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Impero e i suoi tranelli : Toni Negri e le curiose vicende dell’operaismo italiano

giovedì 17 marzo 2005

Impero e i suoi tranelli Toni Negri e le curiose vicende dell’operaismo italiano *

di Claudio Albertani

Finora si era creduto che la formazione di miti cristiani sotto l’impero romano fosse stata possibile soltanto perché non era ancora stata inventata la stampa. Proprio all’inverso. La stampa quotidiana e il telegrafo, che ne dissemina le invenzioni in un attimo attraverso tutto il globo terrestre, fabbricano più miti [...] in un giorno, di quanto una volta se ne potevano costruire in un secolo.
Marx a Kugelmann, 27 luglio 1871

Baudelaire definiva gli autori di trattati che esponevano l’arte di diventare ricchi, sapienti e eccellenti nel ruolo di "imprenditori di felicità pubblica". Mi sembra che la definizione possa perfettamente applicarsi agli autori di Impero, i quali ci assicurano avere risposte soddisfacenti alle grandi questioni del nostro tempo (1). Presentato come la bibbia del movimento anti-globalizzazione, il libro è stato oggetto di una campagna pubblicitaria di grande ampiezza, all’inizio negli Stati Uniti (2000), poi in Francia e, infine, in Italia e nel resto del mondo.

Col beneficio di un vero e proprio successo internazionale (mezzo milione di copie vendute ad oggi), tradotto in numerose lingue, tra cui il cinese e l’arabo, Impero è stato considerato dalla stampa americana ed europea come un contributo di prim’ordine alla comprensione del nuovo ordine mondiale. Il quotidiano neo-conservatore The New York Times non ha esitato a definirlo come l’«opera più importante di quest’ultimo decennio», cosa che non manca d’ironia se si considera che i suoi autori si ritengono dei radicali e si proponevano di fare, niente meno, un’attualizzazione del Manifesto del partito comunista. In America latina, all’opposto, le reazioni sono state più tiepide e talvolta decisamente ostili, seppure, come si vedrà più avanti, per cattive ragioni.

Una vernice nuova per una vecchia ideologia

Precisiamo subito che Impero non ha nulla del manifesto e, ancora meno, è un manuale per attivisti. E’ un libro lungo e pieno di concetti oscuri come bio-potere, comando globale, sovranità imperiale, auto-valorizzazione, deterritorializzazione, produzione immateriale, ibridazione, moltitudine, e molti altri di difficile comprensione per lettori non iniziati. Una piena comprensione del libro richiede una certa familiarità con diverse scuole di pensiero: il post-strutturalismo francese, le teorie sociologiche nord-americane e, come si è visto, l’operaismo italiano. A tutto questo conviene aggiungere, oltre la migliore buona volontà del mondo, una certa conoscenza della filosofia politica, da Aristotele a John Rawls, passando per Polibio, Machiavelli e Carl Schmitt. Io devo confessare che, nel mio caso, leggere l’opera per intero mi è costato qualche mese di sforzi, comprese le pause necessarie.

Secondo i suoi autori, Impero si presta a letture multiple: i lettori possono procedere dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio o, ancora, per temi parziali, dividendo l’opera secondo i loro centri di interesse. Mi si permetta di aggiungere un suggerimento supplementare: la lettura per slogan o per parole chiave secondo l’elegante abitudine che è oggi il segno d’appartenenza a la nuova gauche o, più prosaicamente, l’aggiornamento intellettuale indispensabile per chi vuole fare bella figura nei salotti letterari alla moda.

Il libro pretende di esplorare la nuova configurazione del sistema capitalista indotta dalla globalizzazione neo-liberista e di rimettere in discussione le categorie fondamentali della politica legate alla modernità. Gli autori si situano nella tradizione marxista, benché essi ammettano, senza dirlo esplicitamente, che il marxismo-leninismo ortodosso ha cessato di essere pertinente. Tuttavia, se si deve salutare questa rinuncia ad una ideologia che ha servito così bene gli interessi del totalitarismo, è sorprendente che manchi a questo libro, non solamente un’analisi economica seria, ma ancora e soprattutto il punto di vista della critica dell’economia politica che è, ai miei occhi, la sola eredità vivente di questa stessa tradizione marxista.

E’ necessario notare, inoltre, che, mentre Impero consacra decine di pagine allo studio della Costituzione degli Stati Uniti, non contiene alcuna seria riflessione sulla Rivoluzione russa né sul leninismo. Eppure è chiaro oggi che il modello sovietico apre e chiude gli spazi rivoluzionari del XX° secolo. La sua sconfitta non è, d’altra parte, senza rapporto col sorgere del nuovo ordine mondiale, che è proprio il tema dell’opera.

Il dibattito sulla tragedia delle rivoluzioni che si divorano da sé stesse non è più ripreso e non si trova alcun tentativo per giudicare nella sua giusta misura l’apporto delle correnti critiche del socialismo, tanto marxiste che libertarie, passate qui sotto silenzio. Nelle rare pagine dedicate alla caduta del blocco sovietico, gli autori si limitano a notare che la disciplina là "agonizzava" e affermano, niente meno, che non si era in presenza di società totalitarie ma di una dittatura burocratica (2).
Procediamo per ordine. Impero è stato scritto fra il 1994 e il 1997, cioè dopo l’inizio della rivolta zapatista e prima della battaglia di Seattle. Terminato il libro, Negri, dirigente politico della sinistra extraparlamentare degli anni ’70, professore d’università, autore di voluminosi trattati su Marx e Spinoza, si consegna, dopo 14 anni di esilio in Francia, alla giustizia italiana per rispondere di reati in rapporto alla lotta armata. Dopo qualche mese egli viene messo in libertà vigilata e vive nel suo appartamento romano dove lavora al tomo II di Impero. Hardt, invece, è un professore di letteratura dell’Università di Duke, nella Carolina del Nord. Ignoro quale sia il suo percorso e non mi propongo dunque di analizzare qui quale sia il suo contributo.

Poiché ci troviamo in presenza di un libro di enormi ambizioni, conviene innanzitutto domandarsi in che questo potrà aiutarci ad una migliore comprensione del mondo attuale. La mia risposta è: ben poco per la verità. La sua tesi principale, enunciata dalle prime righe e costantemente ripresa, in modo ossessivo, è la seguente: con il sorgere della globalizzazione e la crisi dello Stato-nazione, compaiono nuove forme di sovranità e un sistema sociale inedito, l’Impero, di cui è necessario mettere in luce le caratteristiche.

I nostri autori spiegano che gli Stati Uniti occupano un posto importante ma non centrale, per la semplice ragione che l’Impero non ha centro. Ci sarebbe dunque un Impero senza imperialismo oppure non si tratterà in questa circostanza di una illusione che essi condividono con il pensiero neo-conservatore?
L’Impero, ci dicono, è un non-luogo senza confini, "decentralizzato" e "deterritorializzato", che si appropria della totalità della vita sociale. Nessuna frontiera può limitare il suo potere poiché esso è: "un ordine che, sospendendo la storia, cristallizza l’ordine attuale delle cose per l’eternità" (3).

Ciò che deriva da tali affermazioni è che l’Impero non coincide con il sistema imperialista degli Stati sovrani in competizione tra loro. A differenza di questo non ha né centro né periferia e neppure un "dentro" e un "fuori" e questo implica che non si possa più parlare delle vecchie divisioni fra Primo e Terzo Mondo o di guerre imperialiste. Se Negri e Hardt ammettono l’esistenza di contraddizioni interimperialiste, sostengono però che queste non sono riconducibili ai meccanismi classici.

Che ne è, allora, delle classi sociali? Nell’Impero non c’è più proletariato e nemmeno contadini (4). Esiste, invece, un nuovo, e misterioso, soggetto rivoluzionario: la moltitudine (al singolare, come lo Spirito santo), di cui gli autori celebrano l’esistenza fin dall’inizio, senza curarsi di precisare di che cosa esattamente si tratti. Una volta letto questo preambolo, diverse scelte si offrono al lettore critico. Si può certamente rinunciare ad attaccare un testo così astruso, ma ci si può anche armare di pazienza e passare al vaglio il contenuto delle 470 pagine (senza contare le circa 40 pagine di note) che seguono l’introduzione. E’ quello che ha fatto Atilio Boron che, prostrato dalle stravaganze di Negri e Hardt ha dedicato loro un libro intero (5). Tuttavia se questa scelta ha il merito di mettere a disposizione del lettore un inventario fitto, sebbene non esaustivo, delle scempiaggini del libro, Boron sbaglia quando qualifica gli autori come post-moderni, allorché, in verità, se essi attingono concetti da Foucault (bio-potere, bio-politica) o da Deleuze (deterritorializzazione, nomadismo) la loro argomentazione è direttamente tributaria di quello che si è chiamato operaismo italiano, una corrente alla quale Negri aderì negli anni ’60 e che non ha mai rinnegato.

La riflessione degli autori dell’opera non procede né dal desiderio di rimettere in causa le "grandi narrazioni" né da una sensibilità post-moderna, "attenta alla singolarità degli eventi" (6) ma innanzi tutto da una vorace e totalizzatrice volontà hegeliana: ugualmente dalla modernità e dalla post-modernità, gli autori si situano infatti in una sorta di etere teorico "post-marxista" (7).

E’ per questo che, piuttosto che riprendere punto per punto le tesi del libro - talvolta francamente deliranti, la critica può scegliere un’altra via e optare per la ricerca delle origini del quadro nel quale esse si inscrivono. Il tentativo è tutt’altro che ozioso in quanto, dopo gli Stati Uniti e l’Europa, l’arsenale ideologico di Negri e Hardt è in via di invadere l’America latina. Dal nostro punto di vista non si può comprendere Impero se non si conoscono, almeno nei tratti più significativi, le forze e le debolezze dell’operaismo italiano.

In tempi che sono ormai lontani, questa corrente ha apportato un contributo innegabile alla ricostruzione della pratica rivoluzionaria e del pensiero critico. La sua intepretazione del marxismo ha segnato un’epoca di conflitto sociale in Italia, ma c’è una grande confusione per quanto riguarda la sua natura più profonda. Nella letteratura di lingua spagnola, per esempio, si parla di "marxismo autonomista" e in inglese di "autonomist marxism" (8), termini che evocano l’idea di una rivendicazione della "autonomia" dei movimenti sociali verso organizzazioni e partiti politici, che, per quanto riguarda Toni Negri e Mario Tronti - i due esponenti più conosciuti di questa corrente fuori d’Italia - è lontana dalla verità.

C’era una volta la classe operaia

La corrente marxista che è conosciuta in Italia sotto il nome di operaismo è nata negli anni ’60 attorno alle riviste Quaderni Rossi e Classe operaia. Tra i collaboratori più importanti vi erano Raniero Panzieri, Romano Alquati, Mario Tronti, Sergio Bologna, Alberto Asor Rosa, Gianfranco Faina e lo stesso Toni Negri (9). All’epoca, l’Italia viveva la fine del capitalismo agrario e del miracolo economico. Erano gli anni oscuri della guerra fredda e il paese subiva la duplice ingerenza degli Stati Uniti e di Mosca. Dietro una facciata minacciosa, il PCI accettava di buon grado le regole del gioco che implicavano il suo allontanamento permanente dal potere centrale in cambio di una quota (ridotta) di potere locale.

