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LA GUERRA: dalla parte delle Donne

mercoledì 31 maggio 2006

di Doriana Goracci

Quello che segue è il racconto in rete di Milva Pistoni a noi Donne in Nero di Roma, dopo l’incontro organizzato con Malalai Joya.

E’ una donna che racconta ad altre donne.

Lo stile "diverso" del narrare mi ha colpita, in ogni caso non potendo essere andata alla Casa internazionale di Roma, ho avuto questo suo resoconto.

La guerra è vista da questa angolazione femminile, è trasmessa da un’altra donna.

Alla fine di questo breve ed intenso racconto, troverete l’appello che precedentemente avevamo fatto circolare.
Vi prego di far girare queste note...


Malalai ha 28 anni, ogni notte dorme in un luogo diverso perché è continuamente minacciata di morte. Sostanzialmente lei fa questo:

ogni volta che ne ha l’occasione si alza in piedi e denuncia il fatto che il Parlamento afghano è nelle mani dei signori della guerra, criminali responsabili di numerosi massacri ( di cui ci ha fornito alcuni dettagli ) su cui lei chiede che sia fatta luce da un tribunale internazionale. Lei fa questo anche durante le sedute del Parlamento stesso per questo viene aggredita.
Ha descritto questa situazione: L’Afghanistan ha ancora tutte le tracce delle distruzioni avvenute a partire dalla guerra civile, non c’è acqua corrente, né elettricità, le strutture sanitarie sono assolutamente insufficienti, l’87% della popolazione è analfabeta.

Dopo la cacciata dei Talebani è cambiato qualcosa solo a Kabul
( una parte di Kabul) e nelle città più grandi ( ne ha nominate solo un paio), non c’è in atto nessuna ricostruzione ( a parte centri commerciali per stranieri e ville).

Il Parlamento è composto per il 70% dai signori della guerra
( Alleanza del Nord) che sono fondamentalisti esattamente come i talebani, il restante 30 % è composto da notabili che puntano alla loro personale crescita economica e quindi sono disponibili a compromessi con chiunque, anche con i riminali, poi da persone provenienti dalla società civile che sostanzialmente hanno paura di esprimersi, e infine da rappresentanti che provengono, come lei, da ong che operano nel sociale.
Lei è appoggiata da tantissime persone che la aiutano in tutte le maniere possibili affinché lei possa continuare a “dire la verità”

Gran parte dei progetti della cooperazione internazionale ha riguardato corsi di computer e inglese, cosa che in un Paese con quella percentuale di analfabetismo e senza elettricità non ha dato i frutti sperati. Sono fiorite una quantità incredibile di ong afghane, perché questo è il modo in cui gli afghani che hanno un minimo di cultura hanno potuto accedere ai finanziamenti, ma sono organismi che sostanzialmente sono serviti solo a drenare soldi, i progetti spesso erano inconsistenti, e soprattutto non sono arrivati nelle zone rurali, dove vive gran parte della popolazione. Ci sarebbe bisogno di investimenti massicci in sanità e istruzione nelle zone rurali ma nessuno se ne occupa, i cooperanti non ci vanno.
Chiaramente lei loda sia l’operato di Alberto Cairo ( croce rossa) che quello di Emergency, solo che è troppo poco rispetto ai bisogni.

L’economia afghana non esiste, il paese si regge sui traffici illegali, armi e coltivazione del papavero da oppio, da qui la forza dei signori della guerra che controllano totalmente il territorio, i finanziamenti internazionali sono gestiti in maniera clientelare, il grosso della popolazione ha un’economia di sussistenza che si basa su allevamento e agricoltura, ma in condizioni peggiori del nostro medioevo. ( vi risparmio la condizione delle donne, ma ve lo immaginate), tutti i progetti fatti, anche quelli andati in porto sono gocce nel mare di sabbia, non essendoci un sistema economico sano e in movimento ma soprattutto rapina e corruzione è difficile portare avanti delle imprese. La situazione dei profughi che sono stati fatti rientrare in Afghanistan è disastrosa.

