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La Francia e i precari l’Italia e le Tv

venerdì 7 aprile 2006

di Piero Sansonetti

La Francia trema, scossa dai cortei di milioni di studenti che fanno vacillare la poltrona di Villepin. La Francia: cioè il cuore politico e intellettuale dell’Europa.

Cosa contestano gli studenti e i sindacati francesi? Contestano l’idea che il lavoro possa essere considerato semplicemente uno strumento del profitto. Tutto qui. Non vogliono sentir parlare di quell’ideologia dell’impresa - che negli ultimi 15 anni è stata il cemento del pensiero unico occidentale - secondo la quale l’aumento dei margini di guadagno (e dunque l’accrescimento e la concentrazione della ricchezza, e dunque il possibile sviluppo, e dunque la salute del mercato) sia la chiave di volta della politica e dell’economica moderna. Questa ideologia ha prodotto la grande idea del precariato.

Idea che è riassumibile così: sostituendo il lavoro garantito e protetto, con un lavoro saltuario e senza diritti, si dimezza - e forse più - il costo del lavoro, dunque si migliora la competitività delle imprese. La competitività delle imprese è l’unica salvezza dal declino e l’unica possibilità per il sistema di mercato di resistere alla globalizzazione (che esso stesso ha prodotto). Di conseguenza, la via per salvare ricchezza occidentale e democrazia è aumentare a dismisura il potere dei padroni, diminuire il potere di tutti gli altri, modificare - attraverso il precariato - il rapporto tra persone e lavoro. E’ questa la risposta - la sola risposta - trovata sin qui dalle classi dominanti dell’occidente alla globalizzazione e alla modernità. E questa risposta viene negata, rovesciata e - forse- abbattuta dalla rivolta francese.

E da noi? Quanto è vicina Parigi? E’ vicina, ma il mondo politico non se ne accorge. Mentre a Parigi viene messo in discussione tutto il castello del neoliberismo e l’ideologia precaria, da noi sembra che la sacralità della battaglia politica debba concentrarsi interamente su questa domanda tautologica (scusate la parola greca: vuol dire, più o meno, che si mangia la coda...): quali sono le regole sacre che rendono sacra la sacralità della politica? Non se ne esce. Solo su questo tema - cioè sul problema dei compiti, dei diritti e dei rapporti tra esponenti del ceto politico - la battaglia muove entusiasmo e passioni. Da un lato c’è una destra che cerca in tutti i modi di strattonare e cancellare le regole essenziali della battaglia politica, a proprio vantaggio - usando il potere economico e televisivo maggiore di cui dispone - dall’altro ci sono ampi settori del centrosinistra che non riescono a trovare in se la scintilla della passione e dell’indignazione, se non nel campo dei diritti del ceto politico. Tutto il resto lascia indifferenti: lavoro, diritti, salari, sesso, salute, casa, trasporti.

Ci sarà molto da lavorare, dopo il 10 aprile. La politica italiana ha bisogno di essere ricostruita, dopo questo decennio berlusconiano. Dovremo nuovamente convincerci che la politica è una battaglia di classi, di generi, di idee, e non un avvenimento sportivo, agonistico, televisivo, una specie di disfida che ha una sola posta: il potere.

http://www.liberazione.it/giornale/060406/LB12D6D8.asp