La figura dominante nelle lotte sociali era quella dell’operaio professionale, vale a dire quella di un lavoratore che esercita ancora un certo controllo sul processo produttivo, che possiede un bagaglio importante di conoscenze tecniche e che pensa di poter amministrare l’impresa meglio del padrone. Si aveva a che fare, nell’occasione, con lavoratori dotati di una forte memoria storica e di una coscienza antifascista molto marcata, che dichiaravano orgogliosamente di "appartenere alla nazione operaia" (10).

Le cose non tardarono a cambiare. La fuga dalle campagne, il decollo industriale, la crescita del settore terziario e la diffusione dei consumi di massa, tutto questo modificò profondamente la struttura sociale del paese. L’esistenza di settori operai non qualificati non era certo una cosa nuova, ma in quel momento le industrie del nord ebbero un bisogno crescente di manodopera a buon mercato al fine di dare un impulso allo sviluppo del settore automobilistico e petrolchimico. Il ciclo produttivo fu parcellizzato e, con la diffusione della catena di montaggio, sorse una nuova generazione di giovani immigrati dal sud, che non avevano né cultura politica, né i valori della Resistenza. Essi vivevano una situazione particolarmente difficile, perché la società locale non li accettava e i sindacati non si fidavano di loro. Nondimeno, essi stavano per diventare gli attori di importanti movimenti di protesta sociale.

La riflessione di Quaderni Rossi, il cui primo numero uscì nel 1961, fu consacrato all’analisi di questa nuova e complessa realtà. La rivista era editata a Torino, centro nevralgico della FIAT e delle nuove forme di organizzazione del lavoro. Il suo direttore, Raniero Panzieri, era un ex-dirigente del Partito socialista, di tendenze luxemburghiane, che manteneva rapporti con la sinistra internazionale non-stalinista. Qualche anno prima, nelle polemiche Tesi sul controllo operaio, egli aveva difeso l’idea di una democrazia operaia di base e sostenuto che "il partito, concepito all’inizio come strumento di classe diventa, alla fine, lui stesso uno strumento per l’elezione dei deputati e un elemento di conservazione" (11).

Panzieri voleva emancipare il marxismo dal controllo dei partiti politici e assumere "un punto di vista operaio", realizzando Marx a partire dalla lotta di classe (12). Egli concentrava la sua attenzione sulla pianificazione, e interpretava il capitale come potere sociale e non più solamente come proprietà privata dei mezzi di produzione. Intervenendo direttamente nella produzione, lo Stato non era più solamente il garante, ma l’organizzatore dello sfruttamento.

Nella quarta sezione del tomo I del Capitale, egli trovò i concetti di "comando capitalista", di "operaio sociale" ("trabajador colectivo", nella traduzione spagnola che ho consultato (13)) e di "antagonismo" che sono rimasti in seguito dei referenti teorici inevitabili dell’operaismo. Panzieri fu, soprattutto, uno dei primi a studiare opere di Marx fino ad allora praticamente sconosciute, come i Grundrisse (in particolare il passaggio sulle macchine) e il VI capitolo (inedito) del Capitale, recuperando il concetto fondamentale di "critica dell’economia politica" e le categorie di "sussunzione formale" e "reale" del lavoro al capitale (14).

Mentre la sinistra ufficiale si impantanava nell’ideologia dello sviluppo, Panzieri studiava l’intreccio fra la tecnologia e il potere e ciò lo conduceva all’idea che l’incorporazione della scienza nel processo produttivo è un momento chiave del dispotismo capitalista e dell’organizzazione dello Stato.

In tal modo, Panzieri realizzava un’inversione del marxismo ortodosso - una vera rivoluzione copernicana - e apriva la strada alla critica delle ideologie sociologiche, principalmente della teoria dell’organizzazione, che egli intepretava come delle tecniche destinate a neutralizzare le lotte operaie (15). Ben più di altri, questo autore prematuramente scomparso (morì nel 1964) ha tentato di costruire un pensiero politico distinto dal pensiero comunista, emancipandosi dallo schema di "intelletuale organico", dove l’intellettuale è molto meno l’espressione organica della classe operaia che del solo partito.

Un altro dei personaggi più importanti di questa prima fase fu Romano Alquati, che iniziò a condurre delle inchieste empiriche nelle officine, ricorrendo al metodo della "inchiesta partecipativa" (conricerca), la quale implicava un rapporto tra uguali tra il soggetto e l’oggetto della ricerca - tra intellettuale e operaio - in vista di una liberazione comune.

Alquati battezzò col nome "operaio massa" il nuovo soggetto politico: i lavoratori immigrati non qualificati e totalmente separati dai mezzi di produzione, i quali sono sulla via di soppiantare l’operaio professionale. L’operaio massa era la concretizzazione di tre fenomeni paralleli: 1) il fordismo, vale a dire la produzione di massa e la rivoluzione del mercato; 2) il taylorismo, ovvero l’organizzazione scientifica del lavoro e la catena di montaggio; 3) il keynesismo, cioè le politiche capitaliste di ampia portata del Welfare state. L’insieme di queste misure esprimeva la risposta del capitale agli operai pronti a "l’assalto al cielo" nel corso degli anni ’10-’20 del XX° secolo.

Gli operaisti pensavano che, in Italia come altrove, le grandi trasformazioni fordiste fossero già arrivate a completamento e si era in vista del "rifiuto del lavoro", ovvero dell’alienazione totale dell’operaio nei riguardi dei mezzi di produzione che sfociava nell’assenteismo e in una rimessa in questione più radicale del meccanismo dello sfruttamento.

Da questo punto di vista, la storia della classe operaia appariva come un formidabile romanzo epico, dove le grandi trasformazioni produttove, dalla rivoluzione industriale fino all’automazione, sembravano promettere la realizzazione progressiva del più vecchio sogno dell’umanità: liberarsi della fatica del lavoro.
Un tale approccio si scostava radicalmente dall’etica del lavoro che era il cavallo di battaglia del PCI. Così Sergio Bologna: "Quaderni Rossi ha macinato l’egemonia sulle presse di Mirafiori" che era un modo elegante di dire che la rivista si allontanava dal pensiero del fondatore del partito, Antonio Gramsci (16).

Secondo me, il rapporto degli operaisti con Gramsci è più complesso di quanto non appaia: se essi non approvano lo storicismo di quest’ultimo (Tronti e Asor Rosa, per esempio, erano stati allievi di Galvano Della Volpe, un anti-gramsciano convinto) apprezzavano tuttavia le note su "Americanismo e fordismo", dove Gramsci presentava la transizione verso nuove forme di dominio capitalista. Come Gramsci, essi seguivano attentamente le trasformazioni del capitalismo americano: "in America, scriveva Gramsci, la razionalizzazione ha determinato la necessità di elaborare un nuovo tipo umano conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo" (17).

Ben presto, gli operaisti ebbero la certezza che il fenomeno dell’emigrazione interna tendeva a rendere effimeri gli antichi disequilibri tra nord e sud, centro delle preoccupazioni di Gramsci. E questo non perché il capitalismo italiano li avrebbe soppressi ma, al contrario, perché la "questione meridionale" era in via di estendersi all’intero paese, in particolare nelle fabbriche del nord, dove si accumulava la rabbia di questo nuovo proletariato.

Uno dei successi di questi autori fu l’elaborazione del concetto di "composizione di classe". Allo stesso modo che, per Marx, la composizione organica del capitale esprime una sintesi tra composizione tecnica e valore, per gli operaisti la composizione di classe mette l’accento sul legame fra tratti tecnici oggettivi e tratti politici soggettivi. La sintesi tra i due aspetti determina il potenziale sovversivo delle lotte, e questo permette di dividere la storia in periodi, ciascuno dei quali è caratterizzato dalla presenza di una figura "dinamica".

Ogni volta, il capitale risponde ad una certa composizione di classe con una ristrutturazione alla quale succede una ricomposizione politica della classe, ovvero con il sorgere di una nuova figura "dinamica" (18). Allo stesso modo, le differenti espressioni di questa ricomposizione favoriscono una "circolazione delle lotte".
Nell’estate del 1960, si era potuta osservare una prima manifestazione di questa nuova composizione quando, in occasione di un Congresso dell’M.S.I. (che appoggiava allora un governo di centro-destra) che avrebbe dovuto tenersi a Genova, una serie di violente manifestazioni aveva scosso la città e anche altre località d’Italia. Ci furono diversi morti, quasi tutti giovani, e la stampa aveva parlato, con tono di diprezzo, di "una ribellione di teddy-boys" (secondo l’espressione allora di moda). Di converso, in una cronaca scritta da un autore vicino all’operaismo, noi leggiamo che "i fatti di luglio sono la manifestazione di classe di questa nuova generazione cresciuta nel clima del dopoguerra. [...] Una generazione che si pone fuori dai partiti" (19).

Nel 1962, esplode la questione FIAT. Scaduto il contratto di lavoro del settore, l’azienda si trova al centro di un grave conflitto sindacale che sfocia negli scontri di Piazza Statuto (7, 8 e 9 luglio). Accusati di aver firmato contratti-spazzatura i sindacati ufficiali furono scavalcati da decine di migliaia di operai in sciopero che scatenarono una vera e propria rivolta urbana. La polizia non poté riprendere Piazza Statuto che dopo tre giorni di scontri e dopo aver ricevuto rinforzi da altre città. I protagonisti dei fatti furono, ancora una volta, giovani e meridionali.

Il PCI prese immediatamente posizione, denunciando gli insorti come "provocatori fascisti". Era l’inizio di una nuova fase nella storia italiana: a mano a mano che apparivano nuove pratiche di scontro di classe, aumentava la distanza fra la sinistra storica e i movimenti contestatari.

La discussione fu molto vivace all’interno di Quaderni Rossi e sfociò, nel 1963, in una prima rottura. Se tutti erano d’accordo sulla potenzialità rivoluzionaria della nuova situazione, esistevano serie differenze sull’atteggiamento da adottare. Se Panzieri optava per la prudenza, Tronti, Alquati, Negri, Bologna, Asor Rosa e Faina volevano passare all’azione. Nel 1964, questi ultimi fondarono Classe Operaia, "periodico politico degli operai in lotta". Il gruppo si proponeva non solo di contribuire alla ricerca teorica, ma anche di consolidare le rete di relazioni e di contatti stabiliti gli anni precedenti (20).

I paradossi di Mario Tronti

Firmato dal suo direttore, Mario Tronti, l’editoriale del primo numero di Classe Operaia, "Lenin in Inghilterra", indicava la strada da seguire: "Un’epoca nuova della lotta di classe sta per aprirsi. Gli operai l’hanno imposta ai capitalisti con la violenza oggettiva della loro forza di fabbrica organizzata. [...] l’attuale particolare situazione politica della classe operaia guida e impone un certo tipo di sviluppo del capitale. [...] Un nuovo inizio è necessario" (21).

Pensatore discusso e paradossale, Tronti era convinto che la recente intensificazione delle lotte operaie aprisse la via a una trasformazione rivoluzionaria. Ma, invece di affidarsi alla spontaneità delle masse, come Panzieri, egli credeva piuttosto all’intervento del partito. Le sue idee troveranno una sistemazione definitiva nel 1966, con la pubblicazione di Operai e Capitale, un libro pieno di intuizioni brillanti e di immagini suggestive, che condensa gli splendori e le miserie della seconda stagione dell’operaismo.