I Talebani stanno tornando, e fanno leva sull’antiamericanismo che è in aumento, soprattutto dopo che la popolazione ha constatato il fatto che i criminali di guerra dominano le istituzioni “democratiche” col favore degli americani . Le forze militari internazionali non solo non intervengono per niente anche nelle situazioni di evidente spregio dei diritti umani, ma mantengono un ordine che è gestito dai criminali. Se gli statunitensi se ne andassero per loro non cambierebbe nulla. Non sa dire nulla delle forze armate di altra nazionalità ( incluse le nostre) perché sono comunque identificate con gli americani.

Ha detto molte altre cose, anche sull’idea di democrazia.

Ha sorriso un paio di volte per le nostre domande, ( quando lo fa le brillano gli occhi ) ha detto che le donne hanno bisogno di tutto ma soprattutto di sostegno morale, di sapere che è possibile vivere in modo diverso, ci ha raccontato il modo pratico in cui lei stessa riceve sostegno, ha lodato le donne della Rawa che portano avanti in condizioni difficilissime dei progetti per la sanità e l’istruzione delle donne ( arrivare a pensare se stesse come portatrici di diritti da far valere cambia radicalmente la vita delle donne).

Che altro dirvi? Si, vi dico che Laura Quagliolo ( Din di Milano) Simona Cataldi e le nostre Gabriella e Carla hanno organizzato tutto in un lampo e sono state fantastiche.

A presto Milva


Appello per Malalai Joya

Il 7 maggio scorso, la deputata afgana Malalai Joya, che solo pochi mesi fa abbiamo avuto ospite in Italia a ridosso del sorprendente risultato elettorale che ha ottenuto, è stata minacciata ed aggredita nel corso di un dibattito parlamentare indetto per commemorare la fine dell’occupazione sovietica. Malalai ha coraggiosamente ribadito che molti mujaeddin hanno fatto dell’Afghanistan liberato dai russi il fulcro di guerre civili ed internazionali che hanno decimato la popolazione, distrutto le infrastrutture e ridotto in macerie l’intero territorio.

Non è la prima volta che questa giovane donna sfida i signori della guerra pretendendo che siano giudicati da un tribunale internazionale, l’opinione pubblica mondiale ha conosciuto la sua determinazione nel rappresentare la voce del suo amato popolo oppresso sin dal dicembre del 2003, quando, in qualità di rappresentante della sua provincia d’origine (Farah), prese parte ai lavori della Loya Jirga per ridisegnare la costituzione del paese e accusò, per la prima volta apertamente, molti dei presenti creando le stesse reazioni violente, incivili e antidemocratiche che oggi si sono ripetute in sede istituzionale.

Da allora, Malalai non ha più smesso di lavorare per l’affermazione dello stato di diritto e per la democrazia. Il suo impegno costante e la sua determinazione sono stati formalmente riconosciuti a livello nazionale ed internazionale dal premio afgano "Malalai of Maiwand" nel 2001, dal premio "Donna dell’anno" della Val d’Aosta nel 2004 e dal premio per la pace coreano "Gwangju Human Rights Award" nel 2006. A simili onori, tuttavia, non ha mai fatto seguito un’iniziativa concreta da parte della comunità internazionale per garantire la sicurezza e l’ incolumità della deputata costretta ogni giorno a cambiare residenza a causa delle continue minacce di morte che riceve.

