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LA CROCIATA DEL VATICANO

lunedì 9 gennaio 2006

La crociata del Vaticano: imporre la sua verità, nient’altro che la sua

di Elettra Deiana

La "vexata questio" dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, rapporti che in Italia hanno mantenuto sempre al fondo, anche nei periodi di maggiore tranquillità o apparente routine, un irrisolto e potenzialmente esplosivo grumo di ambigue contraddizioni, torna a occupare con papa Ratzinger il
centro della scena pubblica. A causa, certo, dell’intransigenza dottrinaria che il nuovo papa ha impresso immediatamente al suo pontificato e grazie, in ragione di ciò, al rinnovato impegno militante di molti cardinali e prelati - Ruini docet - pronti a esternare in ogni dove e in ogni occasione non per confrontarsi - sia chiaro - ma per imporre - perché esattamente di questo si tratta - il punto di vista delle gerarchie vaticane su ogni
problematica, ogni dilemma, ogni interrogativo che abbia a che vedere, sempre a giudizio della Chiesa cattolica, con l’etica e la verità.

La Chiesa di Roma ripropone oggi con rinnovata determinazione la presunzione teologica dell’Assoluto, come strumento mai dismesso di potere - la religione del potere, il potere della religione - e come viatico delle coscienze e dell’immaginario sociale di fronte al vuoto di senso delle cose e alle angosce ancestrali che oggi riemergono. Questo succede anche perché è del tutto evidente una larghissima e trasversale disponibilità da parte del mondo
politico ad accettare come oro colato la guida morale del papa di Roma, a farsi eticamente ammaestrare da chi pretende di parlare "erga omnes", cioè verso tutti, in nome di Dio - del proprio Dio, voglio aggiungere - abbandonando alle ortiche quello straccio di concezione laica dello Stato che nel nostro Paese, come d’altra parte in tutti i Paesi del Vecchio Continente, costò letteralmente lacrime e sangue, guerre di religione che dilaniarono l’Europa, una lunga trafila di vicende storiche niente affatto edificanti per Santa Romana Chiesa, scomuniche e tribunali dell’Inquisizione, libri messi all’indice o mandati a bruciare, grandi intellettuali costretti a ritrattare le loro convinzioni e spinti al silenzio.

Oppure anche loro al rogo, quando troppo ingombranti. Per non parlare delle tremende sofferenze fisiche e morali imposte alle donne, che oggi riecheggiano in quella ormai esplicita imputazione di assassinio formulata dalla Chiesa contro le donne che abortiscono. In Italia però, come bene sottolinea Mario Alighiero Manacorda nel suo ultimo libro (Cristianità o Europa?), c’è, nei rapporti tra Stato e Chiesa, un elemento negativo che
pesa molto più che in altri Paesi.

La Chiesa cattolica ha mantenuto infatti uno straordinario potere di controllo sulle coscienze perché la "libera Chiesa in libero Stato", di cavouriana memoria, non si è mai radicata in nessuna reale e radicale rottura del meccanismo di controllo sociale e
culturale che il clero di Roma ha continuato a esercitare nel nostro Paese, e il "libero Stato" non si è mai alimentato dello spirito di ricerca, di critica, di contestazione che il grande filosofo Spinoza chiamava "mentis libertas seu beatitudo" (la felicità come libertà di pensare liberamente) e che fu alla base, per esempio, della riforma protestante e della moderna
statualità che anche da quella riforma discese.

Proprio per questo il dibattito che si è scatenato in Italia sulle questioni etiche e sull’etica, nonché sulle garanzie economiche che la Chiesa pretende dallo Stato per poter esercitare il proprio magistero - in primis finanziamenti di ogni
genere oltre all’otto per mille - ma soprattutto sulla Verità - la crociata di Benedetto XVI contro il relativismo culturale in nome dell’Assoluto Cristiano - non può né deve essere ridotta all’unico versante del rapporto tra Stato e Chiesa o alle differenze concettuali tra laicità e laicismo.

Tutti aspetti importanti, ovviamente, ma che rischiano di lasciare in ombra la vera e centrale questione, quella che sta dietro al deficit abissale di pensiero critico e di passione civile delle forze politiche, più o meno tutte indistintamente, comprese quelle di sinistra, e quella su cui misurare l’esistenza oggi - più precisamente, la possibilità di esistenza - di un
rinnovato pensiero critico dell’emancipazione e della liberazione umana e, insieme, la praticabilità di umani e consapevoli percorsi di dialogo, scambio, solidarietà tra diversi, che cambino lo stato di cose esistente cominciando a cambiare noi.