Mentre, i neo-marxisti si perdevano in interminabili discussioni sulle teorie della crisi e del crolo del capitalismo a causa delle sue proprie contraddizioni, Tronti poneva la centralità politica della classe operaia, metteva l’accento sul fattore soggettivo e proponeva un’analisi dinamica delle relazioni di classe. La fabbrica non era più il luogo del dominio capitalista ma il cuore stesso dell’antagonismo.

Il suo approccio andava in direzione opposta rispetto alla tradizione riformista: la lotta per il salario era considerata una lotta immediatamente rivoluzionaria nel momento in cui perveniva a peigare il potere del capitale. La crisi non era più tanto il prodotto di astratte contraddizioni intrinseche quanto la conseguenza della capacità operaia di strappare profitto al capitale.

Il discorso di Tronti si concentra sulle tendenze, cosa che diventerà una costante nel pensiero operaista: si trattava di costruire un modello teorico che permettesse di anticipare il corso delle cose. Perciò era necessario mettere "Marx a Detroit", ovvero studiare il comportamento del proletariato nei paesi più avanzati, dove il conflitto appariva nella sua forma più pura.

Un tale approccio poteva apparire seducente, ma le conseguenze pratiche che se ne traevano erano francamente fallaci: "la tradizione di organizzazione degli operai americani è la più politica del mondo, perché la carica delle loro lotte annuncia è la più vicina alla sconfitta economica dell’avversario, la più prossima non alla conquista del potere per costruire nel vuoto un’altra società, ma all’esplosione del salario per rendere subalterno il capitale con i capitalisti in questa stessa società" (22).
Sconfiggere l’avversario? Negli Stati Uniti? No, precisava Tronti: ad ogni modo, "la lotta sindacale non può da sola uscire dal sistema. [...] Nessuno più di noi è disposto ad accettare oggi integralmente la tesi leninista: «La classe operaia nella sua lotta per il potere ha una sola arma: l’organizzazione»" (23).

Più interessante era l’analisi del rapporto tra fabbrica e società, secondo la quale al livello più alto di sviluppo capitalista, l’intera società diventava un’articolazione della produzione. In altri termini tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio a tutta la società (24).

Contro l’intepretazione secondo la quale l’estensione del settore terziario significava un indebolimento della classe operaia, Tronti sosteneva che, con la generalizzazione del lavoro salariato, un numero sempre crescente di persone erano in via di proletarizzazione, e questo non faceva che amplificare l’antagonismo in luogo di ridurlo.

Benché Operai e Capitale sia diventato un riferimento obbligatorio per i militanti del ’68, si può curiosamente notare come l’autore di quest’opera non abbia mai lasciato il PCI e che oggi egli resti membro del post-comunista PDS. Meglio ancora: da poco, Tronti ha spiegato che l’interpretazione gauchiste del suo libro è stata frutto di un errore. "Io non sono mai stato spontaneista. Ho sempre pensato che la coscienza politica doveva venire dall’esterno" (25).

Indipendentemente da queste opinioni, è chiaro che, negli anni ’60, Tronti e gli operaisti aprirono un fronte contro la tradizione nazional-popolare della sinistra italiana, che abbracciava non solamente la politica ma anche la cultura (filosofia, letteratura, cinema e scienze umane) e diedero una prima risposta alle teorie del "dominio totale" accettate da tutti, compresa la sinistra critica.

Quello che mi sembra più attuale in questo libro, è la critica del logos tecnico-produttivista, tanto marxista che liberale, e dell’idea - già presente in Panzieri - secondo la quale la conoscenza è in relazione con la lotta, e pertanto non è neutra ma partigiana (26).

Operai e Capitale è rimasto come un serio tentativo di rinnovamento del marxismo, benché non abbia portato a nulla (27). Il suo "soggettivismo" esprime una ribellione contro l’oggettivismo del marxismo volgare e della stessa Scuola di Francoforte, Marcuse escluso. Tronti percepiva il "progetto" del capitale di controllare la società nella sua totalità, ma, alcontrario di Adorno, lo interpretava come una strategia per contenere la protesta operaia (28).

Il soggettivismo fu, nello stesso tempo, la fonte di numerosi errori. Il più grave è che Tronti pensava che la logica dello sviluppo capitalista non fosse l’estrazione del profitto, ma la combattività operaia. Un tale approccio lo allontanava da Panzieri e dal primo operaismo che concepiva il capitale e la classe operaia come due realtà antagoniste ugualmente "oggettive". Panzieri, inoltre, non commetteva l’errore di pensare che l’aumento dei salari potessa provocare la rottura del sistema (29).
Sebbene io non tenga particolarmente a rivendicare un "vero" marxismo, l’approccio di Tronti implica, evidentemente, una lettura parziale di Marx e, ancor peggio, una grossolana semplificazione della realtà.

Se è vero che Marx ha scritto che la lotta di classe è il motore della Storia, la sua analisi è centrata sulla relazione sociale tra due poli contraddittori: da un lato, il capitale come potenza sociale, lavoro "morto", oggettività pura, spirito del mondo, e, dall’altro, il lavoro "vivo", la classe operaia che, essendo parte fondamentale della relazione, è, nello stesso tempo, la sua negazione.

L’origine della contraddizione è nella duplice natura del lavoro operaio che è sia lavoro astratto, produttore di plusvalore, sia lavoro concreto produttore di valori d’uso. Il problema - aggiungeva Marx - è che "il valore non porta scritto in fronte quello che è" (30).

Secondo Marx, le antinomie tra "soggettivismo" e "oggettivismo" non potevano essere risolte nella teoria, ma solo nella prassi (31). Solo la produzione di un nuovo modo di produzione - la famosa negazione della negazione o espropriazione degli espropriatori - potevano pervenire a ciò.

In Tronti, all’opposto, c’è un’ipostatizzazione del polo soggettivo: "il capitale come funzione della classe operaia" (32). Questo lo conduceva a trasformare la classe operaia in qualcosa come il fondamento ontologico della realtà. La soggettività non era più la forza concreta di individui coscienti che si organizzavano per cambiare il mondo: Tronti la riconduceva ad una semplice categoria ermeneutica per la comprensione del capitalismo. Quanto alla negatività, era sparita nel nulla.

Conviene segnalare che, circa quarant’anni dopo, lo stesso schema è costantemente in opera in Impero. Qui, il soggettivismo estremo, la lettura della Storia a partire dalla "potenza" operaia, diventa puro delirio: "dalla manifattura alla grande industria, dal capitale finanziario alla ristrutturazione transnazionale del mercato sino alla globalizzazione, è sempre l’iniziativa organizzata della forza lavoro che determina la figure dello sviluppo capitalista". O ancora: "Siamo dunque giunti al momento, estremamente delicato, in cui la soggettività della lotta di classe trasforma l’imperialismo in Impero", è per questo che è necessario cogliere "la natura globale della lotta di classe proletaria e la sua capacità di anticipare e prefigurare la direzione dello sviluppo capitalistico verso la realizzazione del mercato mondiale" (33).

In questo passaggio, e in tanti altri simili, la dialettica operai-capitale - questa "grammatica della rivoluzione", secondo la magnifica espressione di Alexandre Herzen - svanisce nell’apologia di un presente senza contraddizioni. Se gli operai sono già oggi così forti e potenti, perché dovrebbero fare la rivoluzione?

Rotture

La principale funzione di Classe Operaia fu di dare impulso all’articolazione di diversi gruppi locali che lavoravano sulla questione operaia, in diversi luoghi del paese. Il gruppo nazionale, tuttavia, ebbe una vita breve perché si sciolse nel 1966 (34). Perché? Nel corso di una riunione tenuta a Firenze verso la fine del ’66, Tronti, Asor Rosa e Negri stesso si posero la questione dell’urgenza di una virata politica. Il tema centrale era la relazione classe-partito: la classe incarnava la strategia e il partito la tattica. C’era, nondimeno, un problema. Se la prima era molto cosciente del lavoro di demolizione che l’attendeva, il secondo era sul punto di perdere la bussola.

In queste condizioni, piuttosto che gettare olio sul fuoco delle proteste operaie, era necessario fare dell’entrismo nei sindacati e, soprattutto, nel PCI. L’idea era quella di formare una sorta di direzione operaia al fine di farle giocare il ruolo di un "cuneo" (questa era l’espressione usata) nel Partito e moficare di colpo il suo equilibrio interno (35).

E’ bene notare che fino ad allora, l’operaismo era stato un laboratorio collettivo, una sorta di rete informale costituita da intellettuali, sindacalisti, studenti e rivoluzionari di varie tendenze che avevano in comune una sensibilità anti-burocratica, e la scoperta di un nuovo mondo operaio in lotta.

E’ chiaro che, ad eccezione di Tronti, non si era affrontata direttamente la questione del leninismo. Si accettava il Lenin che aveva compreso la convergenza tra crisi economica, crisi politica e tendenza operaia all’autonomia, ma non si affrontava la questione del partito.

Una minoranza libertaria e altri militanti di Genova e Torino fra cui Gianfranco Faina e Riccardo d’Este non accettava la scelta in favore dell’entrismo. L’operaismo, come essi lo intendevano, era fondato sull’idea che le forze sovversive si raggruppassero fuori della logica dei partiti e dei sindacati ufficiali. Essi trovavano una fonte d’ispirazione nel comunismo dei consigli (36), negli anarchici spagnoli e in Amedeo Bordiga (37). Negli anni successivi, essi condivisero le posizioni libertarie del gruppo Socialisme ou Barbarie e dell’Internazionale situazionista, e ruppero definitivamente con la pretesa di "dirigere" il movimento (38).

Un’altra tendenza, il cui leader era Sergio Bologna, tentava di attenersi all’operaismo originale, ritornando al suo lavoro di formica all’interno della FIAT e di qualche fabbrica lombarda (39).

Dato che la virata annunciata non ebbe luogo, Tronti dovette riconoscere che non si era pervenuti a "realizzare il circolo virtuoso della lotta, dell’organizzazione (e non dell’autoorganizzazione) e della presa di possesso del terreno politico" (40).
In quel momento, tutta una serie di avvenimenti di grande importanza veniva a complicare il progetto di convertire il PCI all’operaismo (41). Nel 1968 la temperatura sociale in Italia iniziò a crescere fino a livelli preoccupanti. Fermenti culturali nuovi e sempre più intensi cominciarono a propagarsi. I problemi nazionali si intersecano con la situazione internazionale della fine anni ’60 (manifestazioni contro la guerra in Vietnam, il movimento hippie, le Black Panthers, ecc.), inaugurando un periodo di grandi cambiamenti.

I primi ad entrare in movimento furono gli studenti che occuparono le principali università: Trento, Milano, Torino e Roma. Essi cominciarono col mettere in causa l’autoritarismo universitario, ma passarono presto alla critica del capitalismo, dello Stato, della patria, della religione, della famiglia, ecc. Essi manifestarono un disprezzo tutto particolare per i partiti di sinistra che accusavano di essere diventati degli ingranaggi fondamentali del regime.