Nel corso degli ultimi anni, la protezione dell’Onu è stata sporadica e limitata e solo il lavoro volontario della società civile afgana, che ha fondato un Comitato di difesa (Defence Committee of Malalai Joya: www.malalaijoya.com), ha protetto la giovane da attentati e aggressioni compresa quella molto recente (18 aprile) che ha coinvolto alcuni impiegati del Dipartimento contro il terrorismo del Ministero degli Interni, legati al partito di Rabbani "Jamiat-e-Islami" una delle principali fazioni dell’alleanza del Nord. I fatti recenti rimettono in discussione l’efficacia del modello di intervento americano che propugnava l’esportazione della democrazia e la "guerra al terrorismo". Lasciano intravedere, infatti, uno scenario che lungi dall’essere pacificato, resta devastante e segnato dalla crescita della criminalità e del fondamentalismo religioso, quello stesso fondamentalismo che la comunità internazionale ha condannato e contro il quale ha invocato un intervento militare.

Narcotraffico, signori della guerra e milizie private controllano l’intero paese, devastato dalla corruzione. Elezioni presidenziali e politiche hanno decretato la nascita della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ma nessuno ha messo in discussione l’effettiva rappresentatività del nuovo governo sorto in un clima di assoluta insicurezza, all’insegna di minacce ed intimidazioni di ogni genere, più volte denunciate dalla società civile. "La democrazia in Afghanistan- sostiene Malalai Joya - ha significato l’imposizione dell’Alleanza del Nord, vale a dire di signori della guerra che, nel nome della Jihad in passato, nel nome della democrazia oggi, commettono gli stessi enormi e deprecabili crimini che violano i diritti umani della popolazione". L’impunità compromette irrimediabilmente la stabilità del paese e, di fatto, rappresenta l’ostacolo principale al lungo e difficile percorso di ricostruzione e sviluppo democratico tanto auspicato dalla nostra politica d’intervento.

Per questo riteniamo che l’Italia, in qualità di membro della coalizione contro il terrorismo, ha il dovere di sollecitare e contribuire al disarmo e all’ incriminazione dei signori della guerra. Coerentemente all’impegno che abbiamo assunto contro la guerra, la violazione dei diritti umani universali ed il fondamentalismo religioso, ed in sintonia con la risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta, riteniamo che l’aggressione a Malalai Joya in sede parlamentare -mina alla base il ruolo precipuo di ogni rappresentante del popolo oltre che il prestigio stesso delle istituzioni. Riteniamo, inoltre, doveroso che i nostri rappresentanti al Parlamento e i Presidenti della Camera e del Senato denuncino ufficialmente la gravità dell’atto intimidatorio contro la deputata Malalai Joya e consideriamo indispensabile che all’accaduto faccia seguito un approfondimento sulle reali condizioni del paese e una verifica dell’effettiva legittimità delle istituzioni afgane recentemente costituitesi.

Le Donne in nero e il Coordinamento Nazionale a sostegno delle donne afgane -CISDA.

Messaggi

  • Rispondo limitandomi a pubblicare un art. che è appena uscito su un giornale-fanzine di Foggia gestito dal "Collettivo Comunista Agitprop-Jacob":

    "CONTRATTO CON GLI ITALIANI
    proposto dagli onorevoli dissidenti dello Jacob
    nel giorno della snaturata festa della Repubblica
    sottotitolo: senza il nemico sfilate marziali

    Italiani!
    Dovete decidervi: basta ondeggiare, rimanere perplessi e farvi portare dal vento.
    Volete la parata militare? Vi piace la parata militare (anche in giorni differenti dal 4 novembre)?
    Vi emozionano tutti quei giovani volontari in armi, l’inno, la bandiera?
    Siete convinti che tutti i soldati di questo Paese siano preparati a combattere?
    Ne andate fieri? Vi specchiate in loro? Auspicate un futuro in divisa per i figli e i nipoti?
    Siete per credere, obbedire e combattere?
    Bene. Bravi.

    Dunque sapete già che la scelta d’obbedienza a quella bandiera (e agli interessi di qualche multinazionale) impone la presenza in scenari dove accidentalmente c’è la guerra. E che l’ostentazione del nazionalismo comporta sempre la possibilità d’uccidere e di rimanere uccisi.

