10 ottobre 1985 muore Orson Welles - l’Orson venuto da un altro mondo

mercoledì 12 ottobre 2005

di Roberto Brunelli

L’eroe è uno straccione. Allampanato, scavato e rugoso, coperto d’una armatura di latta che sembra sul punto di sbriciolarsi, il cavaliere si lancia gridando sulle pale del mulino a vento. Pale vorticose, proiettate sullo schermo di un cinema, per la verità: che l’uomo, come un pazzo, fende con la propria spada. È una scena del Don Quixote di Orson Welles. Non lo finì mai quel film, un altro capolavoro perduto, che molto dice della lotta strenua, consapevole, sfibrante ed epicamente «perdente» che sin dall’inizio il regista di Quarto Potere ingaggiò contro il potere.

Ieri, 10 ottobre, sono passati esattamente vent’anni dalla sua morte. Ma è uno di quei casi in cui non è banale dire che non sono passati invano. I suoi film vengono restaurati, ripubblicati, mostrati ed hanno successo nelle sale, dopo che per decadi era quasi impossibile vederli se non in scalcinate rassegne da cinefili putrescenti. Abbiamo visto con i nostri occhi il pubblico in lacrime applaudire ed alzarsi in piedi al termine di una proiezione dell’Orgoglio degli Amberson quando si sente la voce fuori campo dire «I’ve written and directed this movie: my name is Orson Welles». ...e non era né una prima né un festival con attori famosi.

Era l’omaggio al coraggio di un uomo che era stato esiliato (da Hollywood), espulso dalla comunità del cinema, bistrattato e irriso (anche per gli spot da due lire interpretati per finanziare i propri film). Si era attaccata la sua reputazione, prima dipingendolo come un sovversivo comunista (era stata l’Fbi, su ordine di William Randolph Hearst, a fornire ampi dossier, arrivando ad ipotizzare la sua omosessualità), e poi facendolo passare come un regista inconcludente, spendaccione, velleitario. La verità è che «il sistema», perdonateci la parola, gliela ha fatta pagare cara.

Torniamo indietro. No, non a Citizen Kane (Quarto Potere, 1941) - che attaccò frontalmente il potere, scavando nel suo intimo (Hearst, magnate dei magnati, era stato, di fatto, «denudato»), e che scatenò una formidabile «caccia alle streghe» contro Welles ben prima, circa dieci anni, che si scatenasse il senatore McCarthy - ma al 1938, quando, giovanissimo, Welles si apprestò a conquistare Broadway, dopo aver fatto la gavetta «a pane e Shakespeare» in Irlanda, al Gate Theatre.

Tanto per cominciare a New York mise in scena un Macbeth in versione «voodoo», con un cast interamente di attori neri presi dalla strada... voi capite cosa voleva dire inscenare uno Shakespeare con soli negri (così si chiamavano allora, nel 1938...), dopodiché passò ad un Giulio Cesare in versione nazista con una scenografia fatta esclusivamente di fasci di luce bianca: oggi è normale, quasi fastidioso e stereotipato, vestire Cesare da Goebbels, ma nel ‘38, a soli cinque anni dalla presa di potere hitleriana, no. C’è chi ha scritto, negli Stati Uniti, che quel Giulio Cesare è stata il più importante evento teatrale mai realizzato su territorio americano nel Novecento.

Forse è un’esagerazione, ma è un fatto che quello stesso anno, la sua versione radiofonica della Guerra dei mondi (sì, i marziani atterrano e mezz’America finisce nel delirio completo) abbia messo a nudo i meccanismi più perversi dei mezzi di comunicazione di massa. Il contropotere (un giovanissimo e spudorato Welles) era diventato troppo potente.

Insomma: Welles fu, di fatto, un «eversivo». Regista, attore, ma anche pittore, scrittore di discorsi per Roosevelt, scenografo, costumista, innovatore, inventore, scrittore, era certamente un eroe solitario (come Don Chisciotte). Voleva, sempre, buttare all’aria il nostro concetto di realtà, scavare nell’intimo del paradosso, insinuare il dubbio. Cercò di lavorare per gli studios, per Hollywood, ma fece di tutto per farsi cacciare. Se Quarto Potere (non tanto il ritratto di un magnate, quanto il ritratto del potere «in sé»... anche, se volete, nella sua grandezza) fu la «bestemmia» originaria, imperdonabile, i film a seguire furono, per l’opinione pubblica americana (non per l’intellighentia, i cineasti e i cinefili europei), disturbanti, fastidiosi... in una parola, orrendi.

Non fosse stato per il successo da attore (e non solo) del Terzo Uomo e qualche altra intepretazione, non gli avrebbero fatto fare nemmeno gli spot. Othello (la storia di un negro che ammazza una wasp bionda), Il processo, da Kafka (schiacciato dal potere, di nuovo, nella sua infinita e surreale stupidità) e l’immenso Infernale Quinlan (Touch of Evil, 1957)... se Citizen Kane era una bestemmia, Quinlan era un affronto all’amor proprio, alla considerazione di sé, dell’America.

La macchina da presa che «vola» sulle case e sugli eventi di una cittadina di frontiera con il Messico, stracitata centinaia di volte e cinematograficamente proverbiale, è solo un aspetto della spericolatezza di Welles. In fondo cos’è la storia di Quinlan? È l’America profonda il laido poliziotto pronto a ogni nefandezza per affermare un personalissimo concetto di giustizia, forse anche di grandezza, mentre il «progressista» della vicenda, un livido Charlton Heston tinto di marrone, è un messicano, un coloured, peraltro anche lui non esente da colpe, colpe che qui rimbalzano da una parte all’altra, proprio come fa la macchina da presa.
Vent’anni che non sono passati invano, abbiamo detto.

Oggi troviamo le riprese à la Orson Welles sinanche nei serial americani (i corridoi di E.R. Medici in prima linea), nei blockbuster della vituperata Hollywood (quasi tutte le scene di battaglia nei film in costume sono paro paro quella del Falstaff) ma anche nei film «indipendenti» americani (Soliti sospetti è un omaggio evidente a Rapporto confidenziale, in Tarantino trovi pezzetti sparsi di Welles qua e là), come se solo oggi la settima arte fosse in grado di «digerire» le invenzioni del più solitario, coraggioso, sovversivo Don Chisciotte della storia del Novecento.

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