Alla fine del ’68, e soprattutto nel ’69, quando le proteste operaie si intensificarono, il sistema entrò in crisi. La grande rottura sociale che altrove si era consumata in qualche mese, si prolungò in Italia per circa dieci anni, e qui risiede la sua singolarità.
Bisogna dire che questa esplosione di radicalità corroborava le ipotesi operaiste più audaci. La "strategia del rifiuto" era sul punto di realizzarsi. Tuttavia, Tronti affermò che non si era in presenza di una nuova epoca, ma piuttosto dell’ultimo slancio, e del più disperato, di un ciclo di lotte che toccava la sua fine.

E’ facile oggi vedere innegabili elementi di verità in questo pessimismo, ma allora tutto era ancora in gioco. All’improvviso, Tronti accordava allo Stato degli attributi che erano la negazione di tutto quello che aveva scritto fino ad allora. Non c’è più, precisava egli "autonomia, autosufficenza, autoriproduzione della crisi fuori dal sistema delle mediazioni politiche delle contraddizioni sociali". Traducendo in un linguaggio più chiaro, questo voleva dire che la lotta economica non può più essere politica e che la classe operaia, considerata fino ad allora come una forza antagonista, diventava la "sola razionalità dello Stato moderno"! (42).

La verità è che, agli occhi di Tronti, l’utopia aveva toccato la sua fine. E’ quello che egli sceglieva di chiamare "autonomia della politica", un’ideologia che ebbe una vita breve, benché accompagnasse l’evoluzione di una parte degli operaisti, il critico letterario Alberto Asor Rosa o il giovane germanista Massimo Cacciari, verso la carriera accademica e il PCI, dove furono accolti come dei pentiti. La credenza nell’esistenza di una sfera politica "pura" all’interno dello Stato servì ad altri per intraprendere una lunga marcia dentro le istituzioni.

Nel PCI si sviluppo un (breve) dibattito sull’opportunità di cavalcare la tigre del movimento, ma, alla fine, prevalsero le posizioni più conservatrici al punto che si andò all’esclusione del gruppo del Manifesto (Rossanda, Pintor, Magri).
Fu così che, in modo poco glorioso, si concluse il percorso di un settore dei "marxisti autonomi". E gli altri? La maggioranza di loro, tra cui Antonio Negri, videro nella nuova situazione la possibilità di intraprendere una politica rivoluzionaria fuori dei partiti di sinistra e anche contro di essi.

Nel 1969, si assistette alla moltiplicazione dei gruppi e dei gruppuscoli di estrema sinistra che si proponevano di riprodurre in Italia la strategia bolscevica (nelle sue differenti versioni: leninista, trotzkista, staliniana e maoista), ovvero creare un partito duro e puro mirante alla presa del potere. Gli operaisti fondarono Potere Operaio e Lotta Continua, formazioni che ugualmente gravitavano nell’orbita del marxismo-leninismo, benché non manifestassero una particolare simpatia per il modello sovietico, né, bisogna riconoscerlo per quello cinese.

Il progetto era irreale, ma le lotte erano vere, e a misura che i gruppi sovversivi guadagnavano terreno, lo Stato diventava sempre più aggressivo. La conclusione fu la "strategia della tensione", ovvero una serie di attentati e di assassinii compiuti dai servizi segreti tra il 1969 e il 1980, con la complicità dei governi che si succedettero. Non c’è il minimo dubbio - ed esistono decine di documenti per provarlo - che il primo a ricorrere al terrorismo fu lo Stato stesso e non i movimenti di estrema sinistra (43).
La storia di quegli avvenimenti tragici è fuori dagli obiettivi di questo studio (44), mi limito a segnalare i tre punti seguenti: 1) adottando nel 1974 la strategia del compromesso storico - la quale prevedeva, per i comunisti, di entrare al governo grazie ad una alleanza strategica con i democristiani - il PCI si sposta ancora di più verso destra, contribuendo anche a legittimare la criminalizzazione di ogni dissidenza; 2) questa evoluzione, come le stragi di Stato finirono per convincere un gran numero di militanti che la sola via praticabile era quella dello scontro armato e che era necessario un partito strutturato verticalmente, gerarchico e clandestino; 3) la lotta armata fu un errore dalle conseguenze incalcolabili, che trascinò il movimento verso uno scontro sanguinoso - e votato allo scacco - con lo Stato.

Tepoztlán, Morelos, Méssico. Novembre 2002 - gennaio 2003

Ringrazio: Gianni Armaroli, Gianni Carrozza, Clara Ferri, Malena Fierros, John Holloway, Furio Lippi, Raul Ornelas e Tito Pulsinelli, per i loro commenti e i loro suggerimenti.

(Trad. di Walker)

* Questo articolo è la prima parte di un saggio più lungo dal titolo "Las trampas de Imperio Antonio Negri y la extraña trayectoria del obrerismo italiano" publicato in Messico dalla rivista Bajo el volcán (No. 3, primo semestre 2003).

Note:

1)Michael Hardt/Antonio Negri, Empire, Harvard University Press, 2000. [Ed. italiana: Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002]

2) Impero, "L’agonia della disciplina sovietica", pp.259-262.

3) Impero, p.16.

4) M. Hardt, "Il tramonto del mondo contadino nell’Impero" in Posse. Politica. Filosofia. Moltitudini, Manifestolibri, maggio 2002.

5) Atilio A. Boron, Imperio. Imperialismo. Una lectura crítica de Michael Hardt y Antonio Negri, Buenos Aires, CLACSO, 2002.

6) Michel Foucault, Microfísica del poder, Ediciones de la Piqueta, 1978, p.7.

7) Negri e Hardt avevano già preso le distanze nei confronti del post-modernismo nel loro libro Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello Stato postmoderno, Manifestolibri, 1995, pp.25-28. In Impero, essi precisano: "le tante correnti del postmodernismo [...] sono sintomi di una rottura nella linea della sovranità moderna" e "il postmodernismo indica il passaggio verso la costituzione dell’Impero" (p.141).

8) Qualche anno orsono, Negri era l’autore di riferimento di alcuni marxisti americani. Uno di questi, Harry Cleaver scrisse che "se Marx non voleva dire quello che dice Negri, allora tanto peggio per Marx". (Cf. George Katsiafikas, The Subversion of Politics. European Autonomous Social Movements and the Decolonization of Everyday Life, Humanities Press International, New Jersey, 1997, p. 226).

9) Questa breve ricostruzione si basa sul libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’Orda d’Oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milan, 1997, e su quello di Oreste Scalzone e Paolo Persichetti, La révolution et l’État, Insurrections et “contre-insurrection” dans l’Italie de l’après 68, Dagorno, 2000. Da segnalare anche Futuro Anteriore. Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, Derive/Approdi, Roma, 2002. Ho anche consultato il sito http://www.intermarx.com (in particolare gli eccellenti scritti di Maria Turchetto e Damiano Palano), le riviste Vis-à-Vis e Primo Maggio, e un vecchio saggio che avevo pubblicato anonimo sotto il titolo "Proletari se voi sapeste" in Al tramonto. Operaismo italiano e dintorni, supplemento della rivista Insurrezione (Renato Varani editore, Milan, 1982).

10) Franco Alasia, Danilo Montaldi, Milano, Corea, Feltrinelli, 1978, p.184.

11) R. Panzieri, La crisi del movimento operaio, Scritti, interventi, lettere, 1956-1960, Lampugnani, 1973. Panzieri fu il direttore della rivista teorica del PSI MondOperaio.

12) Cfr. R. Panzieri, Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi. Scritti scelti, BFS, Pisa, 1994.

13) K. Marx, El capital, Editorial Librerias Allende, 1977, pp.328-330.

14) Cfr. K. Marx, Le Capital. Livre I. Chapitre VI (inédit), Unione générale d’éditions, 1971.

15) R. Panzieri, "Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo" e "Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale" in Spontaneità....

16) Sergio Bologna, "Il rapporto fabbrica società come categoria storica". Primo Maggio, n.2, 1974.

17) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1977, quaderno 22, "Americanismo e fordismo", p.2146.

18) R. Alquati, "Composizione organiza del capitale e forza-lavoro alla Olivetti", in Quaderni Rossi, n.2, 1962, pp.63-98. Nel 1975 A. raccolse i suoi scritti in Sulla FIAT e altri scritti, Milano, Feltrinelli.

19) Danilo Montaldi, "Il significato dei fatti di luglio", in Quaderni di Unità Proletaria, n.1, 1960.

20) Oltre ai citati collaborarono a Classe Operaia: Giairo Daghini, Luciano Ferrari-Bravo, Guido Bianchini, Enzo Grillo (traduttore in italiano dei Grundrisse), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Franco Berardi, Gianfranco Della Casa, Gaspare de Caro, Gianni Armaroli, Riccardo d’Este.

21) Classe Operaia, n.1, gennaio 1964. Ripreso in: Mario Tronti, Operai e Capitale, Einaudi, Torino, 1966 (nuova edizione 1971), p.89-95.

22) Tronti, op. cit., pp.298-299.

23) Tronti, op. cit., pp.81 e 84.

24) Tronti, op. cit., p.53.

25) Tronti, intervista comparsa in: L’Unità, Roma, 8/12/2001. In un’altra intervista, datata 8/8/2000, Tronti precisava: "fummo vittime di un’illusione ottica".

26) Tronti, op. cit., p.14.

27) Nelle sue Considerations on Western Marxism (New Left Book, London, 1976), Perry Anderson non dedica una riga all’operaismo italiano.

28) Nella Dialettica negativa, Adorno afferma la superiorità dell’"oggetto". Einaudi, Torino, 1975, pp.156-157.

29) Vedere, ad esempio: R. Panzieri, "Plusvalore e capitale", op. cit., dove l’autore segnala l’unità del capitalismo in quanto funzione sociale.

30) Marx, El Capital, tomo I, p.88.

31) Pages de Karl Marx. Choises, traduites et présentées par Maximilien Rubel. 1. Sociologie critique, Payot, 1970, p.103.

32) Tronti, op. cit., p.261 e 291.

33) Impero, pp.200 e 223.

34) L’ultimo numero della rivista apparve nel marzo 1967.

35) Gianni Armaroli (collaboratore genovese di Classe Operaia), lettera all’autore,
30/11/2002.

36) I principali teorici dei consigli operai furono i tribunisti olandesi (così chiamati perché editavano il periodico de Tribune) Anton Pannekoek e Herman Gorter; al loro fianco i tedeschi Karl Korsch, Otto Ruhle e Paul Mattick.

37) Contrariamente a quello che spesso si è detto, Bordiga non è mai stato un consigliarista, ma un partigiano convinto dell’idea bolscevica di partito. Vedere a proposito la polemica che egli sostiene con Gramsci in: Antonio Gramsci - Amadeo Bordiga. Debate sobre los consejos de fabrica, editorial Anagrama, 1973. Tuttavia fu Bordiga - fondatore e primo segretario del PCI -, e non Gramsci, ad opporsi alla bolscevizzazione dei partiti occidentali, imposta dall’Internazionale comunista a partire dal 1923.

38) A partire dal 1967 nacquero, a Genova, il "Circolo Rosa Luxemburg", la "Lega Operai-Studenti" e "Ludd - Consigli Proletari" (presente anche a Roma e Milano). A Torino, la "Organizzazione Consiliare" nacque nel 1970 e "Comontismo" nel 1971.

39) Nel 1969, Sergio Bologna, insieme ad altri, creò La Classe, una rivista che servì da portavoce alle lotte operie della FIAT. Bologna partecipò alla fondazione di Potere Operaio, prima di animare, negli anni ’70 e ’80, la rivista Primo Maggio, un baluardo dell’operaismo originale.

