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L’inferno delle buone intenzioni

martedì 19 luglio 2005

de Oreste Scalzone

Proprio stamattina, entrando in un caffè parigino, uno di quelli belli del centro, un po’ vintage, tristi e vuoti di giorno ma che ti è facile immaginare animarsi la sera, pieni di fighetti e in-tel-let-tua-li. A terra ha attratto la mia attenzione, un po’ ondivaga in questi giorni febbrili, uno sticker dal tono vagamente tacitiano: “Per il modello di vita occidentale sfruttano e saccheggiano l’intero pianeta”. E mi è venuto subito da pensare: compagni. Fratelli minori di quelli che più di trent’anni fa partorirono lo slogan, per me mai abbastanza aborrito del “Ci picchiano, ci arrestano, ci mandano in galera e questa la chiamano libertà”. Quanta buona intenzione in questa indignazione (auto)colpevolizzante. Da esaminare senza acrimonia ma con implacabile rigore. Perché è sintomatica di una catastrofe mentale*. Perché assume e dà per scontata una vigenza unificante del “western way of life” che appiattisce e annulla tutte le differenze, in cui tutti partecipano al privilegio. Ma è la stessa deformazione della realtà determinata dalla statistica del mezzo pollo a testa che oscura e cancella chi non partecipa al banchetto e alla spartizione del bottino. C’è davvero questa pienezza? Marx non faceva il pretino: per lui anche il padrone, come funzionario del capitale, era parte dell’umanità offesa e andava anch’esso liberato.

Ma chi è il soggetto? Quale realtà occulta quest’idea deterministica dei predatori? Il modo di vita si arrovescia in un fine? No, io penso ancora che ci troviamo di fronte a un processo di capitalizzazione. Siamo ancora dentro la follia del capitale. Quella scritta sul pavimento è una cosa bella, ma insensata e subalterna perché offre un’immagine da vecchio periodico di satira, l’omino deformato dalla pressione del torchio, alla Travaso. Io sono cresciuto alla scuola operaista, che storceva il naso al grido di “Agnelli, Pirelli, ladri gemelli”, e mi ha educato a pensare che il capitale non ha luogo né va antropizzato. Ma come si fa, pensando che esista la razza predona, a mettersi a colpevolizzare il leone? E’ una perdita di tempo. Bisogna andare a parlare con le gazzelle! E poi: chi l’ha scritto? Sicuramente un occidentale colpevolizzato. Se è ricco, del resto, c’è un mio conterraneo, Francesco di Assisi, che ha offerto un eccellente modello operativo. Il vittimismo colpevolizzante, invece, si limita a occultare sia l’esercizio della critica sia della possibilità pratica. Alle buone intenzioni io continuo a preferire le buone azioni. Così invece si finisce per indurre servitù involontaria. Diversione, occultamento, senso di colpa, spirito di revanche. Ci fosse un Grande fratello della padronalità dovrebbe favorirne la diffusione, così come il vecchio “chi non lavora non mangia”. Così si seminano solo cattivi sentimenti, mentre in Marx invece c’è una logica rigorosa: presentare le cose come stanno non per lasciare più disperato il proletariato ma perché bisogna passare per questa strettoia per tagliare le catene e cogliere i fiori.

* La catastrofe del mentale

È chiaro che quando dico questo sembro, a mia volta, avere un giudizio apocalittico, ma è solo l’ossessione del disastro del mentale, che mi pare connesso alla forma del capitalismo planetario, articolato con lo Stato penale, in cui il logos è diventato solo propaganda, ingiunzioni paradossali e autocontraddittorie. Non c’è niente del discorso te la prendi sempre col tuo vicino, perché per mille e un motivi io non ho problemi di concorrenza, né di epurazioni etniche. Ho solo fatto un viaggio fino in fondo e adesso ho tre o quattro cose da dire, che voglio enunciare nel modo più chiaro e vada come vada.

E’ sempre meglio che ci sia un discorso chiaro: non abbiamo niente da dirci, vade retro.

Mi sembra assurdo e un po’ disperato che i vari esiti che apprezzo, questa specie di secrezione di una cosa sempre grande che è stata il ’68, sia pian piano il cristallizzarsi, il sostituirsi di raggruppamenti ideologici, di ideologie di rispondenti ideologhi. Forse solo per il fatto che non è mai completamente estinto il rapporto: persino se penso a Paolo Flores, a Pancho Pardi, avendo avuto qualche incrocio più o meno labile oppure tratti di omonimie. Uno che non mi è stato mai niente posso anche sperare di convertirlo a cose diverse ma rispetto a questi mi sale il senso di vergogna per quello che dicono. Altro che Brecht: che cosa dovrei dire alle tante bravissime persone che marciano con più nemici diversi nella loro testa?