    Allora, voi che potete, dite a Michele Cocuzza, a Cristina Parodi, a Bruno Vespa di andare a farsi un giro: perché quando i nostri “eroi” saltano in aria a noialtri – che schifiamo l’esercito che compie, nel nome della Repubblica, imprese coloniali, che violenta e organizza giri di prostituzione minorile in Kosovo, che detiene e tortura in Somalia, che estrae petrolio dalle raffinerie irachene, in combutta con gli assassini di Guantanamo e Abu-Ghraib - non ce ne frega niente e non ci va di conoscere mamme in lacrime e fidanzate distrutte.

    Coerenza andiamo cercando: volete fare la guerra?
    Fatevela e non rompeteci l’anima quando morite… Affare fatto?
    O volete una guerra senza pagare un prezzo?
    Impossibile: non si può partorire da vergini.
    Sarebbe come attraversare un pantano senza sporcarsi di fango.

    Siamo stufi di militi che quando sfilano sono massicci e incazzati e quando crepano son tutti bravi ragazzi. Basta ipocrisia: il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica e ripudiò la Monarchia. I nostri signori vogliono onorare questo appuntamento facendo quadrato attorno all’esercito e alle mire interventiste? Bene: il 2 novembre provate a far cantare l’inno nazionale ai defunti.

    A ognuno le sue scelte.
    Fuori dall’Iraq – O dentro una cassa.
    Senza rimpianti.

  • La «quota rosa» che rischia la vita
    Giuliana Sgrena da il Manifesto 30-5-06

    Gli occhi neri sperduti, a volte assenti, la dura esperienza ha espropriato Malalai Joya, deputata afghana, della sua gioventù, ma questo non le impedisce di accennare un sorriso. Forse a Roma, dove è di passaggio, nella quiete della Casa internazionale, insieme alle Donne in nero e accolta in parlamento da alcuni deputati, può abbassare per un momento la guardia. Figlia di un aspirante medico costretto a interrompere gli studi per diventare un mujaheddin, combattente contro l’Armata rossa che aveva occupato l’Afghanistan, Malalai è cresciuta in campi profughi, prima in Iran e poi in Pakistan. Finché il padre, nel 1998, non decise di tornare nel suo paese, a Herat. E con i taleban la vita non è stata meno umiliante. Anzi.
    Dopo la caduta del regime fondamentalista è tornata nella sua città di Farah convinta a lavorare con le donne per permettere loro di riscattarsi da un passato di totale repressione. Come direttrice dell’Organizzazione per la promozione della capacità delle donne afghane (Opawc) si è impegnata nel campo dell’istruzione, della sanità e del lavoro per le donne. Un impegno riconosciuto dalla sua gente che l’ha eletta deputata alla Loya jirga (il parlamento afghano) con il voto del settembre scorso. A 28 anni, sposata con uno studente di agronomia, è diventata la peggiore nemica dei signori della guerra che siedono nella Loya jirga. E per questo è stata minacciata più volte di morte ed è già sfuggita a quattro tentativi di assassinarla. Ora gira con la scorta e cambia ogni notte il letto dove dormire.
    L’ultimo attacco l’ha subito in parlamento il 7 maggio quando stava facendo una distinzione tra i mujaheddin che hanno combattuto per la democrazia e coloro che hanno commesso solo crimini e hanno distrutto Kabul. E’ stata insultata («prostituta»), aggredita e picchiata così come i deputati che la proteggevano e un giornalista. Qualche parlamentare ha anche urlato di violentarla. Perché non ha peli sulla lingua: «In Afghanistan ci troviamo in mezzo a due fuochi, da una parte i criminali fondamentalisti dell’Alleanza del Nord pagati e protetti dagli Stati uniti e dall’altra i taleban e al Qaeda, terroristi-fondamentalisti appoggiati da diversi regimi, anch’essi fondamentalisti. Il parlamento è dominato dai narcotrafficanti. Nelle tasche dei signori della guerra sono finiti anche i 12 miliardi di dollari ricevuti per la ricostruzione del paese e i 10 miliardi di dollari stanziati dalla recente conferenza dei paesi donatori di Londra. Intanto il paese è come se fosse stato sconvolto dallo tsunami: ogni giorno muoiono 700 bambini sotto i cinque anni e 60/70 donne di parto, per mancanza di cibo, servizi e freddo. In Badakhshan (regione del nord del paese, ndr) c’è la più alta mortalità infantile e di donne del mondo. La disoccupazione raggiunge il 40 per cento. Per non parlare di giustizia: una ragazza di 14 anni è stata lapidata perché accusata di adulterio. La Corte suprema è nelle mani di uomini medioevali, appartenenti ai gruppi più fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyar e Abdul Rasul Sayyaf. E personale delle Ong e dell’Onu è stato rapito sotto gli occhi dei 6.000 soldati dell’Isaf».
    Malalai Joya è arrivata in Italia proveniente dalla Spagna dove ha partecipato a un seminario sulla presenza delle truppe in Afghanistan, è riuscita ad avere un invito nonostante la delegazione del governo afghano si opponesse alla sua partecipazione. Per sostenere che cosa? «Il popolo afghano ha bisogno di quella sicurezza che non potrà avere finché al potere ci saranno i signori della guerra. In Afghanistan non c’è legge. L’Isaf potrebbe avere un ruolo positivo se fosse indipendente dagli Usa e dalla politica americana, ma finora non lo è stata. E gli Stati uniti hanno sempre appoggiato i fondamentalisti: prima i taleban e poi l’Alleanza del nord. Il nostro problema è simile a quello dell’Iraq ma quando si parla di Afghanistan si vuol far credere che lì c’è la democrazia!».