40) Tronti, intervista citata, 8/8/2000.

41) Tra il 1968 e il 1971, il tentativo sfociò nella creazione della rivista Contropiano, diretta da Asor Rosa e Cacciari, alla quale collaborarono sia Tronti che Negri.

42) M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, 1977, pp.7,19 e 20.

43) Eduardo di Giovanni, Marco Ligini, La strage di Stato, Samonà e Savelli, 1970 (riedizione Avvenimenti, Roma, 1993).

44) Tra le idee più curiose di Negri, c’è da registrare l’elogio all’"assenza di memoria". Si veda Antonio Negri, Du retour. Abécédaire biopolitico, Calmann-Lévy, 2002, p.111.


Impero e i suoi tranelli : Toni Negri e le curiose vicende dell’operaismo italiano

di Claudio Albertani

Seconda parte del testo pubblicato nel Numero 4 di Collegamenti Wobbly nuova serie, corrispondente a luglio-dicembre 2003 (nella prima parte si analizzano le esperienze dei “Quaderni Rossi” e di “Classe Operaia”).

Le disavventure dell’operaio sociale

È nel contesto della crisi dell’operaismo successiva al 68 dal che bisogna analizzare il pensiero di colui che ne raccolse la staffetta: Antonio Negri. Egli stesso ha narrato più volte il proprio percorso: proviene da una famiglia di umile condizione, si è laureato all’Università di Padova discutendo una tesi sullo storicismo tedesco e, dopo essersi specializzato in Germania e in Francia, ha condotto una brillante carriera accademica che lo ha portato a pubblicare una ventina di libri, oltre a un’infinità di articoli in tutto il mondo. Dalla fine degli anni cinquanta, accanto all’insegnamento, ha intrapreso l’impegno politico, dapprima in ambiente cattolico, in seguito nel Partito Socialista, in fine in ambito operaista .

Nella prima fase, fino alla pubblicazione di «Classe Operaia», il contributo di Negri non fu decisivo, ma con la fondazione di Potere Operaio (PO), divenne determinante. Il gruppo nacque nell’estate 1969 nell’ambito di una crisi del movimento studentesco sorta perché, nella prospettiva marxista-leninista, le rivolte studentesche avevano senso solo se subordinate all’“egemonia operaia”, cioè alla linea dell’organizzazione. Era quindi urgente creare una direzione politica che fosse in grado di controllarle.

Da parte sua Negri favorì il progetto di dar vita a un partito centralizzato e verticale, molto distante dalle sue attuali idee sulla “moltitudine”. «L’analisi su cui ci basiamo è quella dei classici, di Marx, di Lenin, di Mao; non vi è spazio nella nostra organizzazione per l’irrequietezza e le velleità»; scrisse in un testo che non dà sicuramente spazio a una concezione libertaria dell’autonomia .

A differenza di Lotta Continua (LC), gruppo di stampo attivista, Potere Operaio privilegiava un’elaborazione teorica che si fondava su una rielaborazione delle posizioni dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia. La novità era che la soggettività non risiedeva più nella classe, ma, come nella migliore tradizione leninista, nell’avanguardia comunista; cioè in Potere Operaio (PO). Il proposito era quello di centralizzare e radicalizzare gli antagonismi spontanei per trasformarli in azione insurrezionale contro lo Stato.

Ancora una volta il progetto fallì. La serie di lotte operaie cominciata all’inizio degli anni sessanta entrò in una fase discendente. Uno degli ultimi colpi di coda fu l’occupazione della FIAT Mirafiori (a Torino) che, nel marzo 1973, chiuse in Italia l’epoca dei grandi scontri fra operai e capitale. Come eredità rimase lo Statuto dei Lavoratori, un pacchetto di norme sindacali favorevoli alla classe lavoratrice sottomesso negli anni successivi a costanti ritocchi e, a poco a poco, ridotto a un guscio vuoto.

Nel resto del decennio, i conflitti sociali non diminuirono, ma il loro centro di gravità non era più nelle fabbriche. Mentre le principali formazioni extraparlamentari entravano in crisi (Potere Operaio si sciolse nel 1973, Lotta Continua nel 1976), nasceva una miriade di piccoli gruppi attorno al motto: “prendiamo la città”. Alcuni di tali gruppi si dettero il nome di “indiani metropolitani”, altri quello di “proletariato giovanile”. Occupavano edifici, aprivano centri sociali, fondavano riviste, avviavano progetti di comunicazione alternativa, creavano associazioni femministe ed ecologiste.

Questi gruppi, la cui base stava tanto nelle fabbriche come nei quartieri, cominciavano a lasciarsi alle spalle le vecchie concezioni del partito chiuso e del dirigismo leninista, per cercare soluzioni alternative nell’organizzazione di spazi di convivenza e di scambio sociale autonomi dalla legalità dominante. Per sottolineare la loro indipendenza politica, usavano sigle in cui compariva la parola “autonomia” - per esempio: “Proletari autonomi” o “Assemblea autonoma” - così, ben presto, furono conosciuti come l’“area dell’autonomia operaia” .

Da parte sua, Negri interpretò la nuova fase con un trionfalismo militante che era l’opposto ideologico del pessimismo di Tronti (e della sua “autonomia del politico”). Non c’era riflusso: il rifiuto del lavoro taylorista aveva ormai abbattuto i muri che separavano la fabbrica dal territorio. La produzione capitalista mobilitava adesso l’intero processo sociale riaffermando in tal modo l’importanza del lavoro produttivo.

In questa situazione, l’operaio massa “usciva” dalla fabbrica per spostarsi sul territorio, la fabbrica diffusa, diventando operaio sociale, il nuovo soggetto del quale il nostro autore cominciò a proclamare la “centralità”. Tecnici, studenti, maestri, operai, emigranti e squatter, finivano così nello stesso sacco senza importare l’analisi delle loro differenze, specificità e contraddizioni.

Nella prospettiva di rovesciare le categorie di Marx, Negri introdusse la categoria di autovalorizzazione (la stessa che, senza spiegazione alcuna, riappare un quarto di secolo più tardi in Impero ). Di cosa si tratta? Mentre la valorizzazione capitalistica si basa sul valore di scambio, l’autovalorizzazione - caposaldo dell’edificio teorico di Negri - si fonderebbe sul valore d’uso, e i nuovi bisogni proletari. Generalizzando sul territorio - la fabbrica diffusa - le pratiche di autovalorizzazione, l’operaio sociale doveva adesso lottare per il “salario garantito”.

Il nucleo del conflitto (e dell’analisi) si spostava così in direzione dello Stato. Negri riteneva che lo Stato keynesiano - che chiamava Stato-piano - avesse inscritto le conquiste della rivoluzione d’ottobre nel cuore dello sviluppo capitalistico, trasformando il “potere operaio” in una “variabile indipendente”.

A partire da quel momento, la lotta principale si giocava sul terreno dell’autovalorizzazione e, non essendovi più riproduzione di capitale fuori dallo Stato, la “società civile” cessava di esistere e rimanevano soltanto, uno di fronte all’altro, i due grandi contendenti: proletari e Stato .

Nonostante l’apparente coerenza, questo ragionamento si basava su un’interpretazione errata del concetto marxiano di valore. Secondo Negri, il valore d’uso esprime il radicalismo operaio, la sua potenzialità soggettiva, in quanto antagonista del valore di scambio. È, in un certo senso, il lato “buono” della relazione. Tuttavia, dal punto di vista della critica dell’economia politica, tale impostazione risulta priva di senso.

Come spiega Marx nel primo capitolo del tomo I del Capitale, il valore d’uso non è affatto una categoria “morale”, bensì la base materiale della ricchezza capitalista, la conditio sine qua non dell’accumulazione. Se in qualche momento del processo di circolazione, i valori d’uso non si convertono in valori di scambio, cessano d’essere valori e quindi limitano e condizionano il processo di valorizzazione.

Una della fonti di Negri era Agnes Heller, la nota esponente della scuola di Budapest, che aveva messo al centro della propria riflessione su Marx il concetto di bisogni radicali. Tuttavia la Heller faceva attenzione a non scivolare nell’apologia dei bisogni immediati. Scrisse, infatti:

La riduzione del concetto di bisogno al bisogno economico è una espressione dell’estraniazione (capitalistica) dei bisogni, in una società in cui il fine della produzione non è la soddisfazione dei bisogni, ma la valorizzazione del capitale, in cui il sistema dei bisogni è fondato dalla divisione del lavoro e il bisogno compare soltanto sul mercato, nella forma di domanda solvibile.

Negri cadde in tale apologia, discostandosi dal marxismo critico e dimenticando che non è possibile combattere un mondo alienato in maniera alienata. L’autonomia, inoltre, non si dispiega nella situazione immediata di classe. Nella società del capitale, l’autonomia è progetto, tendenza o, per meglio dire, tensione che si configura come realtà pratica solo in fugaci momenti di rottura come il ’68 in Francia e il ’77 in Italia.

Torniamo a Negri. Contrariamente a ciò che pensa il nostro autore, il comunismo non è «l’elemento dinamico e costitutivo [...] dello sviluppo capitalistico» , ma una società completamente differente senza potere dello Stato, né feticismo mercantile.

E il partito? «[...] nella mia coscienza e nella mia pratica rivoluzionaria non so cancellare il problema del partito» scriveva, aggiungendo: «[...] noi possiamo, dobbiamo cominciare la discussione sulla costituzione della dittatura comunista» .

Secondo colui che si considerava il Lenin italiano, il partito esisteva in embrione ed era l’Autonomia Organizzata (con lettere maiuscole, per distinguersi dalle varie “autonomie” con la minuscola), il complesso di organizzazioni semiclandestine e di servizi d’ordine militarizzati che, spinti dalla repressione statale, praticavano la lotta armata nell’intento di “diffondere” e “ricomporre” l’antagonismo di massa.

Quello che successe fu un disastro totale. Il sogno di prendere il potere si infranse rapidamente contro le secche della realtà. A partire dal 1977 -ultima grande stagione creativa del “laboratorio Italia”- il Partito Comunista (PC) si alleò con la Democrazia Cristiana che era al governo. La repressione entrò in una nuova fase, distruggendo tutto ciò che si muoveva oltre la sinistra parlamentare, e annullando la differenza fra terrorismo e protesta sociale.

È in questo contesto che l’Autonomia Organizzata -o, meglio, alcune delle sue organizzazioni che, oltretutto si trovavano spesso in opposizione reciproca - e le neostaliniste Brigate Rosse perseguirono il sogno assurdo di un attacco al “cuore dello Stato” (come se lo Stato avesse un cuore!). Il sogno si trasformò presto in un incubo che alla lunga finì per travolgere anche il ricco e complesso tessuto dell’autonomia con “a” minuscola dove vigeva una concezione molto più articolata dello scontro sociale.

Ancora nel 1978, in occasione dell’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse - uno degli errori più nefasti e gravidi di conseguenze negative mai commessi da un gruppo rivoluzionario - Negri, pur manifestando il suo dissenso, scriveva che il fatto positivo dell’azione era aver imposto al movimento la “questione del partito” .

