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La Grosse koalition da battere. A Berlino come a Roma

lunedì 27 febbraio 2006

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Riunito l’esecutivo della Sinistra europea. Bertinotti: "La battaglia contro il liberismo estremo e quello temperato"

di Stefano Bocconetti

Non solo in Germania. Ma anche a Bruxelles e addirittura pure qui da noi, in Italia. Dove magari siamo ancora fermi alle parole, che però sottendono tutte lo stesso obiettivo. Si parla della Grosse Koalition, l’incontro fra le destre, epurate dalle componenti più oltranziste, e pezzi della socialdemocrazia. Da dove nasce quesa denuncia? La Sinistra europea, che ieri a Roma ha riunito il suo esecutivo, ha una sua idea. Una sua analisi. Questa, per usare le parole di Fausto Bertinotti (che della Sinistra europea è presidente), in un incontro coi giornalisti: "La politica estrema del neoliberismo, quella per capire interpretata dal governo Berlusconi, è fallita un po’ ovunque". Il trattato Costituzionale è stato respinto (innanzitutto dai francesi ma non solo), la prima direttiva Bolkestein, ispirata ad un feroce dumping sociale, è stata accantonata. «Così hanno deciso un cambio di cavallo». L’esempio non è solo il nuovo esecutivo di Berlino ma viene anche da Bruxelles, dal compromesso, che è stato lì raggiunto, per la seconda versione della direttiva Bolkestein. "Passando così da un liberismo estremo ad un liberismo temperato".

I risultati, però, per le persone, per chi lavora, non cambiano affatto. «Anche nella nuova versione la Bolkestein rischia di produrre, pur se in forme diverse, gli stessi processi di crisi della coesione sociale e della democrazia. Almeno se la democrazia è intesa come partecipazione». Un giudizio analogo a quello espresso, nella stessa conferenza stampa, dal capogruppo a Strasburgo della Sinistra unita verde e nordica, il Gue, il francese Francis Wurtz (che guida una coalizione di forze, alcune delle quali non fanno parte della Sinistra europea ma che con la Sinistra europea ricercano convergenze e unità d’azione). Wurtz dice che nella nuova versione della Bolkestein sono state eliminate le parti più spaventose ma restano tutti «i veleni liberisti». Da combattere ora, adesso.

Da combattere. «Con la stessa intensità. - è di nuovo il segretario di Rifondazione - Noi combattiamo i governi delle destre in Europa perché portatori di un’ipotesi disastrosa, ma combattiamo con la stessa intensità la “grosse Koalition” perché i paesi europei non hanno bisogno di qualche emendamento alla politica delle destre, ma di un radicale cambio in politica economica e sociale».

I paesi europei non hanno bisogno di Grosse koalition. E non ne ha bisogno neanche l’Italia. Eppure, «nei nostri giornali, quell’espressione comincia ad occupare sempre più spazio. E si arriva così al paradosso: siamo all’inizio della campagna elettorale tra due schieramenti contrapposti, ma parallelamente comincia a correre un’ipotesi, che non sarà sottoposta agli elettori». Corre sostenuta da settori dell’alta borghesia, da personaggi come Mario Monti o Renato Ruggiero. Costoro «vorrebbero tagliare le ali alle coalizioni e soprattutto tagliare Rifondazione Comunista, per guadagnare spazio alla grossa coalizione». Ma forse da noi c’è un antidoto in più: il programma dell’Unione. «Nel progetto - sostiene Bertinotti - da questo punto di vista non c’è nessuna ambiguità. L’ispirazione è totalmente fuori dal neoliberismo ma anche dal liberismo temperato». Semmai, «delle ambiguità continuano a rimanere ma solo nei comportamenti delle singole forze politiche». Sulla redistribuzione del reddito, invece, o sulla tutela dei beni comuni, sul ruolo della programmazione, sul fisco, sul mercato del lavoro, sulla scuola, «il programma è inequivoco».

Questa la partita che si gioca in Europa e in Italia. Ma intanto, in questi giorni, in queste ore, se ne gioca un’altra. Forse addirittura più rilevante. Che riguarda il ruolo del vecchio continente e, lì dentro, il ruolo, «la missione», come dice Bertinotti, del nostro paese nel Mediterraneo. Un ruolo messo in discussione da Marcello Pera. Qui il segretario di Rifondazione non ha davvero alcuna remora. Mostra “Liberazione”, dicendosi d’accordo con l’enfasi con cui ha trattato l’argomento e parla del manifesto del Presidente del Senato e dei suoi amici come di un «fenomeno culturalmente inquietante e istituzionalmente intollerabile». Sì, istituzionalmente intollerabile. Perché delle due, l’una: o «Pera lascia la carica che ricopre o sceglie di combattere la sua crociata». L’unica cosa che non si può fare è che Pera «combatta la sua battaglia politica con la protezione del ruolo istituzionale». Una situazione talmente grave che richiederebbe una parola da parte di Ciampi. «Penso sommessamente che questa situazione dovrebbe essere motivo di intervento anche del garante supremo della Repubblica, che è il Capo dello Stato».

Questo sul piano formale. Nel merito, Bertinotti è convinto che «l’Italia abbia bisogno di una politica verso il mondo islamico che è esattamente il contrario della "propensione suicida”, dal punto di vista degli interessi del Paese, contenuta nel manifesto». C’è bisogno dell’opposto: «di rilanciare la vocazione di dialogo e di confronto che vedono l’Italia come ponte tra l’Europa e i paesi del Mediterraneo del Sud. Vocazione che si ricollega alla tradizione culturale di tutte le forze politiche italiane, che si contrastarono ai tempi della guerra fredda, ma che convergevano nella scelta che trova i suoi punti di riferimento nella Firenze del sindaco La Pira e nella lezione del Concilio Vaticano II». E che questa battaglia non possa essere confusa con quella elettorale, lo fa capire ancora Bertinotti con una battuta: «Chiedo anche agli elettori del centrodestra di riflettere sui contenuti di un manifesto tanto pericoloso per la società italiana e per il suo ruolo nel Mediterraneo». Ancora. Che non sia solo una questione italiana, lo rivelano anche le parole di Francis Wurtz. Da sempre innamorato del nostro paese, ora si dice sconcertato. «Il manifesto di Pera viene dopo le affermazioni di Berlusconi sulla superiorità del mondo cattolico sull’Islam e le affermazioni negazioniste della shoah dell’eurodeputato della destra Romagnoli. Mi sembra assurdo che simili personaggi possano parlare a nome dell’Italia e sarebbe bene che venissero relegati ai ricordi del passato».

Wurtz parla dell’Italia, esattamente come tutti gli altri dirigenti della Sinistra europea parlano di tutti i paesi. Delle loro lotte, di come coordinarle. L’incontro (durante il quale, presentato dal padre, Giuliano, è stato proiettato un film denuncia sull’assasino di Carlo Giuliani) finisce con l’impegno a creare un “osservatorio” sui conflitti. In modo che il partito sovranazionale sappia cosa accade davvero nel vecchio continente. E con l’impegno costruire la prima festa della Sinistra europea. Appuntamento a questa estate, a Palermo. Nella città “ponte” con l’altra sponda del Mediterraneo.

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