L’unico cambiamento che da sempre veramente valga, metta frutti e forse resista, quando la storia, come nell’epoca in cui viviamo, sembra tornare indietro azzerando esiti positivi di liberazione
che pensavamo acquisiti per sempre. Si tratta di una questione dirimente, dalla quale dobbiamo di nuovo farci attraversare e interpellare.: qual è la fonte che legittima le nostre convinzioni, da chi e da dove traiamo l’autorizzazione a pensare, scegliere, decidere di noi e della nostra vita, delle nostre convinzioni, delle nostre passioni, delle piccole e grandi cose
che quotidianamente facciamo?

La critica al relativismo culturale, riproposta con enfasi filosofica da Ratzinger, ha nella Chiesa di Roma radici antiche, e ha costituito per altro una parte importante dello stesso pontificato di papa Wojtyla, sia pure messa in ombra dalla planetaria vocazione pastorale del pontefice polacco. Ma incontestabile, se solo pensiamo che il papa di oggi fu strettissimo collaboratore del papa di ieri e da lui chiamato a dirigere la Congregazione per la Dottrina della Fede, compito che l’allora cardinale Ratzinger svolse con notevole determinazione, oltre che con l’ovvio consenso del pontefice in carica. Defensor fidei, insomma, come i papi più oscurantisti, non pochi certamente, che hanno costellato la storia del potere spirituale e temporale della Chiesa cattolica.

Ma bisogna andare oltre Ratzinger e Wojtyla, tornare indietro nel tempo per cogliere fino in fondo la portata di quella che si configura oggi come una vera e propria crociata per la restaurazione dell’Assoluta Verità del Cristianesimo e per la messa non solo sotto scacco ma direttamente al bando di quella che teo-con d’oltre oceano e nostrani atei devoti di ogni fede, oltre ovviamente ai cattolici fondamentalisti di tutte le latitudini, giudicano la madre di tutti i mali e le malefatte della modernità, cioè la cultura illuminista.

Arturo Carlo Jemolo, in apertura del suo magistrale libro su "Chiesa e Stato negli ultimi cento anni", descrive una tradizione cattolica che "nel re legittimo, alleato con la Chiesa, scorgeva il caposaldo per l’opera di ricostruzione" necessaria per "rimediare all’opera deleteria svoltasi a partire dal Settecento". E l’opera deleteria di cui la Chiesa si lamenta è
racchiusa soprattutto nei percorsi di emancipazione e liberazione umana che presero corso nei secoli della modernità, tra contraddizioni e, spesso, tragedie di ogni tipo, certo, ma inseguendo e praticando l’idea grande che uomini e donne avessero qualcosa da pensare dire fare a partire da sé, dalle proprie scelte, dal proprio senso di responsabilità, sottraendosi all’idea che la verità riposi tutta sulle ginocchia di un dio e che una élite di prescelti abbia il potere sulla terra di stabilire, in nome di quel dio, che cosa sia vero, che cosa sia falso, che cosa sia giusto, che cosa sia non giusto.

L’autodeterminazione di donne e uomini, la solidarietà costruita
condividendo percorsi di emancipazione e liberazione, la responsabilità delle nostre scelte, sono i frutti più preziosi dell’intera vicenda umana, il lato in luce della nostra infinita e irrimediabile fragilità di creature mortali. Frutti troppo preziosi per non ribellarsi oggi all’invadenza della potestas definiendi - il potere di stabilire la verità - di cui si avvale la Chiesa per sopravvivere alla sua crisi e ristabilire il potere sulle cose del mondo e sui cuori delle persone.

Se monsignor Caffarra si sente autorizzato a contestare la separazione tra Stato e Chiesa, se la tendenza di prelati e cardinali è di sovrapporre come un’unica cosa il concetto di peccato e quello di reato, se come argomenta Stefano Rodotà, lo stesso impianto della Costituzione è per questa Chiesa militante sottoponibile a critiche, tutto ciò chiama in causa, prima ancora
che un’invadenza di campo, un’invasione epistemologica. Dobbiamo difendere rigorosamente quella separazione, come è ovvio, ma soprattutto dobbiamo sottrarci al fascino dell’Assoluto e degli assoluti, riscoprire e rivendicare la fatica del pensare liberamente, dell’agire responsabilmente, del mettere insieme le cose a partire da noi e con tutte le contraddizioni, le approssimazioni, i deficit che ciò comporta.

Il dono più grande, questo, che un dio, se esistesse, avrebbe potuto fare alle creature mortali.