Il tragico epilogo avvenne il 7 aprile 1979 quando Negri e decine di militanti furono incarcerati sotto la falsa accusa di essere gli ideologi delle Brigate Rosse. Avrebbero trascorso fra i due e i sette anni dietro le sbarre, designati dalla meschinità del potere quali vittime sacrificali sull’altare della pace sociale .

Nel 1980, con l’ultimo tentativo di occupare la fabbrica Mirafiori, si chiuse simbolicamente un lungo periodo di conflitti sociali durante il quale - caso unico nella storia europea - lotte operaie, movimenti studenteschi e nuove visioni di vita avevano marciato fianco a fianco in un formidabile intento di liberazione collettiva .

Le gesta della moltitudine

Nei decenni successivi Negri continuò a leggere i movimenti sociali non per quello che sono, ma come verifica delle proprie tesi, scrivendo libri spesso oscuri, e cambiando idea molte volte sullo stesso tema - ad esempio sulla lotta armata o sul leninismo - senza mai azzardare la minima autocritica.

Da Foucault, Deleuze e Guattari, il nostro autore aveva ereditato una marcata avversione alla dialettica . Già nello studio sui Grundrisse - frutto di un seminario svoltosi a Parigi - scriveva che «l’orizzonte del metodo marxiano non è mai investito del concetto di totalità»; piuttosto «esso è caratterizzato dalla discontinuità materialistica dei processo reali» ; in modo tale che il materialismo si assoggetta alla dialettica.

Negri considera la società capitalistica un campo di forze in lotta costante. Tuttavia, a differenza dei post-strutturalisti francesi, lui pensa che il motore dei processi sociali sia la separazione o, meglio, l’antagonismo sociale.

All’indagine spetta il compito di identificare l’antagonismo determinante, studiarne le tendenze e portarlo all’esplosione. Subito dopo, l’analisi si sposta verso un nuovo campo, lo ridefinisce e così di seguito . Il capitale non è più inteso come contraddizione in atto (Marx), ma come la progressiva affermazione di un soggetto conosciuto in anticipo.

In Spinoza. L’anomalia Selvaggia, scritto in carcere, Negri chiarì il suo progetto: proseguire la costituzione materiale del soggettivismo radicale in Occidente, creando una frattura tra la filosofia del potere e quella della sovversione. Con Spinoza si inaugurava una tradizione “anomala”, che proseguiva con Macchiavelli e Marx, opponendosi all’asse dialettico incarnato nella triade Hobbes-Rousseau-Hegel . Negri ravvisava in Spinoza una critica anticipata della dialettica hegeliana, nonché la nascita del materialismo rivoluzionario.

All’orrore stalinista del diamat, Negri opponeva un nuovo orizzonte ontologico che si reggeva sulla categoria spinoziana di potenza. Tale interpretazione presenta una indubbia originalità, ma ignora le critiche mosse cinque decenni prima al marxismo sovietico dai comunisti di sinistra (ad esempio Karl Korsch, o, più recentemente, Maximilen Rubel) secondo cui il materialismo marxiano non è una filosofia né un’economia, ma la teoria rivoluzionaria del proletariato in lotta.

Secondo questi autori, il movimento dialettico non ha mai espresso una legge della storia universale, né tanto meno una scienza, ma «la logica specifica di un oggetto specifico», il capitalismo, un sistema sociale opaco fondato sul «feticismo» .

È nel libro su Spinoza che appare per la prima volta il concetto di moltitudine, ossia, il nuovo soggetto globale che, poco a poco, prenderà il posto dell’operaio sociale fino a diventare, quasi due decenni più tardi, l’eroe indiscusso di Impero .

Come nasce la celebrata moltitudine? Agli albori della modernità Hobbes e i cosiddetti filosofi della sovranità chiamarono così i gruppi umani prima di costituirsi in popolo, ovvero, prima di accedere alla civiltà . La “moltitudine” era dunque qualcosa di puramente negativo, che rimandava a un insieme di uomini, indistinto e selvaggio, non ancora organizzato nello Stato. Come sempre, Negri rovescia il concetto, facendolo assurgere a fondamento imprescindibile di una “democrazia radicale” .

La moltitudine contemporanea sarebbe, così, la forma dell’esistenza sociale e politica dei “molti”, “l’insieme aperto”, che si pone quale alternativa alla triade popolo-volontà generale-Stato. Mentre il popolo tende all’identità e all’omogeneità - spiega Negri - la moltitudine supererebbe i confini della nazione che, di fronte alla crisi dello Stato, risulterebbe il soggetto plurale di un nuovo potere costituente aperto, inclusivo e post-moderno .

In quanto alle alterne fortune di questa nuova categoria, mi pare utile citare l’opinione di Juan Goytisolo:

Si è scritto molto ultimamente riguardo al concetto di moltitudine, opposto a quello di massa o di popolo. Con tutti i miei rispetti per tali intuizioni sociologiche, devo confessare che la parola moltitudine mi sembra indicata soprattutto per riferirsi alle code che si formano alle prime di certi colossal o all’inizio dei ribassi dei grandi magazzini .

Al di là dell’ironia, sorgono alcune domande. Come giustifica il nostro aurore questo salto repentino dal XVII secolo ai nostri giorni? E inoltre: come si è prodotto il passaggio dall’operaio sociale alla moltitudine? Negri non ama la storia e non risponde però cerca di dare spessore teorico alla nuova creatura, avvalendosi di Marx da un lato e della ricca letteratura che accompagna la rivoluzione informatica dall’altro.

Con la crisi del fordismo, spiega Negri, la classe operaia industriale ha perso la propria posizione centrale nella società. Oggi una parte consistente della forza-lavoro è impegnata nel lavoro immateriale, ossia nell’insieme delle attività destinate alla manipolazione dei simboli, allo sviluppo delle competenze tecnico-scientifiche, all’elaborazione dei messaggi e ai flussi di comunicazione . Poco a poco - continua Negri - il sapere sociale accumulato diviene preponderante rispetto al tempo socialmente necessario.

Non ho molto da obiettare a tali affermazioni basate sul famoso “Capitolo sulle macchine”, presente nei Grundrisse. Lì Marx precisa che, con lo sviluppo della grande industria, la creazione di beni «[...]non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione» .

E aggiunge:

Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura e, quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il plus-lavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo .

Questi brani molto citati di Marx sono oscuri e, al tempo stesso, visionari. Oscuri perché non è molto chiaro il significato dell’affermazione: «crolla la produzione basata sul valore di scambio». Vuol forse dire che il capitalismo finisce, superato dal proprio sviluppo? O che risolve l’antagonismo operai-capitale? Non credo, però il problema resta aperto. Ma sono anche visionari in quanto ci forniscono strumenti interessanti per leggere il presente e, in particolare, la rivoluzione informatica.
In questa fase -prosegue Marx- i prodotti industriali diventano

[...] organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitalismo fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata e, quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del general intellect e [sono state] rimodellate in conformità ad esso .

Ciò che io capisco è che le contraddizioni della produzione industriale si estendono adesso all’ambito del lavoro che la letteratura sociologica chiama “immateriale”. Negri ha ragione quando afferma che, in tali condizioni, il problema del soggetto rivoluzionario si pone in modo nuovo. A mio avviso, venendo meno la centralità della fabbrica, si moltiplicano i luoghi potenziali dell’antagonismo e, contemporaneamente, scompare qualsiasi nozione di “bisogno”. Perché allora introdurre una categoria come quella di moltitudine che, per definizione, appiattisce le differenze?

C’è di più. Negri, interpretando le affermazioni di Marx in modo unilaterale, sembra sostenere che il capitalismo si è già estinto come modo di produzione e che sopravvive come pura forma di dominio o “dispositivo di controllo” .

Non soddisfatto, strizza l’occhio a tutte le utopie tecnologiche, dalla “fine del lavoro” ai miti della società post-industriale e alle antropologie del ciberspazio. «Nelle espressioni della sua potenza creativa, il lavoro immateriale sembra quindi esprimere virtualmente un comunismo spontaneo ed elementare» . In base alla sua interpretazione, il comunismo non nasce più dall’antagonismo né dal rifiuto collettivo della cooperazione capitalistica, ma, al contrario, dalla sua massima diffusione grazie alla scienza o alla tecnica.

In tal mdo, Negri finisce per avvallare i luoghi comuni del neoliberismo: il nuovo federalismo, l’Unione Europea e persino “l’imprenditorialità comune” del Veneto, «[...] tutti coloro che hanno messo al servizio del comune, fatica ed intellettualità, forza-lavoro e forza- invenzione » .

Il cerchio si chiude: l’operaismo di Negri sfocia in un’apologia delle forze produttive molto simile a quella che Panzieri aveva combattuto all’epoca del primo operaismo quasi quarant’anni prima. Proprio come in Tronti, svanisce ogni principio di una concreta autonomia fondata sull’azione indipendente dei soggetti sociali in lotta. In tale modo i due avversari di un tempo tornano a stringersi la mano .

Può suscitare ilarità il fatto che, alla fine di Impero, Negri e Hardt celebrino san Francesco come la figura simbolo del nuovo militante . Secondo il Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli, si definisce militante «qualcuno che esercita la milizia». Nei movimenti sociali attuali, si preferisce la parola attivista, che è meno violenta e che rimanda all’azione diretta.
Le azioni festive dei giovani (e neanche tanto giovani), che dai giorni di Seattle tolgono il sonno ai potenti della terra, hanno poco a che vedere con la “militanza” . Al contrario le guida una volontà ludica di “invertire la prospettiva”, di porre fine alla politica tradizionale e di dar vita a nuove forme comunitarie.

Non è per niente casuale che i principali seguaci di Negri, i cosiddetti Disobbedienti (precedentemente Tute Bianche ed Associazione Ya Basta) siano causa di grande confusione nel movimento anti-globalizzazione. Essi mi ricordano la parte peggiore della vecchia sinistra, sommata al peggio dell’attuale politica postmoderna di tipo mediatico. Radicali all’estero (in Messico si fecero espellere con gran clamore nel 1988), si piegano a qualsiasi compromesso in Italia; pacifisti convinti, stilano deliranti dichiarazioni di guerra senza assumere le conseguenze di ciò che predicano (e calunniando gli altri); zapatisti dichiarati, inseguono incarichi elettivi...

Ma questo è un altro discorso. Riguardo al tema di cui ci stiamo occupando - l’efficacia del concetto di moltitudine - dobbiamo precisare che l’insieme dei cambiamenti subiti dal capitalismo negli ultimi decenni ha dissolto qualsiasi centro di gravità delle lotte antisistema. Lo stesso marxismo è solo una delle tante teorie di cui si possono avvalere i nuovi movimenti per armarsi dal punto di vista concettuale. Altre possono essere: l’anarchismo, le cosmovisioni tradizionali, la teologia della liberazione... inoltre, ormai, la storia non si fa unicamente in Occidente.

Oggi i movimenti sociali sono plurali per definizione. Cosa hanno in comune gli indigeni del Chiapas con gli operai della FIAT, gli agricoltori ecologisti francesi con i ribelli argentini, i contadini di Karnakata con i cyberpunk delle metropoli postmoderne?

