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Impero e i suoi tranelli : Toni Negri e la sconcertante traettoria dell’operaismo italiano

mercoledì 22 dicembre 2004


di Claudio Albertani

Baudelaire definiva gli autori di trattati che esponevano l’arte di diventare ricchi, sapienti e eccellenti nel ruolo di "imprenditori di felicità pubblica". Mi sembra che la definizione possa perfettamente applicarsi agli autori di Impero, i quali ci assicurano avere risposte soddisfacenti alle grandi questioni del nostro tempo (1). Presentato come la bibbia del movimento anti-globalizzazione, il libro è stato oggetto di una campagna pubblicitaria di grande ampiezza, all’inizio negli Stati Uniti (2000), poi in Francia e, infine, in Italia e nel resto del mondo. Col beneficio di un vero e proprio successo internazionale (mezzo milione di copie vendute ad oggi), tradotto in numerose lingue, tra cui il cinese e l’arabo, Impero è stato considerato dalla stampa americana ed europea come un contributo di prim’ordine alla comprensione del nuovo ordine mondiale. Il quotidiano neo-conservatore The New York Times non ha esitato a definirlo come l’«opera più importante di quest’ultimo decennio», cosa che non manca d’ironia se si considera che i suoi autori si ritengono dei radicali e si proponevano di fare, niente meno, un’attualizzazione del Manifesto del partito comunista. In America latina, all’opposto, le reazioni sono state più tiepide e talvolta decisamente ostili, seppure, come si vedrà più avanti, per cattive ragioni.

Una vernice nuova per una vecchia ideologia

Precisiamo subito che Impero non ha nulla del manifesto e, ancora meno, è un manuale per attivisti. E’ un libro lungo e pieno di concetti oscuri come bio-potere, comando globale, sovranità imperiale, auto-valorizzazione, deterritorializzazione, produzione immateriale, ibridazione, moltitudine, e molti altri di difficile comprensione per lettori non iniziati. Una piena comprensione del libro richiede una certa familiarità con diverse scuole di pensiero: il post-strutturalismo francese, le teorie sociologiche nord-americane e, come si è visto, l’operaismo italiano. A tutto questo conviene aggiungere, oltre la migliore buona volontà del mondo, una certa conoscenza della filosofia politica, da Aristotele a John Rawls, passando per Polibio, Machiavelli e Carl Schmitt. Io devo confessare che, nel mio caso, leggere l’opera per intero mi è costato qualche mese di sforzi, comprese le pause necessarie.
Secondo i suoi autori, Impero si presta a letture multiple: i lettori possono procedere dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio o, ancora, per temi parziali, dividendo l’opera secondo i loro centri di interesse. Mi si permetta di aggiungere un suggerimento supplementare: la lettura per slogan o per parole chiave secondo l’elegante abitudine che è oggi il segno d’appartenenza a la nuova gauche o, più prosaicamente, l’aggiornamento intellettuale indispensabile per chi vuole fare bella figura nei salotti letterari alla moda.

Il libro pretende di esplorare la nuova configurazione del sistema capitalista indotta dalla mondializzazione neo-liberista e di rimettere in discussione le categorie fondamentali della politica legate alla modernità. Gli autori si situano nella tradizione marxista, benché essi ammettano, senza dirlo esplicitamente, che il marxismo-leninismo ortodosso ha cessato di essere pertinente. Tuttavia, se si deve salutare questa rinuncia ad una ideologia che ha servito così bene gli interessi del totalitarismo, come non stupirsi che manchi a questo libro non solamente un’analisi economica seria, ma ancora e soprattutto il punto di vista della critica dell’economia politica che è, ai miei occhi, la sola eredità vivente di questa stessa tradizione marxista.

E’ necessario notare, inoltre, che, mentre Impero consacra decine di pagine allo studio della Costituzione degli Stati Uniti, non contiene alcuna seria riflessione sulla Rivoluzione russa né sul leninismo. Eppure è chiaro oggi che il modello sovietico apre e chiude gli spazi rivoluzionari del XX° secolo. La sua sconfitta non è, d’altra parte senza rapporto col sorgere del nuovo ordine mondiale, che è proprio il tema dell’opera.

Il dibattito sulla tragedia delle rivoluzioni che si divorano da sé stesse non è più ripreso e non si trova alcun tentativo per giudicare nella sua giusta misura l’apporto delle correnti critiche del socialismo, tanto marxiste che libertarie, passate qui sotto il moggio. Nelle rare pagine dedicate alla caduta del blocco sovietico, gli autori si limitano a notare che la disciplina là "agonizzava" e affermano, niente meno, che non si era in presenza di società totalitarie ma di una dittatura burocratica (2).
Procediamo per ordine. Impero è stato scritto fra il 1994 e il 1997, cioè dopo l’inizio della rivolta zapatista e prima della battaglia di Seattle. Terminato il libro, Negri, dirigente politico della sinistra extraparlamentare degli anni ’70, professore d’università, autore di voluminosi trattati su Marx e Spinoza, si consegna, dopo 14 anni di esilio in Francia, alla giustizia italiana per rispondere di reali in rapporto alla lotta armata. Dopo qualche mese egli viene assegnato alla residenza sorvegliata nel suo appartamento romano dove lavora al tomo II di Impero. Hardt, invece, è un professore di letteratura dell’Università di Duke, nella Carolina del Nord. Ignoro quale sia il suo percorso e non mi propngo dunque di analizzare qui quale sia il suo contributo.