  • MONDO. NATASHA WALKER: DONNE IN IRAQ
    Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per
    averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
    Natasha Walker, apparso sul quotidiano "The Guardian" dell’8 maggio 2006.
    Natasha Walker, prestigiosa intellettuale femminista, e’ editorialista del
    "Guardian"

    Le donne in Iraq stanno vivendo un incubo nascosto all’occidente. Una di
    esse e’ diventata regista proprio per aprire a noi una finestra su cio’ che
    le donne sopportano.
    Rayya Osseilly, ad esempio, e’ una medica irachena che si prende cura delle
    altre donne nell’assediata citta’ di Qaim. Non e’ sorprendente che la sua
    testimonianza non sia felice. "Non provo mai la sensazione che l’oggi sia
    migliore di ieri", dice nel filmato. Guardando ai resti bombardati
    dell’ospedale in cui lavora, e’ chiaro contro quali difficolta’ stia
    lottando.
    Non e’ usuale che sia dia uno sguardo piu’ da vicino a cosa accade alle
    donne in citta’ come Qaim, che ha subito un pesante attacco dalle truppe
    americane l’anno scorso. L’accesso ai media occidentali e’ severamente
    ristretto. Ora, tuttavia, abbiamo uno squarcio di questa realta’ grazie ad
    una donna irachena che ha viaggiato per l’intero paese e ha parlato con
    vedove e bambine, dottoresse e studentesse, cercando la verita’ delle vite
    delle sue connazionali.
    *
    La regista vive a Baghdad e vuole mantenere segreta la propria identita’ per
    timore di ritorsioni, percio’ la chiamero’ Zeina. Quando le ho parlato al
    telefono, la prima cosa che le ho chiesto era proprio perche’ sentiva il
    bisogno di nascondere il suo nome, e nella sua risposta non ha fatto alcuna
    distinzione fra il governo e gli ’insorgenti’, nel modo in cui noi la
    facciamo. "Temo il governo e le milizie settarie", ha detto, "I pericoli in
    Iraq vengono dagli statunitensi, dalle milizie settarie, e naturalmente
    anche dai criminali, le gang, i rapitori".
    Zeina ha deciso di realizzare questo film perche’ le cose che lei vede ogni
    giorno non sono viste dal resto del mondo. "Nessuno si accorge di cosa
    stiamo passando. Tutti gli iracheni sono psicologicamente traumatizzati da
    cio’ che sta accadendo. Conosco bambini che cominciano a tremare se solo
    sentono il suono di un aeroplano o vedono un soldato. Ho visto intere
    famiglie smembrate. Ho visto donne costrette a prostituirsi a causa della
    miseria delle loro famiglie".
    Zeina non era una sostenitrice del regime di Saddam Hussein. Durante quel
    periodo, lavorava come giornalista e traduttrice di critica letteraria. "A
    livello politico, prima della guerra, non ero contenta. Molte cose erano
    ingiuste. Non avevamo liberta’ di parola o di espressione. Ma non avrei mai
    immaginato che le cose cambiassero in peggio in questo modo. Non avevo mai
    immaginato una situazione del genere".
    Sin dall’inizio delle riprese, la cinquantenne regista sapeva che si sarebbe
    assunta dei rischi. "Viaggiavo in compagnia di altre due o tre persone, in