Molto, senza dubbio, come spiega, per esempio, il comandante Mister del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN):

I governi pensano che noi indigeni non sappiamo nulla del mondo. Invece lo conosciamo bene. Siamo informati dei piani di morte che essi ordiscono contro l’umanità e delle lotte dei popoli per la liberazione. Conosciamo perfino il Giappone. Sappiano tutto ciò perché conosciamo uomini e donne di molti paesi che sono giunti nei nostri villaggi e che ci hanno parlato delle loro lotte, dei loro mondi e di ciò che fanno. Abbiamo viaggiato grazie alle loro parole e abbiamo visto ed conosciuto più terre di qualsiasi intellettuale .

Bisogna assolutamente rifare questo mondo, che non ci appartiene. Ogni individuo, ogni movimento, ogni comunità in lotta cerca l’incontro facendo in modo di mantenere una prospettiva autonoma e un’identità propria. Questo mi sembra un passo importante. Non è un caso, per esempio, che nei movimenti indigeni americani si parli sempre meno di interculturalità e sempre più di multiculturalità; mentre il primo concetto impone una sintesi, il secondo conserva tensioni e particolarità.

Negri critica -credo a ragione- il concetto di popolo. Abbiamo certamente bisogno di concetti nuovi per valutare le differenze. Tuttavia, perché abbattere queste stesse differenze annullandole in un’ astrazione filosofica vecchia di tre secoli?

Esattamente come il suo predecessore, l’operaio sociale, la moltitudine è una forzatura. Alla fine del tragitto, Negri torna al peccato originale dell’operaismo italiano: la ricerca sempre rinnovata di una qualche “centralità”, il feticcio del lavoro produttivo, il capovolgimento della realtà, e l’incapacità di uscire dall’orizzonte della fabbrica. Il risultato è un soggetto senza storia e una forma senza contenuto, ultimo adattamento dell’antica credenza secondo la quale è sempre la classe operaia a incalzare il capitalismo.

Epilogo. Fine dello Stato-nazione?

Nonostante la proclamata antipatia per il pensiero dialettico, l’impalcatura teorica di Negri è sempre rimasta di stampo hegeliana . Sia in Impero, che nelle opere precedenti è sottintesa una teleologia necessaria, un movimento circolare e un lieto fine, sempre implicito nell’inizio.

Nel testo scritto in collaborazione con Hardt, leggiamo che le rivoluzioni del XX secolo non sono state affatto sconfitte, «[...] ma che hanno rinnovato e trasformato i termini della lotta di classe, secondo le condizioni di una nuova soggettività politica» . In altre parole, hanno preparato l’avvento della realtà ultima del nostro tempo, appunto l’impero, e del suo rivale imprescindibile, la moltitudine.

Così come lo Spirito del mondo si manifesta nella storia saltando da una parte all’altra del pianeta, l’epifania dell’impero si incarna in tappe e in figure emergenti che, in ogni momento, le conferiscono caratteri distintivi.

Se l’epopea inizia nel laboratorio di Spinoza, la Costituzione statunitense sarebbe uno dei suoi momenti fondamentali. Perché mai? Perché, secondo gli autori, essa si fonda «[...] sull’esodo, sui valori affermativi e non dialettici, sul pluralismo e la libertà» . Riaffiora qui l’antico amore operaista per gli Stati Uniti, farcito adesso di alcune (infelici) considerazioni di Hannah Arendt sulla rivoluzione americana .

Francamente qui è difficile contenere lo sdegno. Noam Chomsky -uno dei migliori analisti degli Stati Uniti, che Negri ha accusato a più riprese di essere un “moralista”- dice in proposito parole chiare e prive di ambiguità: «la Costituzione di questo paese non è altro che una creatura concepita per tenere a bada la marmaglia, onde evitare che, neanche per errore, il popolaccio possa avere la cattiva idea di diventare padrone del proprio destino» . In realtà la Costituzione americana offre un chiaro esempio dell’elevato grado di coscienza antipopolare e antidemocratica dei suoi creatori. Ingenuità? Opportunismo? Tecnica di mercato? O forse l’anarchico Chomsky dà una lezione di marxismo al bolscevico Antonio Negri?

Un’altra delle fantasie neoliberali sostenute dagli autori di Impero, è che lo Stato-nazione starebbe per estinguersi.

È curioso che Negri, grande ammiratore di Lenin e inoltre vecchio stratega della conquista del potere statale, se ne esca ora con un simile sproposito .

Fra le poche proposte pratiche di Impero, vi sono le due campagne per il salario sociale (rifrittura del vecchio “salario garantito” di Potere Operaio) e la cittadinanza globale, vale a dire, salario e documenti garantiti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, dalla classe e dalla condizione sociale. Senza discutere il senso e l’opportunità di tali rivendicazioni, segnalo un paradosso: se lo Stato-nazione non esiste più, a chi si rivolgono Negri e Hardt? All’Onu?

In realtà, il processo evolutivo dello Stato-nazione è assai contraddittorio. Da un lato, l’ondata di privatizzazioni ne ha intaccato la capacità distributiva (e la credibilità), distruggendo gli spazi pubblici; dall’altro, incrementando la conflittualità, ne ha aumentato in progressione geometrica le funzioni repressive.

Cosicché, quello che abbiamo oggi, non è lo Stato alleggerito di cui parlano i neoliberali avvallati da Negri, ma una sorta di keynesianismo di guerra (warfare economics) che divora risorse pubbliche togliendo entrate ai poveri per darle ai ricchi, in una scala sociale prima sconosciuta .

Per questo motivo è sempre vivo lo spettro di una guerra imminente o contro gli Stati “canaglia” (Irak, Corea, Libia, ecc.), oppure contro nemici interni, e perfino contro un solo individuo, come nel caso di Bin Laden. E sembra che ne avremo per molto: almeno trent’anni secondo dichiarazioni della Casa Bianca.

La conclusione è che, sia in economia che in politica, la funzione dello Stato-nazione continua a essere imprescindibile per il capitalismo: questo non potrebbe sopravvivere neppure una settimana se quello cessasse di fornire non solo garanzie politiche e militari, ma anche consistenti risorse economiche.

Il caso degli Stati Uniti è significativo: basti pensare agli astronomici sussidi agricoli o alle misure di appoggio al settore del trasporto aereo dopo l’11 settembre. La pratica dei sussidi agricoli, diciamolo pure, è stata condannata come illegale persino dall’ Operation and Maintenance Center (OMC), senza che i dirigenti statunitensi siano neppure arrossiti! È superfluo dire che l’appetito di sovvenzioni di questa classe non dà segni di calo.

E che dire dell’imperialismo? Come sempre, la riflessione di Negri parte da inquietudini legittime. Sono d’accordo sulla necessità di rivedere le vecchie teorie.

Il punto di partenza dovrebbe essere riconoscere che tutti gli Stati sono potenzialmente imperialisti - e che lo sono sempre stati - sebbene i rapporti di forza fra loro cambino di continuo .

Subito dopo è necessario ammettere che, oggi, nessuno Stato si trova nella
condizione di competere con gli U.S.A. da nessun punto di vista: militare, economico, politico o culturale. Questo fa sì che venga meno una delle principali caratteristiche dell’imperialismo classico, così come lo analizzava, per esempio, Rosa Luxemburg (o lo stesso Lenin), ossia, l’esistenza di un certo livello di competizione per la conquista di mercati, territori o materie prime . Dopo la caduta del blocco sovietico, nessuno Stato, o regione politica, è riuscita a contrastare il potere degli U.S.A.

Come possiamo definire questa nuova realtà? Impero? Imperialismo? Il nome non ha molta importanza, sempre che sia chiaro che un solo paese, gli U.S.A., sta imponendo un sistema planetario di Stati vassalli, organizzato in sovranità limitate, che ironicamente assomiglia molto a quello che, per decenni, l’Unione Sovietica impose ai suoi satelliti .

Tale sistema presuppone Stati deboli all’esterno -ovvero malleabili e sensibili alle necessità degli U.S.A.-, ma forti alll’interno, ossia, repressivi e capaci di imporre quelle stesse necessità ai propri subordinati. Negri ha in parte ragione quando critica i difensori della sovranità, ma soltanto nel senso in cui la sovranità non è, né può essere, un valore in se stesso. Come precisa Chomsky, la sovranità può essere un valore unicamente nella misura in cui accresce la libertà e i diritti degli esseri umani .

Il nuovo ordine fa proprio questo: porre fine ovunque ai diritti acquisiti in decenni di lotte sociali. L’intento, ovviamente, continua a generare attriti e disagi, in particolare - anche se non soltanto - fra le “classi pericolose” di un mondo sempre più afflitto dalla povertà, dall’insicurezza e dai problemi ambientali.

Gli zapatisti del Chiapas, i “piqueteros” argentini, gli indigeni di Ecuador e Bolivia, così come i movimenti sociali in Brasile e Venezuela, mostrano gravi sintomi di crisi nel retro-cortile stesso dell’impero. In Europa il vento di Genova 2001 non ha ancora smesso di soffiare e si moltiplicano le manifestazioni contro la guerra.

Le rotture, quando ci sono, nascono come un ya basta generalizzato, e non grazie ai partiti politici i quali, salvo rare eccezioni, accettano l’ordine costituito anche se sono di sinistra.

Siamo dunque molto lontani dall’impero decentralizzato e deterritorializzato, che descrivono i nostri autori. Gli eventi dell’11 settembre e la successiva politica dell’amministrazione Bush dimostrano una volta ancora, il fallimento del loro modello teorico: la reazione americana è quella di uno stato imperialista che cerca, in tutti i modi, di adattare il pianeta ai propri interessi.

Bisgona aggiungere che questi rigurgiti “sovranisti” degli Stati Uniti hanno messo a disagio il nostro autore. Qesti, dapprima ha interpretato la caduta delle torri gemelle come un affare interno all’impero, qualcosa che “gli appartiene”, in seguito si è corretto sostenendo che saremmo di fronte a una reazione imperialista contro l’impero (!) .

Hardt ha confermato la seconda versione in un recente articolo in cui esorta « le élites globali [ad agire] nel proprio interesse come rete imperiale decentrata, arrestando così il processo di trasformazione degli Stati Uniti in un “potere imperialista secondo il vecchio modello europeo”» . Strano appello di questi profeti della moltitudine.

La realtà è ben diversa. «Oggi - sostiene lo storico post comunista Eric Hobsbawm- così come durante tutto il XX secolo, assistiamo ad una totale assenza di un’autorità globale effettiva, capace di controllare e risolvere contese armate. La globalizzazione si è fatta strada in quasi tutti gli ambiti - economico, tecnologico, culturale e anche linguistico -, eccetto che in uno: quello politico-militare. Gli Stati territoriali continuano a essere le uniche vere autorità» .

Proclamare, in maniera trionfalista, la fine dello Stato non aiuta certo ad eliminarlo. È una cattiva teoria, perché non è utile all’azione. Può sembrare una banalità, ma è necessario riaffermarla quando veniamo a sapere che i compagni della rivista «Rebeldía» si sentono parte di «una sinistra, non disposta ormai a perdere tempo nella disputa di un potere nazionale che non esiste più» [sottolineatura mia, N.d.A.] .

Andiamo! Una cosa è dire, come fa John Holloway - e prima di lui gli zapatisti, e molto prima i libertari di tutte le tendenze -, che non si può cambiare il mondo “prendendo” il potere statale, e un’altra, ben diversa, è dichiarare che il potere nazionale non esiste più . Chi invia i carri armati in Chiapas? Chi arma i paramilitari? Chi sta dietro al Plan Puebla Panamá?

