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LA STELLA CHE NON C’E’

venerdì 8 settembre 2006

di Enrico Campofreda

E’ il progresso nell’accezione pasoliniana del termine, la stella che non c’è sulla bandiera della Repubblica Popolare Cinese, da anni paradossalmente punta di lancia del turbocapitalismo globale. Perché il progresso può fare il paio con lo sviluppo - ma quello che avviene nel paese delle quattro modernizzazioni volute da Deng Xiao Ping e diventate corsa cieca d’un capitalismo senza regole - può chiamarsi sviluppo, avanzamento tecnologico, arricchimento per pochi e trasformazione delle condizioni di vita da rurale a industriale e commerciale. Progresso no.

E la vicenda dell’acciaieria Ilva di Bagnoli - dismessa, smontata e ricostruita nella regione Chongqing senza curarsi d’un difetto che potrebbe provocare incidenti gravissimi - è emblematica. Perché rivelatrice del cinismo e pressappochismo ma anche del banditismo imprenditoriale che, dopo aver caratterizzato l’industrializzazione occidentale dalla sua cosiddetta “rivoluzione“, si riproduce meccanicamente e sciaguratamente in altri angoli del mondo. Perciò anche in Cina non c’è progresso, come non c’è stato dovunque il capitale ha imposto regole basate sul profitto senza garanzie per la vita, la salute, il futuro del genere umano.

Le cineprese di Amelio ricostruiscono e testimoniano: in begli esterni traspare angosciosamente il grigiore del fumo delle acciaierie che tanto hanno inquinato in Europa e nel Nordamerica e ora creano quella nube ampia due-tremila chilometri che vaga su un buon pezzo dell’oriente. Nessuna impresa globale se ne preoccupa, nessun burocrate con la falcemartello pensa al rischio di vite umane. Anzi il manutentore Vincenzo Buonavolontà - in cui il regista s’immedesima, come aveva fatto Rea autore del bel romanzo al quale il film liberamente s’ispira - durante suo viaggio-avventura nel cangiante tessuto sociale cinese ha modo di verificare di persona come l’evoluzione tecnologica cammini di pari passo con un’involuzione morale.

Il protagonista è, come rivela il nome, un uomo probo, un idealista e per l’amore, il rigore, la generosità che lo caratterizzano intraprende quella peregrinazione per dotare l’impianto venduto di una valvola che possa evitare catastrofi. Purtroppo non trova altrettanta attenzione nella popolazione, tutta concentrata in un’alienante corsa alla produzione e al guadagno.

Diversa è l’interprete che lo guida, una ragazza conosciuta a Napoli durante le operazioni di smontaggio e poi rincontrata nel suo paese, che diventa il suo Virgilio nel percorso del Purgatorio d’oriente. La giovane aveva perduto lavoro a causa delle precisazioni tecnico-linguistiche del manutentore sulla sua stentata traduzione. Ora rivendica d’esser pagata. Ma l’iniziale contrasto lascia il passo a comprensione, complicità e affetto fra i due.

Se usi e costumi di vita si globalizzano solo la natura potrebbe serbare un’identificare dei luoghi ma non si sa per quanto. Certe regioni vengono stravolte da macro progetti, quella del Fiume Azzurro con la costruzione della più grande diga esistente sulla terra scombussolerà l’intero territorio.

Eppure lo sviluppo non riesce a inaridire tutti i rapporti umani. E il viaggio di Vincenzo ha sì la funzione di ribadirgli la perversione perenne dell’impresa capitalista ma gli mostra anche il sentimento che anima una parte dell’umanità, quello stesso che a fine percorso lo fa piangere come un bambino. Il manutentore ha un cuore che nessuna impresa gli ha mai fatto inaridire. Se questo sentimento s’amalgamasse con lo sviluppo ci sarebbe vero progresso e si potrebbe compiere quella rivoluzione che finora né tecnica né libretto rosso hanno saputo realizzare.

Regia: Gianni Amelio
Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio, Umberto Contarello
Tratto dal romanzo: “La dismissione” di Ermanno Rea
Direttore della fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Simona Piaggi
Interpreti principali: Sergio Castellitto, Tai Ling
Musica originale: Franco Piersanti
Produzione: Rai Cinema, Cattleya, Achab Film
Origine: Ita-Fra-Svi, 2006
Durata: 104’

Messaggi

  • umm...non ci avevo pensato a questo aspetto, la mia interpretazione personale è molto diversa. La stella che non c’è: apertura, comunicazione, paesaggi incantati, sensibilità e scambio tra culture completamente differenti. Pensavo che Gianni Amelio avesse voluto, semplicemente, mostrare una Cina diversa, differente da come viene dipinta ogni giorno. Andando oltre le violazioni dei diritti umani, le uccisioni o i maltrattamenti di bambini, l’inferiorità della donna o l’immagine di una Cina dalla quale l’Occidente si deve difendere per mantenere il proprio benessere economico, esiste un paese fatto di persone: gente semplice, umile e generosa che soffre molto. Beh, forse mi sono sbagliata, ma di una cosa sono sicura: ho una gran voglia di visitare la Cina ora, di conoscerne la gente, scoprirne le tradizioni e la vita quotidiano. Un film, tra le altre cose, è ben riuscito se suscita sentimenti, sensazioni contrastanti e anche interpretazioni libere. Buon lavoro!
    Moki