    un’automobile modesta. Quando viaggiavamo verso Qaim dovemmo attraversare il
    deserto, perche’ gli americani avevano bloccato la strada. Era buio quando
    arrivammo a destinazione, e proprio di fronte a noi si gonfiava una nuvola
    di polvere attraversata da lampi. Stavamo andando giusto incontro ai fucili.
    La guidatrice si butto’ fuori dalla strada cosi’ in fretta che per poco non
    ci rovesciammo. Poi, mentre stavamo filmando l’ospedale bombardato ed
    eravamo saliti sul tetto, gli statunitensi cominciarono a spararci. Penso
    che non volessero ucciderci, ma solo spaventarci. Volevamo mostrarci chi
    comandava".
    Le riprese del gruppo che trova rifugio dalle fucilate in un ospedale
    distrutto sono nel film. Invero, il film che e’ il risultato del viaggio di
    Zeina non e’ un prodotto ripulito, ma piuttosto una serie di sguardi
    parlanti che entrano in profondita’ nelle vite delle donne. Spesso lo
    spettatore si sente frustrato, desideroso di maggiori spiegazioni di quel
    che succede, ma data la situazione in cui sono costretti i giornalisti, e
    che ha reso la maggior parte dell’Iraq invisibile, si perdonano volentieri
    alla pellicola tutti i suoi limiti.
    Il film e’ particolarmente efficace nel catturare la struttura della vita
    familiare in condizioni di totale insicurezza, ed una delle sezioni si
    concentra sulla storia di una bambina di otto anni, sopravvissuta
    all’attacco dell’automobile in cui viaggiava con suo padre, sua madre ed
    altri iracheni. Fu trasportata a un ospedale militare, e per tre mesi se ne
    perdettero le tracce. La sua famiglia non fu informata di dove si trovasse,
    e nel frattempo la bambina subiva interrogatori in cui le mostravano
    fotografie di cadaveri chiedendole di identificarli. Il nonno riusci’ infine
    a rintracciarla a Baghdad, e quando nel film la vediamo singhiozzare in
    grembo all’uomo, sentiamo quasi fisicamente la frustrazione della famiglia:
    non vi e’ un’autorita’ che risponda di cio’ che e’ accaduto, e che possa dar
    risposta alla loro rabbia.
    *
    Zeina mostra anche, e in un modo che sicuramente dovrebbe suscitare una
    pausa di riflessione anche in coloro che qui in Gran Bretagna sostengono la
    guerra, come le vite delle donne siano state colpite dalla crescita dei
    fondamentalismi religiosi che hanno preso piede nel vuoto di potere
    imperante. "Alla tv e sui giornali c’e’ una propaganda continua sulle
    donne", racconta Zeina, "E’ disgustosa, e non ha nulla a che fare con
    l’Islam, ma solo con il rinchiudere le donne nelle case e privarle dei loro
    diritti". Per mostrare gli effetti negativi di questi sviluppi, Zeina ha
    viaggiato sino a Bassora. Per chi ha seguito l’evolversi della situazione
    nel sud dell’Iraq, il fatto che le donne vi vengano costrette ad indossare
    l’hijab e si impedisca loro di vivere liberamente le loro vite, non e’ una
    novita’. Ma il significato di questo stato di cose lo capisci veramente
    quando vedi giovani donne e i loro familiari narrare di minacce di morte e