Poiché ci troviamo in presenza di un libro di enormi ambizioni, conviene innanzitutto domandarsi in che questo potrà aiutarci ad una migliore comprensione del mondo attuale. La mia risposta è: ben poco per la verità. La sua tesi principale, enunciata dalle prime righe e costantemente ripresa, in modo ossessivo, è la seguente: con il sorgere della mondializzazione e la crisi dello Stato-nazione, compaiono nuove forme di sovranità e un sistema sociale inedito, l’Impero, di cui è necessario mettere in luce le caratteristiche.

I nostri autori spiegano che gli Stati Uniti occupano un posto importante ma non centrale, per la semplice ragione che l’Impero non ha centro. Ci sarebbe dunque un Impero senza imperialismo oppure non si tratterà in questa circostanza di una illusione che essi condividono con il pensiero neo-conservatore?

L’Impero, ci dicono, è un non-luogo senza confini, decentralizzato e "deterritorializzato", che si appropria della totalità della vita sociale. Nessuna frontiera può limitare il suo potere poiché esso è: "un ordine che, sospendendo la storia, cristallizza l’ordine attuale delle cose per l’eternità" (3).

Ciò che deriva da tali affermazioni è che l’Impero non coincide con il sistema imperialista degli Stati sovrani in competizione tra loro. A differenza di questo non ha né centro né periferia e neppure un "dentro" e un "fuori" e questo implica che non si possa più parlare delle vecchie divisioni fra Primo e Terzo Mondo o di guerre imperialiste. Se Negri e Hardt ammettono l’esistenza di contraddizioni interimperialiste, sostengono però che queste non sono riconducibili ai meccanismi classici.

Che ne è, allora, delle classi sociali? Nell’Impero non c’è più proletariato e nemmeno contadini (4). Esiste, invece, un nuovo, e misterioso, soggetto rivoluzionario: la moltitudine (al singolare, come lo Spirito santo), di cui gli autori celebrano l’esistenza fin dall’inizio, senza curarsi di precisare di che cosa esattamente si tratti. Una volta letto questo preambolo, diverse scelte si offrono al lettore critico. Si può certamente rinunciare ad attaccare un testo così astruso, ma ci si può anche armare di pazienza e passare al vaglio il contenuto delle 470 pagine (senza contare le circa 40 pagine di note) che seguono l’introduzione. E’ quello che ha fatto Atilio Boron che, prostrato dalle stravaganze di Negri e Hardt ha dedicato loro un libro intero (5). Tuttavia se questa scelta ha il merito di mettere a disposizione del lettore un inventario fitto, sebbene non esaustivo, delle scempiaggini del libro, Boron sbaglia quando qualifica gli autori come post-moderni, allorché, in verità, se essi attingono concetti da Foucault (bio-potere, bio-politica) o da Deleuze (deterritorializzazione, nomadismo) la loro argomentazione è direttamente tributaria di quello che si è chiamato operaismo italiano, una corrente alla quale Negri aderì negli anni ’60 e che non ha mai rinnegato.

La riflessione degli autori dell’opera non procede né dal desiderio di rimettere in causa le "grandi narrazioni" né da una sensibilità post-moderna, "attenta alla singolarità degli eventi" (6) ma innanzi tutto da una vorace e totalizzatrice volontà hegeliana: ugualmente dalla modernità e dalla post-modernità, gli autori si situano infatti in una sorta di etere teorico "post-marxista" (7).

E’ per questo che, piuttosto che riprendere punto per punto le tesi del libro - talvolta francamente deliranti, la critica può scegliere un’altra via e optare per la ricerca delle origini del quadro nel quale esse si inscrivono. Il tentativo è tutt’altro che ozioso in quanto, dopo gli Stati Uniti e l’Europa, l’arsenale ideologico di Negri e Hardt è in via di invadere l’America latina. Dal nostro punto di vista non si può comprendere Impero se non si conoscono, almeno nei tratti più significativi, le forze e le debolezze dell’operaismo italiano.

In tempi che sono ormai lontani, questa corrente ha apportato un contributo innegabile alla ricostruzione della pratica rivoluzionaria e del pensiero critico. La sua intepretazione del marxismo ha segnato un’epoca di conflitto sociale in Italia, ma c’è una grande confusione per quanto riguarda la sua natura più profonda. Nella letteratura di lingua spagnola, per esempio, si parla di "marxismo autonomista" e in inglese di "autonomist marxism" (8), termini che evocano l’idea di una rivendicazione della "autonomia" dei movimenti sociali verso organizzazioni e partiti politici, che, per quanto riguarda Toni Negri e Mario Tronti - i due esponenti più conosciuti di questa corrente fuori d’Italia - è lontana dalla verità.

C’era una volta la classe operaia

La corrente marxista che è conosciuta in Italia sotto il nome di operaismo è nata negli anni ’60 attorno alle riviste Quaderni Rossi e Classe operaia. Tra i collaboratori più importanti c’erano Raniero Panzieri, Romano Alquati, Mario Tronti, Sergio Bologna, Alberto Asor Rosa, Gianfranco Faina e lo stesso Toni Negri (9). All’epoca l’Italia viveva la fine del capitalismo agrario e del miracolo economico. Erano gli anni oscuri della guerra fredda e il paese subiva la duplice ingerenza degli Stati Uniti e di Mosca. Dietro una facciata minacciosa, il PCI accettava di buon grado le regole del gioco che implicavano il suo allontanamento permanente dal potere centrale in cambio di una parte (ridotta) di potere locale.

La figura dominante nelle lotte sociali era quella dell’operaio professionale, vale a dire quella di un lavoratore che esercita ancora un certo controllo sul processo produttivo, che possiede un bagaglio importante di conoscenze tecniche e che è cosciente di poter amministrare l’impresa meglio del padrone. Si aveva a che fare, nelloccasione, con lavoratori dotati di una forte memoria storica e di una coscienza antifascista molto marcata, che dichiaravano orgogliosamente di "appartenere alla nazione operaia" (10).

