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LE DERNIER DES FOUS

martedì 29 agosto 2006

di Enrico Campofreda

C’è una bella dimora di campagna e una famiglia che bella non è. E’ angosciata dalla malattia nervosa della madre che - vera o presunta - destabilizza tutti. Sia il marito Jean, uomo debole assoggettato alla propria madre che vive nella fattoria e ne influenza gli umori e le scelte come l’ipotesi di venderla; sia il figlio maggiore Didier, giovane sensibile con qualità letterarie e isteria accresciuta dalle schizofrenie familiari; sia Martin il fratello undicenne che con gli occhi dell’infanzia assiste apparentemente impassibile alle nevrosi di tutti i componenti.

L’unico elemento stabile, perno della precaria condizione generale, è la domestica marocchina Malika, che fa da madre ai ragazzi, assiste l’inferma e coi semplici ritmi del quotidiano (cucinare, lavare, accudire) offre un andamento regolare alla famiglia.

Basterebbe poco per godere della vita: attorno la campagna è meravigliosa, tranquilla e al tempo pulsante. Ma solo Martin, con l’anima candida dell’infanzia riesce a gioirne e a stupirsi. Certo il mondo ha sue dinamiche, può deludere e apparire duro, così Catherine che il piccolo frequentava per innocenti giochi, diventata signorina gli preferisce incontri con coetanei adolescenti.

Col fratello Didier ha un rapporto d’amore-odio, ne subisce il fascino dell’età adulta ma ne viene colpito da scostanza, nevrosi e dai fumi dell’alcol che ormai annebbiano il primogenito. Gli unici momenti d’affetto fra i fratelli ruotano attorno alla riflessione della propria infelicità così simile alle storie di David Copperfield che Didier legge a Martin. L’altro affetto il piccolo lo riversa sul micio di casa Mistigri prima che questi venga investito e ucciso da un ubriaco Didier.

C’è l’inesorabilità d’un destino già segnato, d’una vita che non può cambiare, d’un riscatto o una mutazione di percorso così difficili da raggiungere. Quel che prevale è dolore, sottolineato dalle urla della madre che non vuol uscire dalla camera da letto e non vuole vedere nessuno. E ancora dall’inazione e dall’inettitudine paterne, dai presunti torti subìti - quali l’annunciato matrimonio dell’amico Rapahel - che Didier vive come un tradimento forse per una condizione di omosessualità latente o vissuta.

Achard porta in scena con maestrìa (mirabile è la fotografia con una ricerca di luci e ombre inseguite attraverso un uso pittorico della cinepresa e l’alternanza di fasi di calma ed esplosioni di furore) un’inesorabile decomposizione della famiglia secondo meccanismi d’incomprensione, incomunicabilità, barriere create più dai ruoli che dagli individui. Infatti la donna, malata o meno, rifiuta d’essere moglie e madre perché non riceve in quelle vesti stimoli alcuni, e tale rifiuto manda in tilt l’intero nucleo familiare: un marito castrato da una madre invasiva e il primogenito cui è mancato un chiaro riferimento maschile.

L’unico attonito ma lucido di fronte al dramma è il piccolo Martin che assorbe come una spugna ogni tensione. E nella propria ingenuità e incoscienza porrà fine con un gesto inconsulto alla tragedia collettiva.
Pardo d’oro per la miglior regia al 59° Festival Internazionale di Locarno

Regia: Laurent Achard
Soggetto e sceneggiatura: Laurent Achard
Direttore della fotografia: x
Montaggio: Jean-Christophe Hym
Interpreti principali: Julien Cochelin, Pascal Cervo, Annie Cardie, Dominique Raymand, Jean-Yves Chatelais, Fattouma Bouamari
Produzione: Films Distibution, Aqat Film
Origine: Fra-Bel, 2006
Durata: 95’