Il famoso apparato decentralizzato e deterritorializzato?

No! Un potere nazionale con nome e cognome: lo Stato messicano (sostenuto chiaramente dal capitalismo globale).

Gli Stati-nazione; sono i nostri nemici e anche nostri interlocutori. Non possiamo far finta che non esistano. E non possiamo abbassare la guardia: dobbiamo fare pressione su di loro, provocarli, incalzarli. Talora dovremo scendere a compromessi e lo faremo con autonomia. Gli zapatisti hanno dimostrato che ciò è possibile. E sebbene i risultati non siano soddisfacenti, essi, a differenza di altri, hanno conservato la dignità.

Il nostro cammino, il cammino dei movimenti per l’umanità e contro il neoliberalismo, non è facile. Oltre che di radicalità teorica e pratica, abbiamo bisogno di duttilità, pazienza e di una buona dose di pragmatismo.

Occorre ripeterlo una volta di più? Il capitalismo e lo Stato-nazione, i due mostri creati dall’Occidente, sono arrivati insieme e stanno per scomparire insieme. E, se non sapremo seppellirli in un mare di risate, rimarranno con noi ancora per molto, come il dinosauro del racconto di Tito Monterroso.

Ottobre 2002 - giugno 2003.

1 Cfr. A. NEGRI, Du retour. Abécedaire biopolitique, Calmann-Levy, Paris 2002. Consultare anche l’intervista del 13 luglio 2000 nel CD-rom allegato a AA. VV., Futuro anteriore. Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, Derive-Approdi, Roma 2002.

A. NEGRI, Crisi dello stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 57.

Uno dei raggruppamenti più conosciuti di quest’area era il “Collettivo di via dei Volsci”, a Roma, che presto avrebbe fondato Radio Onda Rossa, un’ emittente del movimento che esiste ancora. Un altro era “A/traverso”, gruppo guidato a Bologna da Franco Berardi, ex-militante di Potere Operaio. “A/traverso” fondò l’emittente Radio Alice, che avrebbe avuto un ruolo di spicco nella rivolta del marzo 1977.

Negri ha sviluppato il tema dell’autovalorizzazione in Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale, Feltrinelli, Milano 1978. Si veda anche M. HARDT - A. NEGRI, Empire, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 2000, tr. it., Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, a cura di A. Pandolfi, Rizzoli, Milano 20022, p. 377 (309) [fra parentesi indico le pagine dell’edizione in inglese].

Cfr. A. NEGRI, Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico, Feltrinelli, Milano 1976, p. 30. La questione dello scioglimento della società civile nello Stato riappare in M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., pp. 40; 306-307; 313.

A. HELLER, La teoria dei bisogni di Marx, a cura di P. A. Rovatti, Feltrinelli, Milano 1977, p. 26.

A. NEGRI, Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse, Feltrinelli, Milano 1979, p. 194.

A. NEGRI, Il dominio e il sabotaggio, cit., pp. 61; 70.

Negli anni settanta, in Italia, vi erano decine, e forse centinaia, di gruppi che praticavano la lotta armata. Oltre alle Brigate Rosse, si possono menzionare i Nuclei Armati Proletari (NAP), Prima Linea, Mai più senza fucile, Azione Rivoluzionaria e Proletari Armati per il Comunismo.

È importante ricordare che non è mai esistito in Italia un gruppo chiamato “Autonomia Operaia”. Negri dirigeva una delle molte organizzazioni che appartenevano all’area dell’autonomia operaia.

Il bilancio della lotta armata è tragico: fra il 1969 e il 1989, ben 4087 militanti furono processati per atti collegati al tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale. Di essi, 224 sono ancora in carcere e 130 beneficiano di un regime di semilibertà. Altri 190 sono profughi e un centinaio si trova rifugiato in Francia con uno status non ufficiale. La violenza politica interna causò 380 morti (128 attribuibili alla sinistra, un centinaio alla destra e gli altri alle forze di repressione) e circa 2000 feriti. Secondo dati ufficiali, l’area sovversiva contava più o meno 100.000 persone. Si veda AA. VV., Progetto Memoria. La mappa perduta, Edizioni Sensibili alle foglie, Roma 1994 e C. BERMANI, Il nemico interno. Guerra civile e lotta di classe in Italia (1943-1976), Odradek, Roma 1997.

Cfr. «Rosso», maggio 1978. La rivista si pubblicava a Milano ed era l’organo dei Gruppi Gramsci.

Dopo due anni di prigione, Negri uscì grazie all’elezione come deputato nelle liste del Partito Radicale. Nel 1983, se ne andò in esilio in Francia.

Negli anni ottanta e novanta l’ipotesi di un operaismo libertario fu mantenutain vita nella riflessione di alcuni periodici come «Primo Maggio», «Collegamenti-Wobbly» e «Vis-à-Vis».

Si veda, per esempio, A. NEGRI, Trentatré lezioni su Lenin, Manifesto Libri, Roma 2004 (l’originale è del 1972-73). Nell’introduzione, scritta nel settembre 2003, l’autore accenna alla sua “relativa ingenuità” di allora, presentandosi adesso come un critico della tradizione leninista.

Cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., pp. 131; 139.

A. NEGRI, Marx oltre Marx, cit., p. 55.

Cfr. ibidem, pp. 24-25.

Cfr. A. NEGRI, Spinoza, Derive-Approdi, Roma 1998, p. 394. Questa edizione comprende: L’anomalia Selvaggia (1980), Spinoza sovversivo (1985) e Democrazia e eternità in Spinoza (1994), i principali testi spinoziani di Negri.

K. KORSCH, Karl Marx, a cura di G. Bedeschi, tr. it. di A. Illuminati, Laterza, Bari 1969, p. 101.

Cfr. A. NEGRI, Spinoza, cit., p. 35.

Ho cercato, invano, una spiegazione soddisfacente del concetto di “moltitudine” nell’opera di Negri. Sembra che il compito di chiarirlo sia spettato a un suo allievo. Si veda P. VIRNO, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, Derive-Approdi, Roma 2002.

Cfr. N. BOBBIO - M. BOVERO, Sociedad y Estado en la filosofía moderna. El modelo iusnaturalista y el modelo hegeliano-marxiano, FCE, México 1994, p. 94.

Cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello stato post-moderno, Manifesto Libri, Roma 1995, p. 27.

Cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., p. 107.

L. GOYTISOLO, «EL País», 7 giugno 2003.

Si veda M. LAZZARATO - A. NEGRI, Lavoro immateriale e soggettività, Derive-Approdi, Roma 1992, No. 0 e cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., pp. 271-275 (290-294).

K. MARX, Lineamenti fondamentali della critica della economia politica (Grundrisse) 1857-58, a cura di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1983, p. 400 (592) [fra parentesi indico le pagine dell’edizione tedesca].

Ibidem, p. 401 (593).

Ibidem, p. 403 (504).

Cfr. M. TURCHETTO, Dall’operaio massa all’imprenditorialità comune. La sconcertante parabola dell’operaismo italiano, nel sito citato: http://www.intermarx.com.

M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., p. 275 (294).

A. NEGRI, Lettera dal Carcere di Rebibbia, Roma 10/9/97, messo in rete da Tactical Media Crew [lista ecn.org].

In Il lavoro di Dioniso, cit., pp. 29-30, Negri confessa di aver accettato la teoria di Mario Tronti sull’autonomia del politico. Invece in Impero ci fa sapere che «l’autonomia della politica è arrivata alla fine» [cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., p. 288 (307)].

Cfr. M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., pp. 381-382 (413).

Le prime critiche alla figura del militante risalgono al 1966 e si devono alla Internationale situationniste. Si veda De la misère en milieu étudiant, tradotto in circa venti lingue.

Si veda Discursos zapatistas, manifestazione svoltasi a San Cristóbal Las Chiapas, Chiapas, il primo gennaio 2003, http://chiapas.indymedia.org.

La constatazione è di Maria Turchetto: L’impero colpisce ancora, in http://www.intermarx.com.

M. HARDT - A. NEGRI, Impero, cit., p. 365.

Ibidem, p. 353 (380).

Si veda H. ARENDT, On revolution, Vicking Press, 1996, soprattutto il capitolo III. Negri aveva già fatto l’apologia della costituzione americana in Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, SugarCo, Milano 1992 (riedizione: Manifesto libri, Roma 2002).

Citato in A. A. BORON, Imperio. Imperialismo. Una lectura crítica de Michael Hardt y Antonio Negri, CLACSO, Buenos Aires, maggio 2002, p. 110 [tr. mia, N.d.T.]. Il lettore interessato ad approfondire il tema può consultare i primi capitoli di H. ZINN, A people’s history of of the United States. 1492 - Present, Harper Collins Publishers, New York 1999.

Nel tentativo di contentare Dio e il diavolo, Negri formula la domanda: «come porre il leninismo dentro questa nuova condizione della forza lavoro? [...] Quale produzione di soggettività [sarà necessaria] per la presa del potere, oggi, da parte del proletariato immateriale?». E risponde: «[...] Lenin andava [...] riproposto “oltre Lenin” [...], [verso] “la democrazia assoluta” [...] della moltitudine» (cfr. A. NEGRI, Che farne del Che fare? Ovvero il corpo del General Intellect, in «Posse. Politica. Filosofia. Moltitudini», Manifesto Libri Edizioni, Roma, maggio 2002, pp. 123-133; qui citato dal sito: http://www.rekombinant.org/fuga/modules.php).

Si veda al proposito il pacchetto di Bush (gennaio 2003) in aiuto degli speculatori finanziari, che prevede una riduzione di 300 miliardi di dollari a titolo di imposte sui dividendi azionari.

Uno degli errori di Lenin fu credere che l’imperialismo fosse semplicemente una “tappa” del capitalismo, quando in realtà era inscritto nella sua logica sin dall’inizio.

Cfr. S. CAPELLO, L’imperialismo da Disraeli a Bush, in «Collegamenti-Wobbly» No. 2, nuova serie, Pisa, Italia.

Cfr. T. PULSINELLI, Sobre el señor y los vasallos. Estados Unidos en el atardecer del neoliberalismo, in http://www.lafogata.org/02inter/8international/sobre.htm.

Si veda N. CHOMSKY, Socioeconomic Sovereignity, conferenza tenuta ad Albuquerque il 26 febbraio 2000 (contenuta in Rogue States, Pluto Press, London 2000). Al volo, segnalo che questo intenso lavoro di una ventina di cartelle dice sull’impero più di Negri e Hardt nel loro voluminoso libro.

Cfr. A, NEGRI, Du retour, cit., pp. 185; 209; intervista a «Il Manifesto», 14 settembre 2002.

M. HARDT, Folly of our masters of the universe. Global elites must realize that US imperialism isn’t in their interest, in «The Guardian», 18 dicembre 2002.

E. HOBSBAWM, La guerra y la paz en el siglo XX, in «La Jornada», México, 24 marzo 2002.

«Rebeldía», editoriale del No. 1, México, D. F., novembre 2002.

Cfr. J. HOLLOWAY, Cambiar el mundo sin tomar el poder, Universidad Autónoma de Puebla, Puebla, 2002. In evidente mala fede, molti commentatori hanno voluto mettere Holloway e Negri nello stesso sacco.

Questi esampi hanno a che vedette con il Messico perché la versione originale del testo è stata pubblicata in quel paese (ndt).