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La fame uccide piu’ della democratizzazione in Afghanistan - Noam Chomsky

martedì 20 settembre 2005

La crisi alimentare in Afghanistan

di Noam Chomsky

Mi dichiaro colpevole di non aver scritto nulla su questo argomento, quando sarebbe stato importante farlo, e di averci fatto cenno solo in qualche intervista sporadica e in pochi cenni nel corso di conferenze. Questa mancanza è stata deplorevole, perché la minaccia dell’attacco e, poi, l’attacco sono stati fra le azioni più ignobili della storia moderna, come si è immediatamente capito. In questi sporadici cenni ho citato le agenzie umanitarie internazionali, che con amarezza denunciavano il pericolo dell’attacco e poi la sua attuazione. Come preannunciarono, la minaccia d’attacco e, poi, l’attuazione della minaccia, hanno messo moltissime persone a rischio fame.

...Che la fame potesse causare la morte di milioni di persone era il messaggio chiaro, esplicito, evidente di quasi ogni agenzia umanitaria internazionale e di quanti si preoccupavano del popolo dell’Afghanistan. Questo era il messaggio, che disperatamente cercavano di trasmettere. Io ho riportato il loro messaggio in alcune conferenze e interviste, ma troppo poco...

Per quanto riguarda i fatti, la storia è questa. Il 16 settembre[2001], cinque giorni dopo l’11 settembre, il New York Times riferì che Washington aveva rivolto una serie di richieste al Pakistan. Fra l’altro, Washington “richiedeva...l’eliminazione dei convogli di camion, che forniscono molto del cibo e di altri rifornimenti per la popolazione civile dell’Afghanistan”. Vale la pena leggere e rileggere quel resoconto. Sarebbe stato incredibile se, diciamo, 1.000 civili afghani fossero dipese dai convogli, che gli USA ordinavano di abolire. Ma non erano 1.000. Il numero stimato dalle agenzie era di circa 5 milioni. Pensate semplicemente per un attimo a cosa significassero quegli ordini. Il fatto che non ci sia stato un’enorme clamorosa protesta è assolutamente scandaloso.

Le agenzie umanitarie protestarono con forza. Non si deve ricorrere a fonti esotiche per scoprirlo. A partire dalla fine di settembre, dopo la minaccia di attacco, ma prima che iniziasse, la FAO stimava a 7 milioni gli Afghani che avrebbero affrontato il pericolo della fame, se fosse iniziato l’attacco. Nello stesso tempo sul New York Times si poteva leggere che “il paese era appeso a un filo e noi tagliavamo il filo”, citando operatori umanitari, che erano stati evacuati di fronte alla minaccia di attacco, come effettivamente lo erano tutti. Solo per citare pochi altri esempi, un direttore del Programma Mondiale ONU per l’Alimentazione disse che dopo l’inizio dell’attacco, il pericolo di catastrofe alimentare, che era già molto alto, sarebbe “aumentato a un livello, cui non voglio neanche pensare”.

Un portavoce dell’Alta Commissione ONU per i Rifugiati disse che, “in Afghanistan, siamo di fronte a una crisi umanitaria di proporzioni epiche con 7,5 milioni di persone a corto di cibo e a rischio fame”. Dopo due settimane di bombardamenti il New York Times riferì che il numero di Afghani bisognosi di cibo era salito da 5 a 7,5 milioni” e che il filo era stato tagliato. Dopo un mese di bombardamenti, il principale esperto sull’Afghanistan di Harvard scrisse sul prestigioso giornale “International Security” (nel numero invernale) che “milioni di Afghani [erano] a grave rischio fame”. E si potrebbe continuare...

...Ritornando agli eventi di settembre-ottobre 2001, mettere una tale massa di persone a rischio di un “genocidio silenzioso” - per prendere a prestito il termine usato dalle agenzie dell’ONU per pericoli ben minori - è un crimine di grandissima entità e omettere di condannarlo, protestando vigorosamente, e di organizzarsi, per fermarlo, è un più aspro motivo di condanna degli USA e dei loro alleati. Lo ribadisco, con rammarico, accetto la mia parte di colpa per averlo a mala pena menzionato, quando la prova era tanto evidente e le azioni di tale estrema criminosità.

Molto più tardi, ho scritto di questo, benché ancora troppo poco, anche citando, mesi dopo, gli scioccanti resoconti, riportati dalle più attendibili fonti mainstream, sulla fame di massa e su altri orrori, riferendo degli appelli di alcuni eminenti individui e di organizzazioni afghane antitalebane a fermare i bombardamenti, che distruggevano il paese. Ma è stato troppo tardi, per cui, nuovamente, mi dichiaro colpevole.

