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Il fascino svanito della divisa verde

giovedì 2 dicembre 2004


Dopo il "Declino
del petro-dollaro?
" un’altro sguardo verso i nuovi assi
economici internazionali.

Dal Venezuela per Selvas.org le
analisi di Tito Pulsinelli

Il Vietnam annuncia di aver localizzato giacimenti petroliferi sufficienti ad
alimentare il proprio consumo interno, nonchè ragguardevoli riserve gasifere
che lo proietteranno nella bolgia del mercato energetico.
A pochi è dato conoscere con certezza la reale consistenza delle riserve mondiali,
un segreto ben protetto per agitare lo spauracchio della carestia o per innescare
speculazioni che ormai sono solo al rialzo. Mentre il Venezuela annuncia che
con le riserve accertate nella foce dell’Orinoco passerà da quarto produttore
a prima potenza mondiale energetica (si mondiale, non continentale), gli allarmi
lanciati dall’ONU sul cambio climatico in atto sono drammatici. Si parla di un
riscaldamento atmosferico ipotizzabile tra +2 e +10 gradi Fahreneith; relativamente “assorbibili” i 2 gradi, mentre una variazione di 8 gradi precipiterebbe il pianeta in una apocalisse paragonabile a quella dell’ultima era glaciale.

Questo non impedisce che il consumo energetico richiesto dall’attuale modello di sviluppo cresca al ritmo del 2% annuale. Il Trattato di Kyoto, recentemente ratificato anche dalla Federazione russa, è rimasto lettera morta grazie al signor Bush che -sarà pure stato rieletto grazie ai “valori puritani” tuttora vivi tra i suoi concittadini- ma ben presto dovrà preoccuparsi di ben altri tipi di valori.
Aumenta il prezzo del gas (+25%), petrolio, oro (4 anni fa 270 $ la oncia, adesso 418) e l’argento (+18% in un anno), mentre il dollaro scende a causa del debito ormai inoccultabile che, a campagna elettorale conclusa, diventa un problema che fa capolino sulla carta stampata (1).
Persino “US Today” ne prende atto, informando che il debito pro-capite sfora la cifra stratosferica di 473000 dollari (2). Oro, gas, petrolio ed argento aumentano di valore proprio a causa della debolezza del biglietto verde. O viceversa.

Bush è alle prese con una economia capace di importare circa il doppio di quel che produce, con un debito estero e interno da primato-Guiness e spese militari faraoniche (è una metafora, gli egizi spendevano infinitamente meno).
Attualmente la merce più esportata dagli Stati Uniti sono i dollari. Oltre alla circolazione interna, è il mezzo di scambio pressocchè obbligatorio per accedere al petrolio ed alle altre materie prime e, fino a qualche anno fa, indispensabile per le riserve delle Banche centrali. Dacchè Nixon sostituì il dollaro all’oro, non solo le divise nazionali, ma anche tutte le riserve degli Stati-nazioni e delle città-Stato sono nelle mani della Federal Reserve.
I prestiti internazionali del FMI e della Banca Mondiale sono in dollari, e su questa mole gigantesca del debito globale gravano non solo i diritti del “signoraggio”, ma i ben più sostanziosi tassi di interesse stabiliti unilateralmente e insidacabilmente da Washington.
Insomma, è meraviglioso indebitarsi con una moneta autoprodotta. Cionondimeno sta diventando più problematico continuare a ripianare i deficit attingendo a questa fonte.

Poichè gli Stati Uniti hanno cessato di essere i primi esportatori del pianeta, trasformandosi in importatori assoluti e netti, è insostenibile per i produttori di materie prime -e per gli esportatori in generale- persistere con la quotazione in dollari, se non aumentando continuamente i prezzi. Nel luglio del 2002, i paesi del Golfo persero 97 miliardi di dollari a causa della rivalutazione dell’euro.

Al pettine del mercato energetico sono arrivati una serie di nodi insolvibili di natura geologica, ecologica, geopolitica e finanziaria. Gli effetti negativi sono accentuati dalla famelica logica neoliberista che premia l’azzardo di chi scommette sui “barili di carta” borsistici, rispetto a chi estrae, trasporta e raffina i barili veri. Mai come oggi risulta azzeccata la metafora di chi definì il petrolio come “escremento del diavolo”.
Il caro-petrolio finirà per danneggiare indistintamente tutti, salvo gli immensamente ricchi e gli estremamente poveri, quelli rimasti alla trazione animale e all’economia di sussistenza.

