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LA VENDETTA DEI FRATELLI WACHOWSKI - V for Vendetta

lunedì 27 febbraio 2006

Prove d’anarchici

di Federico Ferrone

Può l’adattamento cinematografico di un fumetto inglese degli anni ‘80, avente come protagonista un giustiziere anarchico e mascherato, raccontare qualcosa sul rischio che corrono le moderne società occidentali di vedere limitati i propri diritti da governi che utilizzano la paure di attentati per instaurare controlli e censure sempre più rigidi?

Quattrocento anni esatti dopo la sua esecuzione su una pubblica piazza (il 31 gennaio 1606) il film americano ripropone la figura del bombarolo ante litteram Guy Fawkes come paladino delle libertà di un popolo tradito dalle sue istituzioni. Questi fu infatti il protagonista di una celebre rivolta, passata alla storia come “Gunpowder Plot” (“la macchinazione della polvere da sparo”), guidata da cattolici inglesi contro re Giacomo I e gli altri aristocratici del paese.

Obiettivo del “plot” era quello di far saltare in aria l’intero parlamento britannico. Scoperto il 5 novembre del 1605, Fawkes fu giustiziato nel gennaio dell’anno seguente ed ancora oggi molti inglesi ne commemorano l’evento bruciando un fantoccio che raffigura il rivoluzionario durante la festa annuale del Bonfire Night.

L’ombra di Fawkes era in realtà già invocata nel fumetto che dà il titolo al film, frutto del genio del disegnatore inglese Allan Moore all’inizio degli anni ‘80. Ispirandosi ad illustri predecessori quali Philip Dick ed ovviamente George Orwell, Moore aveva immaginato una società inglese neo-totalitaria, nella quale un partito simil-fascista aveva preso il potere giocando sulle fobie da attentato della popolazione (ed anzi organizzandone segretamente alcuni per rafforzare il proprio ruolo di garante dell’ordine), istituendo un regime ferocemente nazionalista e repressivo, in cui i media e gli spostamenti delle persone erano strettamente controllati.

In questa Inghilterra orwelliana dove l’omosessualità e l’islam sono banditi, un giustiziere mascherato che si fa chiamare semplicemente “V”, sfigurato dagli esperimenti eugenetici subiti in un campo di concentramento inglese, decide di lanciare la sua sfida all’ordine costituito, diffondendo la voce dell’insubordinazione e non esitando ad uccidere i responsabili del regime. Per la sua vendetta indossa proprio una maschera con il volto di Guy Fawkes e come il suo antesignano minaccia di far saltare in aria il Big Ben la sera del 5 novembre.

Sorta di Fantasma dell’opera (o Darkman) solitario e vendicativo, V comincerà dapprima col vendicare i responsabili del campo di concentramento in cui era stato internato, per poi passare al rovesciamento vero e proprio del governo inglese, coinvolgendo nel frattempo nei suoi piani una giovane ragazza, di cui naturalmente si innamorerà.

In maniera regolare da ormai più di un decennio Hollywood trova nel fumetto una preziosa fonte di ispirazione. Per gli studios ciò significa buone idee pronte per l’uso, mentre per i cultori del genere la trasposizione è spesso ragione di recriminazioni e accuse di alto tradimento artistico. Non dovrebbe essere il caso di V for Vendetta, la terza opera di Allan Moore ad essere portata sullo schermo dopo l’ottima trasposizione di From Hell e quella meno riuscita di The League of Extraordinary Gentlemen.

James McTeigue, al suo esordio dietro la macchina da presa, sembra aver studiato con grande attenzione la lezione cinematografica dei registi cui ha fatto da assistente: i fratelli Wachowski, con cui ha lavorato nella trilogia di Matrix, George Lucas in Star Wars- Episode II e soprattutto Alex Proyas, autore del cupo Dark City, forse il film a cui si è ispirato più direttamente dal punto di vista formale. Aiutato dalla sceneggiatura proprio dei Wachowski bros, McTeigue sembra a suo agio soprattutto nel descrivere atmosfere notturne e un clima di controllo poliziesco, disegnando il volto di una società totalitaria che appare per molti versi, se non prossima a venire, perlomeno realistica.

L’Inghilterra del film non è infatti uno scenario futuristico astratto, ma la proiezione pessimistica di un futuro prossimo, ovvero quello che potrebbe diventare un qualsiasi paese occidentale se l’escalation di violenza e di conflitti etnici e religiosi si infiammasse ulteriormente, spingendo la popolazione a scegliere un governo repressivo e poliziesco.

Spettacolare e scenografico, il film è anche originale e relativamente coraggioso, visti i tempi, per come cerca di scardinare alcuni luoghi comuni e strumentali sul terrorismo e sull’idea del criminale come categoria quasi ontologica, schmittiana, che si oppone alla società. V è infatti un eroe positivo nonostante il ricorso alla violenza ed è forse la morale ereditata dal fumetto a permettere una così ampia libertà agli sceneggiatori.

Contribuisce alla riuscita del film la presenza nel cast, oltre ai due protagonisti Natalie Portman e Hugo Weaver (di cui non si vede mai il volto), di alcuni tra i migliori interpreti britannici viventi, quali Stephen Rea, John Hurt e Stephen Fry, visibilmente divertiti dai ruoli che si trovano ad impersonare.

Significativamente co-prodotto dagli Anarchos Productions Inc (ed anche il simbolo del film, una “V” rossa, ricorda la “A” capovolta degli anarchici), V for Vendetta è, come in parte il primo Matrix, un film sull’individuo che si oppone alla società che ha cercato di reprimerlo e snaturarlo. Non saranno forse film come questi a rianimare i dibattiti sulla libertà d’espressione, visto che l’impianto è sostanzialmente hollywoodiano e per molti versi questa pellicola resta un divertissement con un gusto troppo pronunciato per le frasi ad effetto, così come le scene in cui omosessuali e musulmani sono arrestati e internati dalla polizia del nuovo regime indulgono troppo al sentimentalismo.

Ma scene come quelle del prete benemerito (in realtà complice delle torture del governo) che si fa recapitare in camera dai colleghi ragazzine minorenni, così come il finale, liberatorio proprio perché mette in scena la distruzione del parlamento, fanno toccare al film vette di insolenza che sanno di aria fresca.

“Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”: è una delle frasi preferite del protagonista del film. Può sembrare facilotta e ruffiana, ma non diceva già Bertolt Brecht, all’indomani delle manifestazioni anti-governative represse nella Germania dell’ Est il 17 giugno 1953, che se i cittadini avevano perso la fiducia del governo, sarebbe stato più facile per quest’ultimo sciogliere il popolo e scegliersene un altro?

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