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La femme d’à còté

domenica 5 dicembre 2004

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“Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo non possiamo amare” (Sigmund Freud)

di Enrico Campofreda

Amour fou, fatal, maudit. Non poteva mancare nel repertorio sull’amore di Truffaut il risvolto tragico e torbido dei sentimenti. Egualmente vivo e umanissimo, al pari delle tenere storie a lieto fine, perché attinge sempre dalla passione, dalle emozioni che non si comandano e viaggiano per propri percorsi senza la possibilità d’essere guidate dalla ragione. L’amore spesso non è ragione, è follia. E dunque Mathilde e Bernard, pur fra mille contraddizioni, non solo s’attraggono ma a modo loro si amano. E’ questo stato che fa vibrare cuori e corpi, non l’anodina e sottomessa calma di sua moglie Arlette, che Bernard accetta per convenzione, né la serena compostezza che Philippe manifesta per la sua bellissima moglie. Tutto ciò dà sicurezza però non fa vivere, invece la passione fra Mathilde e Bernard inebria ma non ha futuro. L’enigma è aperto e può condurre a finali tragici come quello scelto nella sceneggiatura, tragico non illogico. La realtà in alcuni casi diventa assai cruda.

E’ il film più sensuale dell’artista, nessun nudo, niente di scandaloso, ma l’interpretazione del desiderio fornita dalla coppia Ardant-Depardieu è magistrale. Il corpo flessuoso di Fanny (ultima compagna di Truffaut), le labbra carnose (non siliconate secondo l’uso corrente), le sue gonne plissettate, le calze che ne esaltano l’incarnato, le gambe lunghe e magre, il passo cadenzato (“niente è più bello da guardare di una donna che cammina con la gonna ondeggiante al ritmo dei passi“ affermava il regista) rappresentano un perfetto quadro del desiderio maschile. Al pari l’animalità, il vitalismo, l’irruenza di Gérard-Bernard costituiscono un’attrazione ineluttabile per le donne. L’intreccio è semplice e coinvolgente, la chiusura drammatica ma resta una delle più intense storie d’amore della storia del cinema.

Trama

In un tranquillo villaggio rurale, sette case, pochissimi abitanti, Bernard Coudray vive con sua moglie Arlette e il figlioletto Tomas. A fianco della loro abitazione ce n’è un’altra da affittare. Un mattino si presenta un’auto con l’agente immobiliare e un uomo che ha preso in locazione la casa. E’ Philippe Bauchard, controllore di volo, che andrà ad abitarci con la moglie. Effettuato il trasloco i nuovi vicini si presentano ai Coudray, accanto a Philippe c’è la moglie Mathilde, una donna bellissima il cui sguardo incrocia ardentemente quello di Bernard che pare turbato. Il giorno seguente il telefono dei Coudray squilla, di là dal filo c’è Mathilde che parla con Bernard. I due non solo si conoscono, ma hanno condiviso un amore intenso e contrastato. Si sono amati, si sono lasciati dopo litigi, ripicche, tradimenti. Una passione intensissima e mai sopita, almeno per Mathilde che propone al suo ex un incontro. Lui tentenna, ma nel garage d’un supermarket torna a baciare molti anni dopo quella donna meravigliosa e desiderabile. Il fuoco si riaccende, non solo quello dei sensi. I due riparano in un albergo a ore e, nella stanza numero 18, riprende la passione. Si ricordano momenti incantevoli, entrambi sono ancora giovani e piacenti, Mathilde è sensualissima, ha fascino e classe e Bernard perde nuovamente la testa. Vuole affittare per un mese quella stanza, ma lei pian piano pensa che sia una follìa. Si è sposata con Philippe, non lo ama ma ne riceve serenità dopo essere già incappata in un matrimonio sbagliato col quale cercava di dimenticare la burrascosa storia con Bernard. I due si conoscono sin da ragazzi, e in gioventù hanno filato a lungo insieme ma l’unione s’è rivelata impossibile. Mathilde è attratta dalla carica erotica dell’uomo però non riesce a vivere serenamente a causa dell’irruenza di lui che sfocia a tratti in aperta violenza. Negli anni precedenti ha vissuto uno stato di prostrazione e non vuole ricadere nel gorgo nonostante l’attrazione per Bernard sia fatale.