Il “Brent” del Mare del nord rappresenta lo 0,4% del mercato mondiale, vale a dire 350000 barili scarsi al giorno. Nella realtà capovolta del mercato finanziario, invece, il “Brent” determina il prezzo del 60% del petrolio prodotto e scambiato nel mondo. Nella fantascienza dei “future” esiste una quantità di “brent-carta” 1250 volte la reale produzione quotidiana.
E’insostenibile la credibilità di un mercato retto dal duopolio Nymex-IPE, ormai giunto all’anomalia senza precedenti di rappresentare 5 volte l’effettiva produzione di petrolio e derivati .

L’unione tra tutti i paesi produttori sembra essere l’unica alternativa all’usura parassitaria della petrocrazia finanziaria basata sul dollaro. In tal senso va visto l’accordo che la Cina ha recentemente stipulato con l’Iran: 70 miliardi di dollari per le forniture dei prossimi 25 anni. Non è noto, ma è da escludere che la transazione sarà regolata con i biglietti verdi. Questo contratto rafforza il progetto iraniano di dar vita ad una nuova Borsa energetica.
In questa stessa direzione marcia il progetto Petrosud lanciato dal Venezuela, a cui aderiscono Argentina, Brasile, Bolivia: un accordo che cerca di mantenere fuori dal gioco le multinazionali e la petrocrazia finanziaria, stabilendo un nesso diretto tra i produttori e paesi consumatori.
Il Paraguay, per esempio, paga una fattura esorbitante perchè le petroliere che risalgono il Rio della Plata pretendono un noleggio ingiustificato, sproporzionato rispetto al valore della merce trasportata.

Jeremy Rifkin che, tra le altre cose, è consulente per l’energia della Commissione Europea, descrive in questi termini la situazione poco invidiabile che dovrà affrontare Bush quando -e se- si renderà conto che l’avventura coloniale iraqena è un salto nel buio. In questa fase iniziale, la fattura mensile della guerra oscilla tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, interamente a suo carico.
“Aumenta il prezzo del barile perchè il dollaro vale meno, siccome il dollaro si deprezza gli Stati Uniti stanno peggio, quindi il governo taglia le tasse affinchè possiamo disporre di più soldi.
Però questo fa aumentare il deficit fiscale, e alla fine chi investe si allontana dal dollaro perchè il debito pubblico è troppo alto. Per mettere un freno e attrarre più capitali non resta che aumentare i tassi di interesse ma, a sua volta, questo torna a frenare l’economia e a debilitare il dollaro...”(3).
Il labirinto della solitudine del Comandante in capo degli Stati Uniti: può risolvere manu militari problemi di questa indole o finirà per aggravarli?

Per il momento sono in aumento i sintomi di rigetto della centralità del dollaro, che testimoniano la ricerca di alternative alla sua decrescente affidabilità.
La Cina, che da 15 anni mantiene segreto l’ammontare delle sue riserve auree, ha autorizzato ai suoi cittadini il libero accesso all’oro. Si prevede un totale di 1750 tonnellate d’oro che triplicherebbe la domanda globale, con una conseguente rivalutazione del metallo.
L’Argentina di Kirchner ha appena comprato 55 tonnellate d’oro destinate alla propria riserva, suscitando le ire dei fabbricanti e commercianti di dollari. Il Venezuela, per diminure il tasso di dollarizzazione della propria economia, negli ultimi due anni ha firmato contratti con 13 paesi per la vendita di petrolio e derivati a cambio di manufatti, tecnologie o prodotti agro-pecuari. Non si tratta di bizantini sofismi monetaristi, vicini al portafoglio dei potenti e lontani dal cuore di tutti gli altri. Al contrario, sono questioni che fanno scorrere sangue e, a volte, decidono la sorte degli imperi.

Infatti, il 30 ottobre del 2002, l’ONU autorizza l’Iraq a vendere il petrolio quotandolo in euro. Il primo dicembre dello stesso anno, la Corea del nord adotta l’euro per il suo commercio internazionale. Conosciamo i drammatici avvenimenti posteriori: anatemi contro “l’Asse del Male” e guerra di invasione.

