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LA VITA CHE VORREI

martedì 5 ottobre 2004

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di Enrico Campofreda

“Per voi non è che un film, per me è la vita intera”. Quante camere si sono accese
e poi spente dai ciak di Truffaut sul set di “Effetto notte”? E ciò che accade
sulla scena della finzione cinematografica siamo certi che non sia realtà? Il
nuovo lavoro di Piccioni riprende un tema caro al maestro della nouvelle vague:
il cinema che racconta se stesso attraverso volti, emozioni, storie, passioni
degli attori-personaggi. L’intreccio potrebbe essere scontato: le vicende amorose
dei protagonisti del film che vanno oltre l’immagine fissata dall’obiettivo e
s’insinuano nella testa e nel cuore dei mestieranti. Ma dove termina l’interpretazione
e dove inizia la loro vita e all’inverso ci si può immedesimare coi ruoli interpretati?

Se lo domandano un navigato attore e un’esordiente alle prese con le rispettive parti di un drammone ottocentesco in costume dal titolo emblematico “La vita che vorrei” e coi propri sentimenti mossi dall’incontro sul set. Lui, Stefano, è freddo e distaccato, sa che un ruolo s’interpreta professionalmente ma poi s’abbandona e si vestono i panni d’un altro personaggio. Lei, Laura, porta con sé un’individuale sensibilità, non se ne separa e rimane se stessa quando interpreta la bella dama dei tempi andati.
Il regista ne è folgorato tanto da imporre Laura a produttori e a Stefano, lui è colpito dalla diversità di quest’attrice anomala e da partner nel copione comincia a diventarlo nella vita.

Qui Piccioni, nel narrare l’articolata storia d’amore fra i due, opera un meraviglioso mix sentimentale perché il serrato intreccio privato degli attori si mescola con le travagliate vicende della fiction. Ne gode la visione dello spettatore per nulla appesantita dai frequenti interni: dell’aristocratica casa (che in molti casi non esiste: è un set) dove si dipanano gli incontri fra Eleonora e Federico e gli appartamenti o le stanze d’albergo dove Laura e Stefano leggono la parte, la recitano, s’annusano, si desiderano, si amano, si dividono. Una scena come quella della caduta di Stefano-Federico che insegue la carrozza su cui Eleonora-Laura è salita, rompe una fase di tensione fra i due amanti e porta il buon’umore in tutta la troupe, è un esemplare pezzo di bravura scenografica. Citazioni e omaggi alla tradizione sono tutt’altro che velati: le locandine di film di genere “Catene”, “Tormento” alla memoria di Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che spiccano sulle pareti dei camerini; il proscenio teatrale da melodramma (la Traviata, visto che Eleonora porta con sé la ‘nefandezza’ della donna di facili costumi). Si rievoca anche se a ranghi ridotti il gran ballo de “Il Gattopardo”, e quando Eleonora sviene fra le braccia di Federico si può pensare sia frutto del copione mentre è Laura che ha avuto un mancamento per un bustino troppo stretto. Realtà e finzione s’inseguono vorticosamente ma non c’è nulla di forzato e costruito, l’amore fra Laura e Stefano nei discorsi, negli sguardi, nelle promesse d’addio, negli amplessi si compenetrano con quelli fra Eleonora e Federico.

Quest’ultimo è sempre più preso dalla compagna e ne diventa esageratamente geloso, poiché nella sua immediatezza la donna accetta inviti di agenti, produttori, registi. Una pletora di profittatori e doppiogiochisti che Stefano conosce bene e sa che per mestiere occorre frequentare, ma non sopporta il loro svolazzare attorno alla bella Laura. Lei, un po’ per l’estroverso carattere un po’ per ingenuità, sta al gioco. Quando s’accorge che i sospetti e la rigidità di Stefano superano il limite le si rompe qualcosa dentro: gli rinfaccia la sua cinica freddezza e gli intima di non farsi più vedere. I due si feriscono, non resta che terminare le riprese, interrompere la storia e non vedersi più. Laura dà l’addio all’amante con la voce di Eleonora che, prima di morire, ha vergato su una lettera il suo profondo sentimento. Ora che ha smesso i panni di Federico per indossare quelli di altri personaggi, Stefano non cessa d’avere dentro il pensiero per l’attrice. Fra l’altro è solo e in crisi: anche una giovane fan, di cui godeva la piacevole compagnìa si ribella alla sua insensibilità e si rifiuta di continuare a incontrarlo. Lui comprende che il meccanicismo con cui si relaziona agli altri è deleterio e autolesionistico.

La ricerca di Laura è insistente e senza esito, ma lei serba un segreto: aspetta un figlio da Stefano. E qui potremo congetturare se utili a generare siano stati gl’incontri privati o quelli in camerino, più difficile sia accaduto sul set viste le massicce presenze attorno ai riflettori, però l’idea è assai romantica. A rivelare la notizia è Chiara, l’altra attrice del film cui Laura aveva soffiato la parte di protagonista. Quando Stefano va in ospedale a trovare l’amata che ha fra le braccia il bambino dice d’essere cambiato eppure la distanza fra loro, anche in un momento di così alta gioia, appare siderale. Comunque per il giorno seguente Laura gli chiederà d’essere accompagnata a casa. Forse la vita che vorrebbero sta per iniziare.

Dopo il toccante “Luce dei miei occhi” l’accoppiata Lo Cascio-Ceccarelli si rivela ancora vincente. I due danno un eccellente saggio di recitazione, interpretazione, immedesimazione nel ruolo o assunzione meccanica dello stesso. La loro recita sembra a tratti teatrale, ma ci viene mostrato quanto lunga e ripetitiva sia invece la quella cinematografica. Il leit motiv è soprattutto quello dei destini incrociati dei due attori-amanti: sulla scena e nella vita le storie s’inseguono e si confondono, inesorabilmente. Per loro
il cinema non è più smaccata finzione, è vita, è la vita stessa.


Regia: Giuseppe Piccioni.
Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Piccioni, Linda Ferri, Gualtiero Rosella.
Direttore della fotografia: Arnaldo Catinari.
Montaggio: Simona Paggi.
Interpreti principali: Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Galatea Ranzi, Fabio Camilli.
Musica originale: Michele Fedrigotti.
Produzione: Lionello Cerri.
Origine: Italia, 2004
Durata: 125’

Info Internet: Sito Ufficiale di Giuseppe Piccioni
Recensioni e articoli: CastleRock / Italica Rai / Repubblica / Cinematografo.

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