Gli amanti riprendono gli incontri, celandoli naturalmente ai rispettivi partner; le coppie ufficiali si frequentano a cena o s’incontrano in un circolo di tennis a Grenoble, gestito da madame Odile Jouve. Odile non è più giovane, ma è una donna bella, ha una protesi alla gamba destra e procede poggiandosi a una stampella. E’ un handicap che s’è procurata lei stessa gettandosi dal settimo piano per l’abbandono subìto dall’uomo amato. Lei non morì perché una vetrata attutì la caduta ma la gamba andò a pezzi. In quel circolo Mathilde, che si diletta a scrivere storie per bambini e a illustrarle, incontra Roland, un editore amico di Philippe. Questi s’entusiasma per i lavori della donna e inizia con lei una collaborazione; il nuovo lavoro allontana Mathilde dalla brama di Bernard ormai pazzo per la sua ex fiamma, pazzo a tal punto da mostrarle nuovamente l’indole violenta. Mathilde ha paura, si rifugia nel matrimonio: programma con Philippe un lungo viaggio di nozze. E proprio nel giorno della festa di partenza, durante il quale i Bauchard hanno riunito in giardino gli amici, scoppia la furia gelosa di Roland che si rivela in tutta la sua folle irruenza aggredendo Mathilde davanti agli invitati. Scandalo. Mathilde e Philippe partono, Bernard deve spiegare ad Arlette i risvolti della vicenda. La moglie è paziente e comprensiva, viene accontentata con il sesso finendo incinta del secondo figlio.

Ma il viaggio di nozze non aiuta Mathilde, che agli occhi di Philippe appare sempre più incatenata al passato. Lei stessa si sente segnata dal destino, cade in depressione e viene ricoverata in clinica. E’ grave, dimagrisce, la visitano il marito, gli amici, anche Bernard ma lei non riesce a darsi chance perché non vede soluzioni al suo stato. Ama un uomo impossibile, che non la potrà mai renderla felice, e non riesce a proseguire un matrimonio tampone che non la infiamma. A stare male però è solo lei: dopo la sfuriata Bernard è rientrato nei ranghi, cerca di dimenticare e vive per la famiglia. Mathilde invece è sola, non ha niente, solo un infernale, soffocante passato che le fa dire “né con te né senza di te”. Nella sua testa balena un’idea che diventa epilogo tragico. Dimessa dalla clinica decide insieme al marito di stabilirsi a Grenoble e di lasciare l’imbarazzante abitazione. Ma una notte ritorna in quella casa e dal suo giaciglio Bernard sembra sentire il richiamo dei sensi. L’eco d’una porta che sbatte lo conduce nell’aia e poi nella casa di fronte e lì in penombra ritrova, come una magica apparizione, l’avvenente figura di Mathilde. Meravigliosamente sensuale, come sempre. Si baciano si distendono a terra, lei si sfila gli slip e invita l’amante a giacere fra le sue gambe. Avvinti e gaudenti. Ma la donna deve liberarsi da quel fantasma che non la fa più vivere: estrae dalla borsetta una rivoltella, la poggia alla tempia di Bernard e bang. Poi fa lo stesso sulla sua tempia. Adieu mon amour.

Regia: François Truffaut
Soggetto e sceneggiatura: François Truffat, Suzanne Schiffman, Jean Aurel
Direttore della fotografia: William Lubtchansky
Montaggio: Martine Barraqué
Interpreti principali: Fanny Ardant, Gérard Depardieu, Henri Garcin, Michèle Baumgartner, Véronique Silver, Roger Van Hool
Musica originale: Georges Delerue
Produzione: Les Films du Carrosse
Origine: Francia, 1981
Durata: 106’