    di pallottole inviate a scopo intimidatorio perche’ una ragazza faceva
    sport, o non indossava la sciarpa in testa.
    Come Zeina sottolinea, questo tipo di esperienza e’ nuovo per la maggioranza
    delle donne irachene, che hanno goduto maggior liberta’ economica e sociale
    prima dell’occupazione. "Qualche tempo fa stavo riguardando le foto di mia
    zia al college, negli anni ’60. Indossa calzoncini corti e canottiera, e fa
    sport nei campi della scuola. E poi ho guardato le foto delle studentesse di
    oggi, nello stesso college, coperte di nero dalla testa ai piedi, con le
    facce nascoste".
    Zeina non ha dubbi nel ritenere l’occupazione la maggior responsabile di
    queste situazioni: essa ha dato ai settarismi l’opportunita’ di fiorire.
    Ride, semplicemente, quando le chiedo se si sente grata per la democrazia
    irachena. "Democrazia? Quale? Non abbiamo democrazia, qui. La democrazia di
    cui parla Bush e’ una struttura completamente vuota, che ha le sue basi su
    interessi settari ed etnici. Che democrazia hai quando temi che la tua vita
    sia in pericolo, o che tuo marito venga ucciso, se solo esprimi te stessa
    liberamente? Questa democrazia e’ una brutta barzelletta".
    Rispetto all’occupazione, i pareri delle donne irachene sono divisi quanto
    quelli degli uomini, e nell’Iraq occidentale ho sentito io stessa donne
    inneggiare alla guerra statunitense. Ma e’ difficile resistere alla forza e
    alla passione con cui Zeina descrive il caos in cui la guerra ha precipitato
    l’Iraq.
    E desidera molto continuare a documentare la situazione in cui si trovano le
    donne, nonostante gli strettissimi limiti in cui e’ costretta a lavorare.
    "Mi sento molto impedita. Voglio davvero raccontare delle intere famiglie
    arrestate, dei corpi trovati, delle torture. Ma se non sei un giornalista
    che lavora con gli americani, con il loro permesso, la tua vita e’ in serio
    pericolo quando dai testimonianza su questi fatti". Nonostante i pericoli,
    Zeina e’ ansiosa di comunicare la realta’ che vede, e vorrebbe che noi la
    ascoltassimo: "Vorrei che le persone in Gran Bretagna capissero che
    l’occupazione dell’Iraq non fa gli interessi ne’ del loro paese ne’ del
    nostro. I vostri soldati muoiono, e nulla migliora per il popolo iracheno.
    Al contrario, la situazione sta andando di male in peggio, in special modo
    per le donne".

  • IRAQ:UCCISE DUE DONNE IRACHENE DA SOLDATI USA
    by NEFANDEZZA INFINITA Thursday, Jun. 01, 2006 at 11:17 AM mail:

    BASTA

    IRAQ:UCCISE DUE DONNE IRACHENE DA SOLDATI USA
    (AGENZIA GRT).Due donne irachene, di cui una incinta, sono state uccise ieri da fuoco americano a un posto di blocco a Samarra. Lo riferisce l’esercito Usa in un comunicato. Le donne viaggiavano su un auto in una zona interdetta al traffico. Un tiratore scelto ha cosi’ aperto il fuoco. Ora e’ stata aperta un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente

    aggiornamento: una era in cinta
    http://www.corriere.it/ultima_ora/a...