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John Lennon, il mito scomodo che mette sotto accusa l’America di Bush "U.S. vs John Lennon"

giovedì 24 agosto 2006

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di Alessandra Farkas

Il controverso documentario sulla metamorfosi del Beatle da icona-pop a icona-pacifista, verrà presentato alla mostra del cinema. Ma in America già suscita polemiche e dibattiti. L’ennesimo attacco verso il presidente Nixon che tentò, invano, di deportarlo per le sue idee pacifiste anti-Vietnam? Be’, non solo. Perché in realtà, dicono i blogger, "Vietnam e Iraq sono la stessa guerra". E forse non è un caso che i distributori del film siano gli stessi di "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore, il feroce j’accuse contro il governo americano

"Mai e poi mai ci saremmo sognati che promuovere la pace nel mondo potesse essere tanto pericoloso", afferma Yoko Ono nel film. "Abbiamo peccato d’ingenuità, certo. Ma è proprio per questo che la nostra storia va raccontata adesso, in un’era in cui è tornata tragicamente d’attualità per colpa della guerra in Iraq. Se fosse vivo, oggi, John ne sarebbe fiero".

Trentacinque anni dopo il suo arrivo in Usa - con un visto turistico - e ventisei dal suo assassinio, per mano di Mark Chapman, John Lennon torna improvvisamente in auge negli States. Grazie a U.S. vs. John Lennon, il controverso film-documentario distribuito dalla Lionsgate Films (l’aggressivo studio indipendente dietro Crash e Fahrenheit 9/11), che si ripromette di raccontare la metamorfosi di Lennon, da idolo pop a icona pacifista perseguitata dall’amministrazione guerrafondaia di Richard Nixon. Che tentò per anni, invano, di deportarlo.

Anche se in America apre ufficialmente i battenti soltanto il prossimo 15 settembre, il documentario scritto, prodotto e diretto da David Leaf e John Scheinfeld è già da mesi al centro di un blitz promozionale ancora più massiccio di quello che ha trasformato l’ultima fatica di Michael Moore nel documentario più fortunato di tutti i tempi. Il suo sito ufficiale, www.theusversusjohnlennon.com promette di soddisfare anche i più insaziabili fan del cantante. Che indignò l’opinione pubblica americana - affermando che i Beatles erano più famosi di Gesù - e l’amministrazione Nixon - criticando apertamente la guerra in Vietnam -. Nel sito: foto, clip tv, articoli e l’inedito dossier di 281 pagine compilato da Fbi, polizia e Dipartimento per l’Immigrazione a partire dal ’72. Cioè quando Lennon finanziò con 75mila dollari un gruppo pacifista che si proponeva di far fallire rovinosamente la Convention repubblicana intesa a sostenere la ricandidatura di Nixon alla Casa Bianca. Un altro sito Web, www.joinnutopi.com - ispirato a Nutopia, l’immaginaria Nazione «senza terra, né confini o passaporti», inventata da John e Yoko nel ’73, mentre Washington cercava di deportarli - offre la cittadinanza ai navigatori di Internet. Insieme al «privilegio» di acquistare la bandiera di Nutopia.

Ai nostalgici più consumisti ci penseranno le solite catene di negozi. Che si preparano a saturare il mercato con mercanzia di ogni tipo, dalle T-shirt alle patacche, ai cappellini con slogan quali «War is Over! If You want it» e «Give Peace a Chance». Gli articoli più gettonati: il Cd con la colonna sonora del documentario, targato Capitol/Emi (che include i due inediti «Attica State» e la versione strumentale di «How do you Sleep») e la strenna natalizia «dietro le quinte del film». Ex rivoluzionari in Bmw Per non parlare poi del poster. O meglio i giganteschi cartelloni issati in due punti cardinali del traffico metropolitano: l’incrocio tra la 7° Avenue e la 10° strada a Manhattan e il lato nord di Sunset Boulevard, all’altezza di Cory Avenue, a Los Angeles. Per gli ex rivoluzionari che oggi sfrecciano lungo quelle intersezioni a bordo delle loro Bmw metallizzate, è un vero tuffo al cuore. O meglio un ritorno al passato.

Quel poster pubblicitario è, infatti, la replica esatta del manifesto pacifista ideato da Lennon e Yoko Ono nel dicembre del ’69 e affisso in ben undici città americane per protestare contro la guerra del Vietnam. Una vergognosa caduta di stile che farà rivoltare Lennon nella tomba? «Niente affatto», replica Anthony, ex sessantottino, in www.blogs.indiewire.com, uno dei tanti blog che da mesi analizzano il documentario in base al trailer, senza averlo visto. «Questo è uno dei rari casi in cui il marketing, calcolatore e venale, mi sta bene». Per la blogosfera liberal, «il fine giustifica i mezzi». «Lo spirito di Lennon non è mai stato tanto attuale e rilevante quanto oggi», teorizza Tina Louise nel «blog ufficiale» del film creato da Lionsgate, «perché Vietnam e Iraq sono la stessa guerra». «Gore Vidal ha ragione», le fa eco Deedebrian, «la storia si ripete sempre». «Applausi ai produttori», ribatte Aiki, «per un film che ci aiuterà a porre fine alla folle guerra di George W. Bush e a restaurare un po’ di sanità mentale nella politica estera americana».

Ma non tutti sono d’accordo in un dibattito che infiamma, in eguale misura, neo-con e iscritti al partito repubblicano. «È l’ennesima, vile strumentalizzazione della vedova», punta il dito Lordlucan, «Yoko Ono continua a mungere il fantasma di John per le sue crociate anti-americane e pro-terroristi. Ma la gente e le idee cambiano», incalza. «E se fosse vivo, Lennon oggi potrebbe benissimo essere un sostenitore della guerra irachena e un nemico acerrimo della rivoluzione islamica». Secondo Xianlewis «questo documentario è una farsa e un inganno», perché «occulta che Kennedy, democratico, fu responsabile dell’escalation in Vietnam, mentre Nixon, repubblicano, pose fine alla guerra, riportando a casa le truppe». Ma il più arrabbiato di tutti è Honda: «La sinistra deve piantarla di usarlo come il suo burattino», ringhia. «Lui non odiava l’America come i registi di questo film. Che Dio benedica Lennon e l’America!».

In attesa delle recensioni della stampa ufficiale - inclusa quella del Bel Paese, dove il documentario sarà proiettato in concorso al Festival del cinema di Venezia - bisogna fidarsi del parere di Anthony Barnes, il giornalista dell’inglese The Indipendent, che è riuscito a visionarne in anteprima una copia. Il suo verdetto è positivo. «The U.S. Vs John Lennon rivela per la prima volta l’entità della macchinazione ordita ai suoi danni da Washington», scrive Barnes, «che ha speso anni a raccogliere dossier contro di lui, al solo scopo di espellerlo dagli Stati Uniti». Il documentario è destinato a creare l’ennesimo imbarazzo tra i vertici dell’agenzia federale, che negli ultimi anni ha già subito numerosi colpi alla propria immagine. «Leaf e Scheinfeld pongono in evidenza tutta l’incompetenza e assoluta mancanza di professionalità con cui l’intera faccenda è stata portata avanti», puntualizza l’Indipendent. Un piccolo esempio? «Nella documentazione top secret dell’Fbi che avrebbe dovuto dimostrare la pericolosità dell’ex Beatles, l’indirizzo di quest’ultimo è completamente errato, nonostante l’assicurazione che egli fosse “sotto costante sorveglianza”».

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