Il blocco capitalistico europeo riceve il 30% del petrolio iraniano, è il cliente più importante dell’OPEC, mentre il 41% del gas che consuma arriva dalla Russia, idem per un altro 21% di petrolio.
E’ concepibile che tutti questi scambi avvengano sotto l’imperio della dura lex del Nymex-IPE? L’euro è una moneta destinata solo al salvadanaio? O ambisce ad essere uno strumento per accedere vantaggiosamente, perlomeno, ai mercati che suppliscono la totale dipendenza energetica?
Per di più, i paesi produttori di petrolio dell’OPEC (Venezuela, Algeria, Libia, Arabia Saudita, Emirati, Iran e Indonesia + l’Iraq ora messo in aspettativa) acquistano il 40% delle loro importazioni in Europa. I russi e i cinesi, invece, hanno giudiziosamente escluso i dollari dai loro scambi commerciali, per di più concordando la smilitarizzazione della frontiera comune, e spostato così 28 divisioni in altri teatri di operazione.

L’Europa, dopo essere stata ridotta a mera “espressione geografica” nel 1945, e obbligata ad adottare l’identità posticcia di un non meglio precisato “occidente”, riconquistò faticosamente una prima sovranità da “mercato comune”, avvantaggiandosi abilmente con le contraddizioni del mondo bipolare.
Ha pagato il prezzo della sconfitta-invasione con l’intruppamento in una alleanza militare asimmetrica, in cui la scala gerarchica è unidirezionale: nessun esercito europeo può agire senza l’assenso del Pentagono, salvo la Francia.
Il piombo nelle ali europe, storicamente è il divisionismo continentale fomentato dalle isole a nord della Manica. Tuttora vigente nella forma subdola di cavallo di Troia degli Stati Uniti, ormai privi dell’esclusiva di unico Stato-continente che si stagliava tra i due oceani.

Il recente approdo alla moneta unica sembra ancorato, ancora una volta, ad una forma di “sovranità limitata”. Il cavallo di Troia difende gli interessi domestici del titolo IPE e della Borsa di Londra, è nemico dichiarato di un euro che contribuisca a ridisegnare il mercato energetico, e che possa ridurre l’abisso con i paesi produttori ed intaccare lo strapotere del duopolio Nymex-IPE.

Al contrario, la destra riciclata, ormai dimentica di qualsiasi nazionalismo - ed una sinistra ignuda di identità dopo lo streap-teas intergrale postMuro - sacrificano sull’altare “occidentale” gli interessi materiali del blocco europeo. La destra, spronata dai vassalli del Tamigi (ormai fanteria ideologica del Likud), soffia sul fuoco della guerra attizzando l’odio contro gli arabi e l’inimicizia con la Russia, nel mentre la sinistra tergiversa e cincischia.

L’Europa non ha nessun bisogno di guerre. Se toglie il paraocchi che la costringe a guardare unicamente verso ovest, si renderebbe conto che i russi e gli arabi hanno tutto quel che gli manca: materie prime, energia e grandi spazi di coperazione. Bush e il suo fido scudiere londinese fanno la guerra proprio per scongiurare questa possibilità. L’Eurasia , e un suo segno monetario pienamente sovrano, è l’incubo che li affligge.

I governi che si compiacciono della pseudo-identità “occidentale”, contrapposta a quella europea, sul piano interno sono quelli più impegnati a smantellare l’eredità storica di un capitalismo temperato dallo Stato sociale. Si affannano per essere il fratello siamese del blocco concorrente d’oltre Atlantico, tacendo e occultando ingiusticatamente la guerra commerciale in atto. Peggio degli struzzi, agguantano stoicamente tutti i protezionismi a stelle strisciate, non limitati al solo acciaio. Remissività con i potenti, superbia e tracotanza con i i deboli del mondo periferico.
Per essere più liberisti dei manuali universitari, finiscono per applicare alla lettera i discorsi di Washington che, si badi bene, sono ben diversi dalla politica concreta che applicano all’interno. Sono arrivati a polverizzare quei benefici sociali che rendevano peculiare il sistema europeo, liquidandone anche i rispettivi vantaggi comparativi e competitivi.

L’evoluzione della guerra coloniale iraqena schiarirà l’orizzonte e si definiranno molte questioni: il destino dell’unipolarismo e l’emergere alla superficie dei blocchi che conformano le attuali tendenze multipolari. La schizofrenica Unione Europea, tale grazie all’esorbitante ruolo dei tecnocrati e banchieri di Bruxelles, difenderebbe meglio i propri interessi reali qualora ricordasse che esiste anche il sud mediterraneo africano, l’oriente vicino degli arabi e quello più lontano russo-cinese.

