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L’ULTIMO RE DI SCOZIA

giovedì 22 febbraio 2007

di Enrico Campofreda

Quanto delle drammatiche e strane vicende riprodotte nel film il giovane medico scozzese Nicolas Garrigan abbia veramente vissuto e quanto siano funzionali alla fiction non sappiamo dirlo. Certamente servono a Kevin MacDonald a ricostruire lo sciagurato periodo d’uno dei regimi più pericolosamente oppressivi dell’Africa postcoloniale: quello del “liberatore” dell’Uganda Idi Amin.

Figura diabolicamente ambigua perché all’indubbio carisma e ai modi anche informali e accattivanti univa una sete di potere maniacale e paranoica che, dopo l’iniziale populismo, s’identificò unicamente con la sacralizzazione della sua figura.

Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo Al Hadji Dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell’Impero britannico in Generale e dell’Uganda in Particolare oltreché Re di Scozia, erano alcuni dei titoli di cui si fregiava.

Se si fosse fermato a questo quadretto folkloristico Amin Dada sarebbe stato uno dei tanti fenomeni da baraccone della politica, neppure molto diverso dai suoi colleghi dell’occidente europeo, americano o asiatico. Ma a lui piaceva andare sopra le righe ed eccedere soprattutto nell’uso della violenza. Trecentomila, con stime approssimative, sono state le vittime delle sue squadre della morte, stermini e persecuzioni hanno colpito l’etnie Acholi e Lango e la comunità indiana presente in Uganda. Paese che Amin si vantava d’aver liberato dall’ex compagno d’armi Obote, diventato suo acerrimo nemico e oppositore attraverso un’aspra guerriglia. Amin prese il comando con un colpo di stato nel 1971. Fece dell’esercito il proprio braccio armato, affinato con la creazione d’una fedele milizia che s’occupava dell’eliminazione di oppositori reali o presunti al suo governo. Il Nile Mansion Hotel di Kampala divenne un triste luogo di feroci torture.

Per le umili origini, la prontezza del linguaggio, l’immediatezza e la sfrontatezza dei modi Amin catturò l’adesione degli strati più umili della popolazione e anche il sostegno di Gran Bretagna e altre Potenze ex coloniali che in lui (ex mercenario già impegnato contro i Mau Mau) vedevano l’uomo d’ordine capace di garantire, al di là dei discorsi populisti, la continuità all’affarismo imperialista in Africa. In politica estera il dittatore cannibale (fu accusato anche d’antropofagia ma smentiva) cercò agganci con Gheddafi, con l’Olp e troncò i rapporti con Israele. A fine giugno ’76 un aereo della Air France dirottato da palestinesi del FPLP e due militanti della Rote Armee Fraktione atterrò - previa accordi col governo di Kampala - all’aeroporto di Entebbe. Per il rilascio dei 256 ostaggi i dirottatori chiedevano la liberazione di 53 combattenti e dei reclusi della tedesca Baader-Meinhof. Si giunse al compromesso di trattenere solo i passeggeri ebrei rilasciando gli altri che poterono rimbarcarsi e lasciare Entebbe su un altro aereo. L’equipaggio dell’Air France restò a terra coi cittadini israeliani. Tutti vennero liberati nella notte del 3 luglio da un raid dei soldati della Sayeret Matkal e di agenti del Mossad ricordato come uno dei più razzenti e arditi della storia dell’antiterrorismo: trenta minuti in tutto (cfr. cinematograficamente Victory at Entebbe di Marvin Chomsky dello stesso anno, con un cast d’eccezione: Lancaster, Hopkins, Taylor, Dreyfuss). Da quello smacco internazionale iniziò il declino di Amin, che a seguito della crescente guerriglia organizzata da Obote lasciò nel ’79 il potere riparando in Libia. Quindi in Arabia Saudita dove morì nel 2003.

Nel film Garrigan - finito in Uganda per avventura dopo la laurea e inizialmente medico in una missione per poi diventare dottore personale e consigliere di Amin - dopo aver rischiato di morire per aver avuto una relazione con la terza moglie del dittatore sale di nascosto sull’aereo che lascia Entebbe e si salva. Stessa sorte non era toccata negli anni a ugandesi d’ogni ceto. Illustri vittime furono il primo ministro Benedico Kiwunuka, l’arcivescono anglicano Janani Luwum, il governatore della banca centrale Joseph Muribu, il drammaturgo Byron Kawadwa. L’ex ministro della sanità Henry Kyemba, riparando in Inghilterra scrisse nel ’77 il libro denuncia A State of blood che portò il mondo ad aprire gli occhi sulla vera natura del regime di Dada.

Regia: Kevin MacDonald
Soggetto e sceneggiatura: Jeremy Brock, Peter Morgan, Kevin Macdonald
Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Justine Wright
Interpreti principali: Forest Whitaker, James MacAvoy, Gillian Anderson, David Oyelowo, Kerry Washington
Musica originale: Alex Heffes
Produzione: Dna Films, Film Four, Fox Searchlight Pictures
Origine: Gb, 2006
Durata: 121’nrico Campofreda, 22 febbraio 2007