Ma tu chi sei per dirlo? Io ho fatto questa esperienza, chi sono non è importante. Il problema è chiaro se vedi che alcuni sono egemonizzati da padronalità insospettate, da penismi naturalizzati, una volta dalla razio-tecno- economica-statale della modernità, una volta dal contrario, e una volta possono parlare come ventriloqui o indemoniati e gli esce la voce e loro non lo sanno, la più ultra modernista e capitalistica, un’altra volta quella fascista, un’altra volta quella rossobruna, non conoscono neppure le fonti e questa mi pare una capacità di seminare confusione incredibile.

http://orestescalzone.over-blog.com/article-601342.html

Messaggi

  • Come al solito ridondante e fascinoso il vecchio Oreste ... MA poteva, da un lato, limitarsi a sottolineare che quella scritta era biecamente ideologica, perchè lo spacciare come asettico sociologistico "modello di vita occidentale" la marxiana "comunità materiale del capitale antropomorfizzato" costituisce davvero una volgarissima truffa ideologica (truffa cui non si sottrae neppure il quotidiano comunista ?!? "il manifesto" per la penna pur """ultrasinistra""" dell’ineffabile cuginetta totonniana di Oreste, Ida Dominianni; ma si sa, oggi dopo l’obliterazione del termine comunismo, anche quello di capitalismo è di fatto stato cassato ... ormai si parla solo di "crescita economica" !).

    Da un altro lato, poteva almeno un minimo interrogarsi, proprio in quanto operaista confesso, sull’insindacabile fatto che la storia è costellata, sin dai tempi dello stesso Marx, di fasi in cui "la classe" (o comunque maggioritari comparti di essa) resta miseramente appiattita nel ruolo alienato di "fattore soggettivo della produzione", "in sè" preclusa allo scarto qualitativo nel "per sè", nell’autonomia strategica dal capitale. In tali fasi prevale l’atomismo astrattizzante del mercato, e il lavoro salariato resta funzione subordinata del capitale, sua inerte nonchè - come sempre - imprescindibile fonte di valorizzazione.

    Possibile che Oreste non veda come oggi il rischio più annichilente è proprio quello che nel "Nord-Ovest" del mondo prevalga l’atomismo di quella "società civile" che Marx individuava come LA "forma" per eccellenza dell’astrattizzazione della democrazia borghese, laddove tutti i cittadini sono tanto uguali quanto irrelati fra loro: monadi isolate correlate soltanto dalla mediazione astrattizzante della politica e del mercato ?!? In tale scenario lo spettacolo della merce rischia di indurre processi di suicida arroccamento egoistico intorno alle misere briciole dei banchetti imperiali, e non a caso proprio su tale tasto batte da anni sempre più furiosamente la grancassa mediatica di Lor Signori.

    La classe, quando non è rivoluzionatria, è nulla, diceva qualcuno ... e non occorre tornare con la mente alle basi di massa anche proletarie del nazismo, per poter intuire la portata devastante di una eventuale futura "guerra fra poveri" (pilotata ovviamente dai "ricchi" di turno) per spartirsi le suddette briciole. Intorno allo stesso pur indispensabile "lavoro migrante" non è casuale che stia montando in tutto il Nord-Ovest (anche in insospettabili oasi di "civiltà dell’accoglienza", come l’Olanda ed i paesi scandinavi!) una mefitica ondata di razzismo xenofobo assolutamente interclassista !

    Se è ben vero che Marx <> quando vedeva anche nei funzionari del capitale i riflessi ben concreti dell’universale alienazione indotta dal/nel ciclo dell’astratto, è altrettanto vero però che quel medesimo processo di omologazione nell’astratto talvolta colpisce fin dentro il corpo dello stesso proletariato (in senso letterale: proprietari solo della propria prole!). E sin dai suoi albori Momsieur le Capital ha giocato la partita del "divide et impera", tentando di fidelizzare a sè con miserabili once di "privilegio" segmenti più o meno cospicui di lavoro salariato: oggi questa partita esso è in grado di giocarla su scala planetaria e il succitato "modello di vita occidentale", appunto, è null’altro che questo piatto di lenticchie avvelenate, con cui si tenta di spezzare/sconfiggere d’anticipo l’immensa forza del nascente proletariato universale.

    Non vedere questo rischio mortale, rifugiandosi nelle vecchie certezze di un operaismo che sempre e comunque pretendeva individuare ne "la classe" (la trontiana rude razza pagana) lo spiritualistico primum movens, il volano centrale dell’intero ciclo di capitale, è davvero, a mio avviso, la cosa più stolta che una sinistra che si pretende ancora radicalmente antagonista potrebbe fare!

    Salut

    Marco