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L’estetica di Gilles Deleuze di Katia Rossi. Bergsonismo e fenomenologia a confronto

lunedì 13 febbraio 2006

La redazione di Millepiani

Se nel pensiero postmoderno siamo destinati a rimanere ciò che siamo, preda di una realtà performativa ingovernabile che regna all’insegna del tutto è uguale, del reale come equivalenza, Gilles Deleuze mantiene invece ben saldo il motivo della differenza, differenza di valore, non ontologica (Nietzsche contro Heidegger).
In quest’ottica s’inserisce il suo interesse per la dimensione artistica, in cui la sperimentazione diviene il motore per creare nuove possibilità d’incontro, nuove modalità di composizione/scomposizione delle diverse manifestazioni del reale, espressione della nostra sensibilità, affettività.

Quella stessa sperimentazione sbandierata dai postmoderni in quanto combinatoria incessante degli elementi esistenti, sperimentazione che però ha già rinunciato in partenza a qualsiasi carattere emancipatorio, viene così affermata nelle sue valenze vitali, in cui l’importante è appunto farla la differenza, a partire da una molteplicità di elementi diversi senza i quali un’affermazione non è pensabile. E proprio dalla sottolineatura dell’importanza della dimensione estetica nel pensiero di Deleuze procede il libro di Katia Rossi, che inquadra il pensiero del grande filosofo scomparso ormai dieci anni fa interrogandolo, inserendolo e facendolo interagire col clima filosofico a lui contemporaneo. In tal modo diventa possibile non sacrificare la storia del pensiero e delle opere di Deleuze all’ordine o al complesso dei suoi temi, come avviene per la maggior parte degli studi critici che gli sono finora stati dedicati.

Il libro mira a ricostruire un confronto, seppur dipanato sotterraneamente, che vede opporsi, nell’opera di Deleuze, Bergson alla fenomenologia, leggendo il bergsonismo deleuziano come una sorta di reazione contro la fenomenologia. Tale approccio consente l’apertura di una prospettiva interpretativa atta a chiarire il ruolo giocato da Bergson, filosofo trascurato dai più nel secondo dopoguerra, all’interno del pensiero di Deleuze, così da fornirne un quadro interpretativo unitario che sottolinei l’originalità della filosofia deleuziana rispetto al più vasto panorama filosofico francese della seconda metà del secolo scorso.

Nei due testi fondamentali scritti da Deleuze alla fine degli anni ’60 (Differenza e ripetizione e Logica del senso), Katia Rossi individua essenzialmente il tentativo, affrontato con successo da Deleuze anche attraverso un fruttuoso confronto col pensiero di Husserl (minuziosamente ricostruito), di restituire all’empirismo la logica del senso di cui la filosofia trascendentale si pretendeva detentrice. All’interrogazione fenomenologica sulla costituzione trascendentale del senso Deleuze oppone quella della sua produzione immanente, mettendo in evidenza come, a un passo dall’afferrare il concreto, il fenomenologo confonda il concreto con l’astratto. E la confusione è tutta lì, nel travestimento ironico della più profonda ricchezza di significato con la più superficiale neutralità del senso, nella grandezza del noema che confonde noi, e le cose. Deleuze denuncia in fondo una certa “abusività” dell’indagine husserliana, rea d’introdurre preliminarmente ciò che vuole trovare, finendo inevitabilmente per far violenza alla fisiologia del pensiero. Lo smascheramento compiuto da Deleuze nei suoi testi più accademici si rivolge in sostanza alla restaurazione husserliana della dimensione trascendentale nell’empirico, a cui occorre piuttosto opporre un’analisi che faccia valere i diritti dell’empirico al livello del trascendentale: l’empirismo trascendentale quale grande creazione deleuziana.

Il banco di prova della critica alla fenomenologia, critica che si basa essenzialmente sulla fondamentale referenza al vissuto, è costituito dalle analisi che Deleuze elabora a partire dal testo su Francis Bacon, nel quale l’arte, che per la fenomenologia (segnatamente per Erwin Straus, Maurice Merleau-Ponty, Mikel Dufrenne e Henri Maldiney) svela in sostanza la nostra primitiva complicità col mondo, rivela piuttosto le infinite potenzialità di un divenire altro. Fedele alla diffidenza da sempre dimostrata nei confronti della signoria del soggetto, Deleuze si oppone alla percezione fenomenologica coniando il termine percetto, che indica una dinamica sensibile implicante la presa d’atto dell’ingovernabilità della percezione. I quadri di Bacon non sono la bella traduzione di un vissuto, né afferiscono alla pratica sensazionalistica degli effetti; essi individuano piuttosto una dimensione dell’umano come transito, passaggio, scorrimento delle potenze di vita: una dinamica di trasformazione/metamorfosi.

L’ultimo capitolo del libro concerne poi l’originale ripresa di Bergson da parte di Deleuze nei due testi consacrati al cinema, arte sostanzialmente dimenticata dalla fenomenologia (si pensi a Sartre e Merleau-Ponty), che non possiede gli strumenti che ne consentirebbero un’adeguata comprensione. Tali strumenti, grazie all’inedita lettura deleuziana, ci sono forniti invece da Bergson, che ci regala una rinnovata concezione del dispositivo cinematografico collocato a metà strada tra scienza e metafisica. Per Deleuze il cinema non convoca infatti heideggerianamente un mondo-immagine davanti allo sguardo di un soggetto-spettatore, ma produce, mostra delle immagini che sono irriducibili al modello di una percezione soggettiva. Il cinema scardina così l’intera compagine fenomenologica, che tante pagine ha scritto sulla percezione finendo quasi sempre per riaffermare il protagonismo del soggetto conoscente, per rispecchiarsi invece fedelmente in quella materia-movimento che Bergson cerca di catturare, e che Deleuze recupera regalandole un’inedita attualità.

Sono in un certo senso due opposte visioni che emergono alla fine del libro di Katia Rossi, che mette in luce come la ripresa deleuziana di Bergson abbia fornito al filosofo della differenza una metafisica del divenire e del cambiamento atta a cogliere il nuovo e l’imprevedibile, di cui il cinema aiuta a comprendere l’essenza.
Questa nuova ibridazione della filosofia bergsoniana consente a Deleuze di svincolarsi da quelle che erano le tendenze all’opera nel panorama filosofico a lui contemporaneo, ed è questa anche la ragione, ampiamente dimostrata nel libro, dell’attualità del pensiero deleuziano, che risulta essere tanto più spendibile oggi proprio grazie alla sua sempre rinnovata inattualità. La ricaduta estetica del pensiero deleuziano è delineata non solo e non tanto a partire da una riflessione sull’arte, quanto piuttosto a partire dalle potenzialità per così dire “sovversive” insite nella pittura come nel cinema, attraversati da una potenza di deformazione/trasformazione che mette in discussione tutti gli ordini.

Ed. Pendragon, Bologna, 2005

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