Le cose non tardarono a cambiare. La fuga dalle campagne, il decollo industriale, la crescita del settore terziario e la diffusione dei consumi di massa, tutto questo modificò profondamente la struttura sociale del paese. L’esistenza di settori operai non qualificati non era certo una cosa nuova, ma in quel momento le industrie del nord ebbero un bisogno crescente di manodopera a buon mercato al fine di dare un impulso allo sviluppo del settore automobilistico e petrolchimico. Il ciclo produttivo fu parcellizzato e, con la diffusione della catena di montaggio, si costituì una nuova generazione di giovani immigrati dal sud, che non avevano né cultura politica, né i valori della Resistenza. Essi vivevano una situazione particolarmente difficile, perché la società locale non li accettava e i sindacati non si fidavano di loro. Nondimeno, essi stavano per diventare gli attori di importanti movimenti di protesta sociale.

La riflessione di Quaderni Rossi, il cui primo numero uscì nel 1961, fu consacrato all’analisi di questa nuova e complessa realtà. La rivista era editata a Torino, centro nevralgico della FIAT e delle inedite forme di organizzazione del lavoro. Il suo direttore, Raniero Panzieri, era un ex-dirigente del Partito socialista, di tendenze luxemburghiane, che manteneva rapporti con la sinistra internazionale non-stalinista. Qualche anno prima, nelle polemiche Tesi sul controllo operaio, egli aveva difeso l’idea di una democrazia operaia di base e sostenuto che "il partito, concepito all’inizio come strumento di classe diventa, alla fine, lui stesso uno strumento per l’elezione dei deputati e un elemento di conservazione" (11).
Panzieri voleva emancipare il marxismo dal controllo dei partiti politici e assumere "un punto di vista operaio", realizzando Marx a partire dalla lotta di classe (12). Egli concentrava la sua attenzione sulla pianificazione, e interpretava il capitale come potere sociale e non più solamente come proprietà privata dei mezzi di produzione. Intervenendo direttamente nella produzione, lo Stato non era più solamente il garante, ma l’organizzatore dello sfruttamento.

Nella quarta sezione del tomo I del Capitale, egli trovò i concetti di "comando capitalista", di "operaio sociale" ("trabajador colectivo", nella traduzione spagnola che ho consultato (13)) e di "antagonismo" che sono rimasti in seguito dei referenti teorici inevitabili dell’operaismo. Panzieri fu, soprattutto, uno dei primi a studiare opere di Marx fino ad allora praticamente sconosciute, come i Grundrisse (in particolare il passaggio sulle macchine) e il VI capitolo (inedito) del Capitale, recuperando il concetto fondamentale di "critica dell’economia politica" e le categorie di "sussunzione formale" e "reale" del lavoro al capitale (14).
Mentre la sinistra ufficiale si impantanava nell’ideologia dello sviluppo, Panzieri studiava l’intreccio fra la tecnologia e il potere e ciò lo conduceva all’idea che l’incorporazione della scienza nel processo produttivo è un momento chiave del dispotismo capitalista e dell’organizzazione dello Stato.

In tal modo, Panzieri realizzava un’inversione del marxismo ortodosso - una vera rivoluzione copernicana - e apriva la strada alla critica delle ideologie sociologiche, principalmente della teoria dell’organizzazione, che egli intepretava come delle tecniche destinate a neutralizzare le lotte operaie (15). Ben più di altri, questo autore prematuramente scomparso (morì nel 1964) ha tentato di costruire un pensiero politico distinto dal pensiero comunista, emancipandosi dallo schema di "intelletuale organico", dove l’intellettuale è molto meno l’espressione organica della classe operaia che del solo partito.

Un altro dei personaggi più importanti di questa prima fase fu Romano Alquati, che iniziò a condurre delle inchieste empiriche nelle officine, ricorrendo al metodo della "inchiesta partecipativa" (conricerca), la quale implicava un rapporto tra uguali tra il soggetto e l’oggetto della ricerca - tra intellettuale e operaio - in vista di una liberazione comune.

Alquati battezza col nome "operaio massa" il nuovo soggetto politico: i lavoratori immigrati non qualificati e totalmente separati dai mezzi di produzione, i quali sono sulla via di soppiantare l’operaio professionale. L’operaio massa era la concretizzazione di tre fenomeni paralleli: 1) il fordismo, vale a dire la produzione di massa e la rivoluzione del mercato; 2) il taylorismo, ovvero l’organizzazione scientifica del lavoro e la catena di montaggio; 3) il keynesismo, cioè le politiche capitaliste di ampia portata del Welfare state. L’insieme di queste misure esprimeva la risposta del capitale agli operai pronti a "l’assalto al cielo" nel corso degli anni ’20-’30 del XX° secolo.

Gli operaisti pensavano che, in Italia come altrove, le grandi trasformazioni fordiste fossero già arrivate a completamento e si era in vista del "rifiuto del lavoro", ovvero dell’alienazione totale dell’operaio nei riguardi dei mezzi di produzione che sfociava nell’assenteismo e in una rimessa in questione più radicale del meccanismo dello sfruttamento.

Da questo punto di vista, la storia della classe operaia appariva come un formidabile romanzo epico, dove le grandi trasformazioni produttove, dalla rivoluzione industriale fino all’automazione, sembravano promettere la realizzazione progressiva del più vecchio sogno dell’umanità: liberarsi della fatica del lavoro.