Tutto questo sarebbe stato abbastanza orrendo, anche se ci fosse stata un motivo plausibile per ritirare dal paese le agenzie umanitarie, che chiedevano la fine dello spargimento di sangue e, poi, dei bombardamenti, con i loro scioccanti e previsti effetti. Ma non c’era alcun motivo plausibile.

Dopo diverse settimane di bombardamenti, gli USA e la Gran Bretagna elaborarono la versione secondo, cui bombardavano, per liberare il paese dai Talebani. Si può decidere di come opporsi alla messa “a grave rischio di fame” di 7,5 milioni di persone per conseguire questo obiettivo, ma è irrilevante, perché l’obiettivo non era questo. L’attacco era stato intrapreso per costringere i Talebani a consegnare agli USA le persone, che gli Usa sospettavano fossero coinvolte negli attentati dell’11 settembre, ma senza presentare la prova che i Talebani avevano richiesto, perché Washington non aveva nessuna prova. Il capo dell’FBI, otto mesi dopo, in una testimonianza resa al Senato, ammise che, dopo la più accurata indagine internazionale della storia, l’FBI poteva solamente riferire che “riteneva” che il complotto forse era stato ordito in Afghanistan, ma che era stato condotto a termine in Europa e nella RAU (Egitto), tutti alleati degli USA.

Questi sono, lo ribadisco, crimini di straordinaria gravità, come lo è il non protestare vigorosamente contro di essi e prendere iniziative perché sia posta fine ad essi.

...Nei pochi commenti che, al tempo, feci su queste orrende atrocità, accennai al fatto che non avremmo mai saputo le loro conseguenze, perché su di esse non si sarebbe svolta alcuna indagine. I morivi per pensarlo erano del tutto fondati: i potenti non investigano mai sui loro stessi crimini. Prendete a esempio il Vietnam. Noi non sappiamo, a non saperlo sono letteralmente milioni di persone, quanti Indocinesi sono morti nelle guerre condotte contro di loro dagli USA; i sondaggi rivelano che quanto la popolazione crede è di gran lunga al di sotto persino delle cifre ufficiali. Lo stesso è per innumerevoli altri casi. E la stessa cosa è ritenuta vera anche in questo caso.

Benché, come notato, più tardi abbia citato le notizie, che ho potuto trovare sulle principali fonti d’informazione, erano poche e frammentarie. Argomenti del genere non vengono semplicemente indagati, diversamente da quanto avviene per i crimini dei nemici ufficiali, dove si intraprendono indagini approfondite, per scoprire ogni briciolo di prova, che possa dare un’idea della portata dei loro crimini.

Ma - è la cosa più importante - la risposta a questa domanda non ha nessuna attinenza, proprio nessuna, con la valutazione degli ordini al Pakistan, che hanno preceduto l’attacco, con le minacce che hanno indotto le agenzie umanitarie a lasciare il paese, o con il bombardamento stesso. È un principio morale elementare il fatto che le azioni siano valutate in termini di portata delle conseguenze che si prevedono. Noi capiamo il principio morale molto bene allorquando si tratta dei nostri nemici.

Prendiamo, ad esempio, l’invio dei missili a Cuba da parte di Kruscev nel 1962, iniziativa che comportò un significativo pericolo di scatenare la guerra nucleare. Le persone assennate lo considerano un’azione da pazzo criminale, qualsiasi fossero i motivi. Non so se ci sia stato qualche tipo del partito comunista tanto depravato da “accusare” quelli, che denunciavano i pericoli effettivi, e [da sostenere] che non ci sarebbe stata nessuna guerra nucleare. Non lo so, ma forse ce n’è stato qualcuno...

Queste sono osservazioni veramente elementari. È una critica degna di nota alla cultura morale e intellettuale, in cui viviamo, il fatto che tanti non le comprendano: quando riguardano noi stessi, ovviamente, mentre, allorquando riguardano i nemici tutti giustamente le prendono per scontate.

Documento originale The Afghanistan Food Crisis
Traduzione di Giancarlo Giovine
L’articolo è una risposta, comparsa sul Forum di ZNet Sustainers, a una domanda sulle conseguenze dell’attacco all’Afghanistan. È apparso anche su Znet Blog, in cui è ripreso il Forum di Chomsky. Per accedere al forum, occorre diventare un “sustainer”. Per il contenuto del blog, visitate la top page di ZNet.

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