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LE ELEZIONI TEDESCHE E NOI

mercoledì 7 dicembre 2005

di Antonio Catalfamo Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)

Le elezioni politiche tedesche hanno registrato: la sconfitta dei socialdemocratici, guidati dal cancelliere uscente Schroeder; l’avanzata contenuta dei democristiani (Cdu), che, però, non hanno ottenuto la maggioranza dei seggi necessari per governare assieme ai loro alleati, i liberali, che pure progrediscono significativamente; la buona tenuta dei verdi, che confermano circa l’8% dei consensi; l’ “exloit” dei “post-comunisti” (Partito della Sinistra), che, assieme ai socialdemocratici dissidenti di Lafontaine, più che raddoppiano i voti a livello nazionale (l’8,7%), ottengono circa un quarto dei voti complessivamente espressi all’est e sfiorano la soglia del 5% all’ovest, dove erano quasi completamente assenti, passando da 2 a 54 seggi.

Questi risultati hanno scatenato la furia interpretativa delle forze politiche italiane, che cercano all’estero la legittimazione alle loro teorie sui sistemi elettorali. I partiti-guida del centro-sinistra (Ds e Margherita) gridano al fallimento del sistema proporzionale, rilanciano il maggioritario e traggono dal “cattivo esempio” tedesco ulteriori argomentazioni per opporsi alla riforma elettorale (in senso proporzionalista, ma con premio di maggioranza e sbarramento) proposta da Berlusconi. A mio avviso, ben altre conclusioni bisogna trarre dallo stallo provocato dai risultati delle elezioni tedesche. Basta riflettere su un dato: gli elettori non hanno premiato nessuno dei due poli dominanti. Se Schroeder perde chiaramente la maggioranza, seppur risicata, che aveva in Parlamento, la democristiana Merkel non brilla di certo, dimostrandosi incapace di trarre vantaggio dall’evidente difficoltà dell’avversario. La causa della disaffezione dell’elettorato tedesco nei confronti dei partiti maggiori dev’essere ricercata nel fatto che i due poli portano avanti una politica economica molto simile. E’ questo il dato su cui riflettere.

Dopo la caduta del muro di Berlino, nell’Occidente capitalistico i gruppi padronali hanno messo in discussione e progressivamente cancellato lo Stato sociale, senza incontrare resistenza nei partiti socialdemocratici, che, in passato, ne erano stati i maggiori promotori e difensori. E’ così venuto meno il principale elemento distintivo tra partiti conservatori e partiti socialdemocratici. Schroeder, una volta al governo, ha imposto ai tedeschi una politica di lacrime e sangue, di tagli alla spesa pubblica, di attacco ai salari, al potere di acquisto, all’occupazione, e, in generale, ai diritti fondamentali dei lavoratori. L’elettorato sapeva che i democristiani avrebbero adottato una politica che presentava qualche elemento peggiorativo (una tassa unica del 25%), ma sostanzialmente uguale nelle linee direttive, ormai imposte ai governi nazionali dagli organismi internazionali. Perciò si è allontanato dai partiti maggiori ed ha premiato i minori, in particolare i “post-comunisti”, strenui difensori dello Stato sociale.

Non ha fallito in Germania il sistema elettorale proporzionale, ma la stessa democrazia formale, che entra in crisi nel momento in cui i poli “contrapposti” diventano quasi uguali: scegliendo l’uno o l’altro, l’elettore non fa altro che passare dalla padella alla brace. Tornando alla situazione italiana, Prodi, leader dell’Unione, se vincesse le elezioni con il sistema maggioritario attuale, che assicura un’ampia maggioranza con uno scarto minimo di voti (è stato proprio il centro-sinistra a gridare ai quattro venti che Berlusconi, alle ultime elezioni politiche, con un vantaggio di 300.000 voti, ha ottenuto 100 seggi in più), potrebbe imporre tranquillamente una “cura da cavallo” al popolo italiano, con la solita scusa dell’economia dissestata a causa del malgoverno dei suoi predecessori. Se, al contrario, si voterà col sistema proporzionale, seppur con un premio di maggioranza, egli dovrà fare i conti con una pattuglia consistente di parlamentari della sinistra antagonista, omologa del Partito della Sinistra tedesco, i quali dovranno difendere lo Stato sociale, conformemente al loro programma politico, a meno che non vogliano tradire la fiducia in essi riposta da tanti elettori appartenenti ai ceti più deboli della società. Questa pattuglia potrebbe essere decisiva, per cui il “Professore” non potrebbe metterla facilmente alla porta alle prime intemperanze.

Sta tutto qui l’oggetto del contendere, al di là delle motivazioni ufficiali addotte da Prodi e compagni contro il proporzionale. Costoro equivocano volutamente, spacciano per “governabilità” (che sarebbe garantita, a loro dire, dal maggioritario) la realizzazione immediata degli interessi dei ceti più forti, senza alcun “contemperamento” con quelli delle classi meno abbienti. Va, comunque, sottolineato che la riforma “proporzionalista” di Berlusconi non scalfisce la logica bipolare ed introduce un “premio di maggioranza” che ricorda la “legge truffa” del 1953. La sinistra antagonista deve battersi per il ritorno al “proporzionale puro”, che riflette gli orientamenti reali del Paese. Il maggioritario fu introdotto in Italia per impedire che, dopo la caduta del muro di Berlino, potesse rinascere un partito comunista di dimensioni tali da influire sui processi decisionali. Su questo punto si è registrato un “accordo tacito”, una “convergenza d’interessi”, tra la destra e le forze trainanti del centro-sinistra (Ds e Margherita).

Ma l’ideale comunista è duro a morire e le elezioni tedesche evocano il fantasma che, ai tempi della stesura del “Manifesto del Partito Comunista”, secondo Marx, si aggirava per l’Europa. L’obiettivo prioritario per tutti noi, in questo momento, è quello di impedire che la presenza comunista venga meno in Italia, di lavorare per l’unità di tutti i comunisti in un solo partito e per la diffusione dell’ideologia marxista tra le masse. Battaglia politica e battaglia culturale s’intrecciano. Al di là del sistema delle alleanze, che vanno pure cercate per battere Berlusconi e la sua politica autoritaria, non va smarrita la prospettiva del cambiamento radicale in senso comunista della società italiana.