Un tale approccio si scostava radicalmente dall’etica del lavoro che era il cavallo di battaglia del PCI. Così Sergio Bologna: "Quaderni Rossi ha macinato l’egemonia sulle presse di Mirafiori" che era un modo elegante di dire che la rivista si allontanava dal pensiero del fondatore del partito, Antonio Gramsci (16).
Secondo me, il rapporto degli operaisti con Gramsci è più complesso di quanto non appaia: se essi non approvano lo storicismo di quest’ultimo (Tronti e Asor Rosa, per esempio, erano stati allievi di Galvano Della Volpe, un anti-gramsciano convinto) apprezzavano tuttavia le note su "Americanismo e fordismo", dove Gramsci presentava la transizione verso nuove forme di dominio capitalista. Come Gramsci, essi seguivano attentamente le trasformazioni del capitalismo americano: "in America, scriveva Gramsci, la razionalizzazione ha determinato la necessità di elaborare un nuovo tipo umano conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo" (17).

Ben presto, gli operaisti ebbero la certezza che il fenomeno dell’emigrazione interna tendeva a rendere effimeri gli antichi disequilibri tra nord e sud, centro delle preoccupazioni di Gramsci. E questo non perché il capitalismo italiano li avrebbe soppressi ma, al contrario, perché la "questione meridionale" era in via di estendersi all’intero paese, in particolare nelle fabbriche del nord, dove si accumulava la rabbia di questo nuovo proletariato.

Uno dei successi di questi autori fu l’elaborazione del concetto di "composizione di classe". Allo stesso modo che, per Marx, la composizione organica del capitale esprime una sintesi tra composizione tecnica e valore, per gli operaisti la composizione di classe mette l’accento sul legame fra tratti tecnici oggettivi e tratti politici soggettivi, La sintesi tra i due aspetti determina il potenziale sovversivo delle lotte, e questo permette di dividere la storia in periodi, ciscune dei quali è caratterizzato dalla presenza di una figura "dinamica".

Ogni volta, il capitale risponde ad una certa composizione di classe con una ristrutturazione alla quale succede una ricomposizione politica della classe, ovvero con il sorgere di una nuova figura "dinamica" (18). Allo stesso modo, le differenti espressioni di questa ricomposizione favoriscono una "circolazione delle lotte".
Nell’estate del 1960, si era potuta osservare una prima manifestazione di questa nuova composizione quando, in occasione di un Congresso dell’M.S.I. (che appoggiava allora un governo di centro-destra) che avrebbe dovuto tenersi a Genova, una serie di violente manifestazioni aveva scosso la città e anche altre località d’Italia. Ci furono diversi morti, quasi tutti giovani, e la stampa aveva parlato, con tono di diprezzo, di "una ribellione di teddy-boys" (secondo l’espressione allora di moda). Di converso, in una cronaca scritta da un autore vicino all’operaismo, noi leggiamo che "i fatti di luglio sono la manifestazione di classe di questa nuova generazione cresciuta nel clima del dopoguerra. [...] Una generazione situata fuori dai partiti" (19).

Nel 1962, esplode la questione FIAT. Scaduto il contratto di lavoro del settore, l’azienda si trova al centro di un grave conflitto sindacale che sfocia negli scontri di Piazza Statuto (7, 8 e 9 luglio). Accusati di aver firmato contratti-spazzatura i sindacati ufficiali furono scavalcati da decine di migliaia di operai in sciopero che scatenarono una vera e propria rivolta urbana. La polizia non poté riprendere Piazza Statuto che dopo tre giorni di scontri e dopo aver ricevuto rinforzi da altre città. I protagonisti dei fatti furono, ancora una volta, giovani meridionali.
Il PCI prese immediatamente posizione, denunciando gli insorti come "provocatori fascisti". Era l’inizio di una nuova fase nella storia italiana: a mano a mano che apparivano nuove pratiche di scontro di classe, aumentava la distanza fra la sinistra storica e i movimenti contestatari.

La discussione fu molto vivace all’interno di Quaderni Rossi e sfociò, nel 1963, in una prima rottura. Se tutti erano d’accordo sulla potenzialità rivoluzionaria della nuova situazione, esistevano serie differenze sull’atteggiamento da adottare. Se Panzieri optava per la prudenza, Tronti, Alquati, Negri, Bologna, Asor Rosa e Faina volevano passare all’azione. Nel 1964, questi ultimi fondarono Classe Operaia, "periodico politico degli operai in lotta". Il gruppo si proponeva non solo di contribuire alla ricerca teorica, ma anche di consolidare le rete di relazioni e di contatti stabiliti gli anni precedenti (20).

I paradossi di Mario Tronti

Firmato dal suo direttore, Mario Tronti, l’editoriale del primo numero di Classe operaia, "Lenin in Inghilterra", indicava la strada da seguire: "Un’epoca nuova della lotta di classe sta per aprirsi. Gli operai l’hanno imposta ai capitalisti con la violenza oggettiva della loro forza di fabbrica organizzata. [...] l’attuale particolare situazione politica della classe operaia guida e impone un certo tipo di sviluppo del capitale. [...] Un nuovo inizio è necessario" (21).

Pensatore discusso e paradossale, Tronti era convinto che la recente intensificazione delle lotte operaie apriva la via a una trasformazione rivoluzionaria. Ma, invece di affidarsi alla spontaneità delle masse, come Panzieri, egli credeva piuttosto all’intervento del partito. Le sue idee troveranno una sistemazione definitiva nel 1966, con la pubblicazione di Operai e Capitale, un libro pieno di intuizioni brillanti e di immagini suggestive, che condensa gli splendori e le miserie della seconda stagione dell’operaismo.

Mentre, i neo-marxisti si perdevano in interminabili discussioni sulle teorie della crisi e del crolo del capitalismo a causa delle sue proprie contraddizioni, Tronti poneva la centralità politica della classe operaia, metteva l’accento sul fattore soggettivo e proponeva un’analisi dinamica delle relazioni di classe. La fabbrica non era più il luogo del dominio capitalista ma il cuore stesso dell’antagonismo.
Il suo approccio andava in direzione opposta rispetto alla tradizione riformista: la lotta per il salario era considerata una lotta immediatamente rivoluzionaria nel momento in cui perveniva a peigare il potere del capitale. La crisi non era più tanto il prodotto di astratte contraddizioni quanto la conseguenza della capacità operaia di strappare profitto al capitale.