Quanto al Regno insulare, giova ricordare che l’esito vittorioso nel secondo conflitto mondiale, non impedì che dopo appena un triennio perdesse l’India, e una quindicina d’anni dopo arrivò la giusta decolonizzazione. Good by impero, ovvero, come perdere vincendo.

“Occidente” -e non manca chi vi include comicamente persino il Giappone- è una invenzione geo-politica che è stata funzionale all’ascesa dello Stato-continente nordamericano.
Ad ovest non esiste un’America, ma le Americhe, e in quella meridionale -dove il sistema bancario è ormai spagnolo- grazie anche ai severi postumi della libera sperimentazione neoliberista, si è consolidato un polo regionale. Imperniato attorno al Brasile, vanta una notevole abbondanza di materie prime, idrocarburi, biodiversità ed invidiabili risorse idriche, che oltrepassano le necessità dello sviluppo interno di una comunità di 240 milioni di persone.

Questo blocco regionale ha ricevuto impulso dalle devastazioni neoliberiste, ed è pertanto concepito come necessità di una barriera contro lo storico invasore-predatore (ad ampio spettro di azione) del nord. Barriera contro le sue politiche commerciali, finanziarie, culturali e militari.
I saggi di Bruxelles decideranno se è conveniente ripetere la politica dell’assenza e del “vuoto spinto”, ottenendo il bis messicano, completamente perduto per l’UE dopo l’adesione al trattato di libero commercio con gli Stati Uniti.

L’incedere degli accadimenti marca lo scorrere del tempo che ci separa dall’orrore di Hiroshima, battesimo di un dominio fondato sul ricatto atomico. Oggi, il trattato di non proliferazione, purtroppo, è poco più di un sofisma usato dall’aristocrazia nucleare a difesa del suo vantaggio strategico.
All’Iran, circondato da 5 potenze nucleari -Cina, Russia, Pakistan, India e Israele- nessuno può razionalmente impedire di disporre delle centrali nucleari necessarie al suo sviluppo e alla funzione che svolge nell’economia internazionale.
Soprattutto coloro che non hanno mosso un dito contro le atomiche pakistane e israeliane. Sharon può bombardare gli impianti nucleari ma deve soppesare la ritorsione iraniana, forte di missili con 2000 chilometri di gettata e, soprattutto, dell’influenza decisiva che esercita nel sud sciita iraqeno.
Persino il Brasile non vuole aprire l’uscio dei propri reattori nucleari a chi vorrebbe mettere il naso in nome di una “non proliferazione” a senso unico. E lo fa per tutelare la propria innovativa tecnologia.

In questi giorni, il Presidente cinese Hu Jintao è stato in Brasile, per una lunga visita che vara relazioni che Lula non ha esitato a definire come “....alleanza strategica, modello delle relazioni sud-sud”. L’altra tappa è l’Argentina (4) e infine Cuba.
La Cina si impegnerà in progetti a lungo termine nel settore energetico, costruzione, ferroviario, tessile e agricolo: investirà 100 miliardi di dollari nei prossimi otto anni. Il Presidente Chavez è atteso a Pechino in dicembre.

Come si vede, non si sono solamente infiltrati nel “cortile” continentale del dollaro, sono entrati addirittura in cucina. E’ un trascendentale segno dei tempi. D’altronde le banche asiatiche, non per nulla, dispongono di riserve monetarie sei volte superiori a quelle del rintronato FMI, vittima dell’avarizia usuraia e potenziale ostaggio dei suoi macro-debitori. E quando qualcuno offre condizioni migliori, e non pretende dettare la politica economica altrui, nessuno si tira indietro.

Note.
(1) A. Jalife, www.redvoltaire.net/article2357html
(2) “US Today”, Dennis Gauchon e John Waggoner, 5 ottobre 2004
(3) J. Rifkin, rivista Quantum, n. 38, Caracas
(4) F. Martin, “Argentina fortalece comercio con China...”, Word Data
Service

Tito Pulsinelli, collaboratore di Radio Onda d’URTO di Brescia.

E-mail alla redazione: info@selvas.org

http://www.selvas.org/newsAN0604.htm