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L’ENFER

domenica 11 giugno 2006

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di Enrico Campofreda

Pare essere qui sulla terra, l’Inferno, secondo un Tanovic che s’ispira a Kieslowki, autore insieme a Piesiewicz dell’antica sceneggiatura. Un Inferno senza redenzioni o quasi per destini segnati come quelli delle tre sorelle protagoniste del film. Destino ineluttabile che una natura, spesso matrigna, traccia a priori e che può dall’infanzia condizionare l’intera esistenza spingendola verso un abisso divoratore che induce alla dannazione.

Céline, Sophie e Anne per un equivoco familiare di cui avranno svelati i veri risvolti casualmente solo da adulte, hanno visto imprigionare il proprio padre accusato da sua moglie e loro madre di pedofilia. Hanno assistito al tentativo di ritorno a casa dopo il carcere e alla violenta colluttazione a seguito della quale la madre perde conoscenza e l’uomo si suicida. Inutile dire che le tre bambine restano traumatizzate dagli eventi e da adulte conducono, ognuna nel proprio contesto, vite infelici.

Céline è sola e spera d’incontrare l’amore, intanto è l’unica ad accudire la mamma che indurita e senza parole è rinchiusa in una casa di riposo. Sophie è prigioniera e vittima d’un matrimonio fallito, ha due figli e insegue umiliandosi un marito fedifrago che continua a tradirla. Anne è innamorata d’un maturo professore dalla doppia vita, sposato e anche padre della sua migliore amica. L’uomo cerca di sfuggire ad Anne e lei si dispera.

Sarà sempre il fato a mettere sulle tracce di Céline un giovane che lei crede un corteggiatore e che le rivelerà essere il bambino per cui suo padre fu denunciato e imprigionato. Ma a proporre atti contro natura non era l’adulto bensì il minore che, cresciuto e sposatosi, ha poi scelto una relazione omosessuale.

Alla notizia Céline riunisce le sorelle e va con loro dalla madre svelandole l’atroce segreto. La donna non raccoglie, lei s’è fatta una ragione di quant’è accaduto e fatalisticamente s’è abbandonata alla silente sofferenza accettando gli eventi.
Nella storia richiami classici provengono dalla figura femminile più addolorata - Sophie, che può ricordare Medea tradita da Giasone, ma non arriverà come l’eroina di Euripide a sacrificare i figli ampliando lo strazio di tutti. Anzi alla fine troverà la forza di guardare avanti, uscendo dal buco nero dell’umiliazione e riscattando la vita con una separazione dal marito.

E’ forse questo l’unico barlume di luce nelle esistenze narrate. Céline proseguirà la dissociazione dalla realtà accovacciata nell’eterno sogno d’incontrare l’amore, Anne avrà la magra consolazione di partorire il figlio dell’anziano professore che accidentalmente scompare procurandole un patimento estremo ma definitivo.

Le vite di queste donne sono un concentrato di bisogni dell’esistenza: l’amore, l’accettazione, la condivisione tanto difficili da trovare mentre risultano piene di drammi: la solitudine, il baratro di certe gestioni familiari, la lacerazione del tradimento, i silenzi forieri di distacco, disinteresse e lontananza.

Il film è indubbiamente curato nell’immagine, con splendidi scorci di Parigi (meravigliosa la terrazza della mansarda di Anne dove in esterno crepuscolo la camera gira a 360 gradi sulla città che è attorno, o ancora un angolo di Père Lachaise sotto una pioggia fittissima) ma non graffia come l’esordio del regista bosniaco. Forse, nonostante la mediazione di Kieslowki, l’ironia gli s’addice più dell’introspezione.

Regia: Danis Tanovic
Soggetto e sceneggiatura: Krzysztof Kieslowki, Krzysztof Piesiewicz
Direttore della fotografia: Laurent Dailland
Montaggio: Francesca Calvelli
Interpreti principali: Emmanuelle Béart, Karin Viard, Marie Gillain, Carole Bouquet, Guillaume Canet, Jacques Perrin,
Musica originale: Dusko Segvic
Produzione: Asap Films, Sinora, Man’s Films, Bitters End
Origine: Fra, Ita, Bel, Gia, 2006
Durata: 98’