Il discorso di Tronti si concentra sulle tendenze, cosa che diventerà una costante nel pensiero operaista: si trattava di costruire un modello teorico che permettesse di anticipare il corso delle cose. Perciò era necessario mettere "Marx a Detroit", ovvero studiare il comportamento del proletariato nei paesi più avanzati, dove il conflitto appare nella sua forma più pura.

Un tale approccio poteva apparire seducente, ma le conseguenze pratiche che se ne traevano erano francamente fallaci: "la tradizione di organizzazione degli operai americani è la più politica del mondo, perché la carica delle loro lotte annuncia è la più vicina alla sconfitta economica dell’avversario, la più prossima non alla conquista del potere per costruire nel vuoto un’altra società, ma all’esplosione del salario per rendere subalterno il capitale con i capitalisti in questa stessa società" (22).

Sconfiggere l’avversario? Negli Stati Uniti? No, precisava Tronti: ad ogni modo, "la lotta sindacale non può da sola uscire dal sistema. [...] Nessuno più di noi è disposto ad accettare oggi integralmente la tesi leninista: «La classe operaia nella sua lotta per il potere ha una sola arma: l’organizzazione»" (23).

Più interessante era l’analisi del rapporto tra fabbrica e società, secondo la quale al livello più alto di sviluppo capitalista, l’intera società diventava un’articolazione della produzione. In altri termini tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio a tutta la società (24).

Contro l’intepretazione secondo la quale l’esensione del settore terziario significava un indebolimento della classe operaia, Tronti sosteneva che, con la generalizzazione del lavoro salariato, un numero sempre crescente di persone erano in via di proletarizzazione, e questo non faceva che amplificare l’antagonismo in luogo di ridurlo.

Benché Operai e Capitale sia diventato un riferimento obbligatorio per i militanti del ’68, si può curiosamente notare come l’autore di quest’opera non abbia mai lasciato il PCI e che oggi egli resti membro del post-comunista PDS. Meglio ancora: da poco, Tronti ha spiegato che l’interpretazione gauchiste del suo libro è stata frutto di un errore. "Io non sono mai stato spontaneista. Ho sempre pensato che la coscienza politica doveva venire dall’esterno" (25).

Indipendentemente da queste opinioni, è chiaro che, negli anni ’60, Tronti e gli operaisti aprirono un fronte contro la tradizione nazional-popolare della sinistra italiana, che abbracciava non solamente la politica ma anche la cultura (filosofia, letteratura, cinema e scienze umane) e diedero una prima risposta alle teorie del "dominio totale" accettate da tutti, compresa la sinistra critica.

Quello che mi sembra più attuale in questo libro, è la critica del logos tecnico-produttivista, tanto marxista che liberale, e dell’idea - già presente in Panzieri - secondo la quale la conoscenza è in relazione con la lotta, e pertanto non è neutra ma partigiana (26).

Operai e capitale è rimasto come un serio tentativo di rinnovamento del marxismo, benché non abbia portato a nulla (27). Il suo "soggettivismo" esprime una ribellione contro l’oggettivismo del marxismo volgare e della stessa Scuola di Francoforte, Marcuse escluso. Tronti percepiva il "progetto" del capitale di controllare la società nella sua totalità, ma, alcontrario di Adorno, lo interpretava come una strategia per contenere la protesta operaia (28).

Il soggettivismo fu, nello stesso tempo, la fonte di numerosi errori. Il più grave è che Tronti pensava che la logica dello sviluppo capitalista non fosse l’estrazione del profitto, ma la combattività operaia. Un tale approccio lo allontanava da Panzieri e dal primo operaismo che concepiva il capitale e la classe operaia come due realtà antagoniste ugualmente "oggettive". Panzieri, inoltre, non commetteva l’errore di pensare che l’aumento dei salari potessa provocare la rottura del sistema (29).
Sebbene io non tenga particolarmente a rivendicare un "vero" marxismo, l’approccio di Tronti implica, evidentemente, una lettura parziale di Marx e, ancor peggio, una grossolana semplificazione della realtà.

Se è vero che Marx ha scritto che la lotta di classe è il motore della Storia, la sua analisi è centrata sulla relazione sociale tra due poli contraddittori: da un lato, il capitale come potenza sociale, lavoro "morto", oggettività pura, spirito del mondo, e, dall’altro, il lavoro "vivo", la classe operaia che, essendo parte fondamentale della relazione, è, nello stesso tempo, la sua negazione.

L’origine della contraddizione è nella duplice natura del lavoro operaio che è sia lavoro astratto, produttore di plusvalore, sia lavoro concreto produttore di valori d’uso. Il problema - aggiungeva Marx - è che "il valore non porta scritto in fronte quello che è" (30).

Secondo Marx, le antinomie tra "soggettivismo" e "oggettivismo" non potevano essere risolte nella teoria, ma solo nella prassi (31). Solo la produzione di un nuovo modo di produzione - la famosa negazione della negazione o espropriazione degli espropriatori - potevano pervenire a ciò.

In Tronti, all’opposto, c’è un’ipostatizzazione del polo soggettivo: "il capitale come funzione della classe operaia" (32). Questo lo conduceva a trasformare la classe operaia in qualcosa come il fondamento ontologico della realtà. La soggettività non era più la forza concreta di individui coscienti che si organizzavano per cambiare il mondo: Tronti la riconduceva ad una semplice categoria ermeneutica per la comprensione del capitalismo. Quanto alla negatività, era sparita nel nulla.

Conviene segnalare che, circa quarant’anni dopo, lo stesso schema è costantemente in opera in Impero. Qui, il soggettivismo estremo, la lettura della Storia a partire dalla "potenza" operaia, diventa puro delirio: "dalla manifattura alla grande industria, dal capitale finanziario alla ristrutturazione transnazionale del mercato sino alla globalizzazione, è sempre l’iniziativa organizzata della forza lavoro che determina la figure dello sviluppo capitalista". O ancora: "Siamo dunque giunti al momento, estremamente delicato, in cui la soggettività della lotta di classe trasforma l’imperialismo in Impero", è per questo che è necessario cogliere "la natura globale della lotta di classe proletaria e la sua capacità di anticipare e prefigurare la direzione dello sviluppo capitalistico verso la realizzazione del mercato mondiale" (33).

In questo passaggio, e in tanti altri simili, la dialettica operai-capitale - questa "grammatica della rivoluzione", secondo la magnifica espressione di Alexandre Herzen - svanisce nell’apologia di un presente senza contraddizioni. Se gli operai sono già oggi così forti e potenti, perché dovrebbero fare la rivoluzione?

Rotture

La principale funzione di Classe Operaia fu di dare impulso all’articolazione di diversi gruppi locali che lavoravano sulla questione operaia, in diversi luoghi del paese. Il gruppo nazionale, tuttavia, ebbe una vita breve perché si scioglie nel 1966 (34). Perché? Nel corso di una riunione tenuta a Firenze verso la fine del ’66, Tronti, Asor Rosa e Negri stesso si posero la questione dell’urgenza di una virata politica. Il tema centrale era la relazione classe-partito: la classe incarnava la strategia e il partito la tattica. C’era, nondimeno, un problema. Se la prima era molto cosciente del lavoro di demolizione che l’attendeva, il secondo era sul punto di perdere la bussola.

In queste condizioni, piuttosto che gettare olio sul fuoco delle proteste operaie, era
necessario fare dell’entrismo nei sindacati e, soprattutto, nel PCI. L’idea era quella di formare una sorta di direzione operaia al fine di farle giocare il ruolo di un "cuneo" (questa era l’espressione usata) nel Partito e moficare di colpo il suo equilibrio interno (35).

E’ bene notare che fino ad allora, l’operaismo era stato un laboratorio collettivo, una sorta di rete informale costituita da intellettuali, sindacalisti, studenti e rivoluzionari di varie tendenze che avevano in comune una sensisbilità anti-burocratica, e la scoperta di un nuovo mondo operaio in lotta.

E’ chiaro che, ad eccezione di Tronti, non si era affrontata direttamente la questione del leninismo. Si accettava il Lenin che aveva compreso la convergenza tra crisi economica, crisi politica e tendenza operaia all’autonomia, ma non si affrontava la questione del partito.

Una minoranza libertaria e altri militanti di Genova e Torino fra cui Gianfranco Faina e Riccardo d’Este non accetta la scelta in favore dell’entrismo. L’operaismo, come essi lo intendevano, era fondato sull’idea che le forze sovversive si raggruppassero fuori della logica dei partiti e dei sindacati ufficiali. Essi trovavano una fonte d’ispirazione nel comunismo dei consigli (36), negli anarchici spagnoli e in Amedeo Bordiga (37). Negli anni successivi, essi condivisero le posizioni libertarie del gruppo Socialisme ou Barbarie e dell’Internazionale situazionista, e ruppero definitivamente con la pretesa di "dirigere" il movimento (38).

Un’altra tendenza, il cui leader era Sergio Bologna, tentava di attenersi all’operaismo originale, ritornando al suo lavoro di formica all’interno della FIAT e di qualche fabbrica lombarda (39).

Dato che la virata annunciata non ebbe luogo, Tronti dovette riconoscere che non si era pervenuti a "realizzare il circolo virtuoso della lotta, dell’organizzazione (e non dell’autoorganizzazione) e della presa di possesso del terreno politico" (40).

In quel momento, tutta una serie di avvenimenti di grande importanza veniva a complicare il progetto di convertire il PCI all’operaismo (41). Nel 1968 la temperatura sociale in Italia iniziò a crescere fino a livelli preoccupanti. Fermenti culturali nuovi e sempre più intensi cominciarono a propagarsi. I problemi nazionali si intersecano con la situazione internazionale della fine anni ’60 (manifestazioni contro la guerra in Vietnam, Black Panthers, ecc.), inaugurando un periodo di grandi cambiamenti.

I primi ad entrare in movimento furono gli studenti che occuparono le principali università: Trento, Milano, Torino e Roma. Essi cominciarono col mettere in causa l’autoritarismo universitario, ma passarono presto alla critica del capitalismo, dello Stato, della patria, della religione, della famiglia, ecc. Essi manifestarono un disprezzo tutto particolare per i partiti di sinistra che accusavano di essere diventati degli ingranaggi fondamentali del regime.

Alla fine del ’68, e soprattutto nel ’69, quando le proteste operaie si intensificarono, il sistema entrò in crisi. La grande rottura sociale che altrove si era consumata in qualche mese, si prolungò in Italia per circa dieci anni, e qui risiede la sua singolarità.

Bisogna dire che questa esplosione di radicalità corroborava le ipotesi operaiste più audaci. La "strategia del rifiuto" era sul punto di realizzarsi. Tuttavia, Tronti affermò che non si era in presenza di una nuova epoca, ma piuttosto dell’ultimo slancio, e del più disperato, di un ciclo di lotte che toccava la sua fine.

E’ lecito oggi vedere innegabili elementi di verità in questo pessimismo, ma allora tutto era ancora in sospeso. All’improvviso, Tronti accordava allo Stato degli attributi che erano la negazione di tutto quello che aveva scritto fino ad allora. Non c’è più, precisava egli "autonomia, autosufficenza, autoriproduzione della crisi fuori dal sistema delle mediazioni politiche delle contraddizioni sociali". Traducendo in un linguaggio più chiaro, questo voleva dire che la lotta economica non può più essere politica e che la classe operaia, considerata fino ad allora come una forza antagonista, diventava la "sola razionalità dello Stato moderno"! (42).

La verità è che, agli occhi di Tronti, l’utopia aveva toccato la sua fine. E’ quello che egli sceglieva di chiamare "autonomia della politica", un’ideologia che ebbe una vita breve, benché accompagnasse l’evoluzione di una parte degli operaisti, il critico letterario Alberto Asor Rosa o il giovane germanista Massimo Cacciari, verso la carriera accademica e il PCI, dove furono accolti come dei pentiti. La credenza nell’esistenza di una sfera politica "pura" all’interno dello Stato servì ad altri per intraprendere una lunga marcia dentro le istituzioni.

Nel PCI si sviluppo un (breve) dibattito sull’opportunità di cavalcare la tigre del movimento, ma, alla fine, prevalsero le posizioni più conservatrici al punto che si andò all’esclusione del gruppo del Manifesto (Rossanda, Pintor, Magri).
Fu così che, in modo poco glorioso, si concluse il percorso di un settore dei "marxisti autonomi". E gli altri? La maggioranza di loro, tra cui Antonio Negri, videro nella nuova situazione la possibilità di intraprendere una politica rivoluzionaria fuori dei partiti di sinistra e anche contro di essi.

Nel 1969, si assistette alla moltiplicazione dei gruppi e dei gruppuscoli di estrema sinistra che si proponevano di riprodurre in Italia la strategia bolscevica (nelle sue differenti versioni: leninista, trotzkista, staliniana e maoista), ovvero creare un partito duro e puro mirante alla presa del potere. Gli operaisti fondarono Potere Operaio e Lotta Continua, formazioni che ugualmente gravitavano nell’orbita del marxismo-leninismo, benché non manifestassero una particolare simpatia per il modello sovietico, né, bisogna riconoscerlo per quello cinese.

Il progetto era irreale, ma le lotte erano vere, e a misura che i gruppi sovversivi guadagnavano terreno, lo Stato diventava sempre più aggressivo. La conclusione fu la "strategia della tensione", ovvero una serie di attentati e di assassinii compiuti dai servizi segreti tra il 1969 e il 1980, con la complicità dei governi che si succedettero. Non c’è il minimo dubbio - ed esistono decine di documenti per provarlo - che il primo a ricorrere al terrorismo fu lo Stato stesso e non i movimenti di estrema sinistra (43).

La storia di quegli avvenimenti tragici è fuori dagli obiettivi di questo studio (44), mi limito a segnalare i tre punti seguenti: 1) adottando nel 1974 la strategia del compromesso storico - la quale prevedeva, per i comunisti, di entrare al governo grazie ad una alleanza strategica con i democristiani - il PCI si sposta ancora di più verso destra, contribuendo anche a legittimare la criminalizzazione di ogni dissidenza; 2) questa evoluzione, come le stragi di Stato finirono per convincere un gran numero di militanti che la sola via praticabile era quella dello scontro armato e che era necessario un partito strutturato verticalmente, gerarchico e clandestino; 3) la lotta armata fu un errore dalle conseguenze incalcolabili, che trascinò il movimento verso uno scontro sanguinoso - e votato allo scacco - con lo Stato.

(continua)

Tepoztlán, Morelos, México. Novembre 2002 - gennaio 2003
(Trad. di Walker)

Note:

Michael Hardt/Antonio Negri, Empire, Harvard University Press, 2000. [Ed. italiana: Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002]

Impero, "L’agonia della disciplina sovietica", pp.259-262.

Impero, p.16.

M. Hardt, "Il tramonto del mondo contadino nell’Impero" in Posse. Politica. Filosofia. Moltitudini, Manifestolibri, maggio 2002.

Atilio A. Boron, Imperio. Imperialismo. Una lectura crítica de Michael Hardt y Antonio Negri, Buenos Aires, CLACSO, 2002.

Michel Foucault, Microfísica del poder, Ediciones de la Piqueta, 1978, p.7.

Negri e Hardt avevano già preso le distanze nei confronti del post-modernismo nel loro libro Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello Stato postmoderno, Manifestolibri, 1995, pp.25-28. In Impero, essi precisano: "le tante correnti del postmodernismo [...] sono sintomi di una rottura nella linea della sovranità moderna" e "il postmodernismo indica il passaggio verso la costituzione dell’Impero" (p.141).

Qualche anno orsono, Negri era l’autore di riferimento di alcuni marxisti americani. Uno di questi, Harry Cleaver scrisse che "se Marx non voleva dire quello che dice Negri, allora tanto peggio per Marx". (Cf. George Katsiafikas, The Subversion of Politics. European Autonomous Social Movements and the Decolonization of Everyday Life, Humanities Press International, New Jersey, 1997, p. 226).

Questa breve ricostruzione si basa sul libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’Orda d’Oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milan, 1997, e su quello di Oreste Scalzone e Paolo Persichetti, La révolution et l’État, Insurrections et “contre-insurrection” dans l’Italie de l’après 68, Dagorno, 2000. Da segnalare anche Futuro Anteriore. Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, Derive/Approdi, Roma, 2002. Ho anche consultato il sito http://www.intermarx.com (in particolare gli eccellenti scritti di Maria Turchetto e Damiano Palano), le riviste Vis-à-Vis e Primo Maggio, e un vecchio saggio che avevo pubblicato anonimo sotto il titolo "Proletari se voi sapeste" in Al tramonto. Operaismo italiano e dintorni, supplemento della rivista Insurrezione (Renato Varani editore, Milan, 1982).

Franco Alasia, Danilo Montaldi, Milano, Corea, Feltrinelli, 1978, p.184.

R. Panzieri, La crisi del movimento operaio, Scritti, interventi, lettere, 1956-1960, Lampugnani, 1973. Panzieri fu il direttore della rivista teorica del PSI MondOperaio.

Cfr. R. Panzieri, Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi. Scritti scelti, BFS, Pisa, 1994.

K. Marx, El capital, Editorial Librerias Allende, 1977, pp.328-330.

Cfr. K. Marx, Le Capital. Livre I. Chapitre VI (inédit), Unione générale d’éditions, 1971.

R. Panzieri, "Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo" e "Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale" in Spontaneità....

Sergio Bologna, "Il rapporto fabbrica società come categoria storica". Primo Maggio, n.2, 1974.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, curati da Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1977, quaderno 22, "Americanismo e fordismo", p.2146.

R. Alquati, "Composizione organiza del capitale e forza-lavoro alla Olivetti", in Quaderni Rossi, n.2, 1962, pp.63-98. Nel 1975 A. raccolse i suoi scritti in Sulla FIAT e altri scritti, Milano, Feltrinelli.

Danilo Montaldi, "Il significato dei fatti di luglio", in Quaderni di Unità Proletaria, n.1, 1960.

Oltre ai citati collaborano a Classe Operaia: Giairo Daghini, Luciano Ferrari-Bravo, Guido Bianchini, Enzo Grillo (traduttore in italiano dei Grundrisse), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Franco Berardi, Gianfranco Della Casa, Gaspare de Caro, Gianni Armaroli, Riccardo d’Este.

Classe Operaia, n.1, gennaio 1964. Ripreso in: Mario Tronti, Operai e Capitale, Einaudi, Torino, 1966 (nuova edizione 1971), p.89-95.

Tronti, op. cit., pp.298-299.

Tronti, op. cit., pp.81 e 84.

Tronti, op. cit., p.53.

Tronti, intervista comparsa in: L’Unità, Roma, 8/12/2001. In un’altra intervista, datata 8/8/2000, Tronti precisava: "fummo vittime di un’illusione ottica".

Tronti, op. cit., p.14.

Nelle sue Considerations on Western Marxism (New Left Book, London, 1976), Perry Anderson non dedica una riga all’operaismo italiano.

Nella Dialettica negativa, Adorno afferma la superiorità dell’"oggetto". Einaudi, Torino, 1975, pp.156-157.

Vedere, ad esempio: R. Panzieri, "Plusvalore e capitale", op. cit., dove l’autore segnala l’unità del capitalismo in quanto funzione sociale.

Marx, El Capital, tomo I, p.88.

Pages de Karl Marx. Choises, traduites et présentées par Maximilien Rubel. 1. Sociologie critique, Payot, 1970, p.103.

Tronti, op. cit., p.261 e 291.

Impero, pp.200 e 223.

L’ultimo numero della rivista apparve nel marzo 1967.

Gianni Armaroli (collaboratore genovese di Classe Operaia), lettera all’autore, 30/11/2002.

I principali teorici dei consigli operai furono i tribunisti olandesi (così chiamati perché editavano il periodico de Tribune) Anton Pannekoek e Herman Gorter; al loro fianco i tedeschi Karl Korsch, Otto Ruhle e Paul Mattick.

Contrariamente a quello che spesso si è detto (vedere, per esempio, Octavio Rodriguez Araujo, Izquerdas e izquierdismos. Dalla I Internazionale a Porto Alegre, Siglo XXI editores, 2002, p.115), Bordiga non è mai stato un consigliarista, ma un partigiano convinto dell’idea bolscevica di partito. Vedere a proposito la polemica che egli sostiene con Gramsci in: Antonio Gramsci - Amadeo Bordiga. Debate sobre los consejos de fabrica, editorial Anagrama, 1973. Tuttavia fu Bordiga - fondatore e primo segretario del PCI -, e non Gramsci, ad opporsi alla bolscevizzazione dei partiti occidentali, imposta dall’Internazionale comunista a partire dal 1923.

A partire dal 1967 nacquero, a Genova, il "Circolo Rosa Luxemburg", la "Lega Operai-Studenti" e "Ludd - Consigli Proletari" (presente anche a Roma e Milano). A Torino, la "Organizzazione Consiliare" nacque nel 1970 e "Comontismo" nel 1971. Minoritarios pero significativos, estos grupos han sido prácticamente borrados de las historias del 68.

Nel 1969, Sergio Bologna, insieme ad altri, creò La Classe, una rivista che servì da portavoce alle lotte operie della FIAT. Bologna partecipò alla fondazione di Potere Operaio, prima di animare, negli anni ’70 e ’80, la rivista Primo Maggio, un baluardo dell’operaismo originale.

Tronti, intervista citata, 8/8/2000.

Tra il 1968 e il 1971, il tentativo sfociò nella creazione della rivista Contropiano, diretta da Asor Rosa e Cacciari, alla quale collaborarono sia Tronti che Negri.

M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, 1977, pp.7,19 e 20.

Eduardo di Giovanni, Marco Ligini, La strage di Stato, Samonà e Savelli, 1970 (riedizione Avvenimenti, Roma, 1993).

Tra le idee più curiose di Negri, c’è da registrare l’elogio all’"assenza di memoria". Si veda Antonio Negri, Du retour. Abécédaire biopolitico, Calmann-Lévy, 2002, p.111.