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La polemica su festeggiamenti e nazionalismo

domenica 9 luglio 2006

Ma la nazionale di calcio non coincide con la patria

di Daniele Zaccaria

I festeggiamenti per la nazionale - ha scritto ieri Piero Sansonetti su questo giornale - sarebbero dunque delle grandi ammucchiate xenofobe. E lo sventolio di tricolori, le cacofonie di clacson, i cortei notturni degli inquietanti raduni nazionalisti. Se questa tesi fosse vera dovremmo preoccuparci e di brutto.

L’equazione nazionale di calcio uguale nazionalismo appare però artificiosa: tra i due fenomeni esiste un rapporto simbolico, psicologico e anche mimentico. Ma si tratta di due cose distinte per quanto omofone. Il calcio possiede la forza delle narrazioni letterarie, l’epica delle grandi imprese e incanta (o ipnotizza a seconda dei casi) i suoi adepti come un flauto magico.

Ma in fondo è solo un gioco. Uno sport popolare. A volte può diventare la metafora di qualcosa di più grande, altre può essere vissuto con esasperazione e malanimo, ma rimane saldamente ancorato al campo della simulazione. In un Mondiale poi a venire simulata è addirittura la guerra tra le nazioni, guerra senza morti né prigionieri e codificata dalle regole della buona condotta sportiva. I protagonisti della sfida, calciatori che nei loro campionati spesso sono compagni di squadra e buoni amici, si danno battaglia per un paio d’ore, poi tutti a fare la doccia. E alla fine i vincitori non impongono nessun trattato di pace agli sconfitti.

Allo stesso modo, nelle piazze italiane, a parte qualche sfottò e alcuni slogan di cattivo gusto, non si è vista nessuna caccia al tedesco. La dimensione carnevalesca, eccessiva, si è senz’altro intrecciata con l’ingombrante simbologia patriottica, ma tutto è restato nella cornice di una rappresentazione innocua e di una contrapposizione amena: pizze e mandolini contro wusterl e crauti. Stesso scenario in Germania, dove il silenzioso ritorno a casa dei tifosi della Mannschaft non si è certo accompagnato con atti di violenza contro gli italiani mentre i quotidiani d’oltrereno hanno subito abbassato i bellicosi toni della vigilia. Insomma tutto è tornato come prima; i tedeschi continueranno a prendere la tintarella sulla riviera romagnola e gli italiani a visitare la Porta di Brandeburgo e la Cattedrale di Colonia.

Resta il problema identitario. Sansonetti si chiede preoccupato attorno a cosa, a quali valori, si forma una comunità di persone. E si dà una risposta semiapocalittica. Osservando «l’incapacità di trovare altre dimensioni di vivere collettivo e altre idee di collettività» e prendendo atto della «crisi drammatica delle ideologie, delle idee e dei sistemi di pensiero», sullo sfondo di un «enorme vuoto culturale» non rimane quindi che la «piatta retorica nazionalista come via d’uscita». E cioè la nazionale di calcio, ovvero «un valore senza principi, un antivalore».

Ma il tifo per una squadra di calcio si può definire un “valore”? Siamo curiosi di sapere chi, tra i milioni scesi in piazza per strombazzare la vittoria contro la Germania, ha detto: «L’Italia di Marcello Lippi, di Cannavaro e di Zanbrotta è una cosa in cui credo, un valore che io rivendico». Tifare per qualcosa, una squadra, un campione, un semplice feticcio è un sentimento, non un valore, tantomeno un principio. I meccanismi di genesi del tifo hanno affascinato generazioni di sociologi ed antropologi, ma nessuno è riuscito a trovare una risposta definitiva a quel misterioso connubio di passione e fideismo. Non si sceglie di tifare una squadra, la si tifa e basta. Può capitare che in gioventù eri marxista-leninista e poi, vent’anni dopo, ti ritrovi a parlare tra gli applausi in un convegno di industriali. Ma se sei romanista, se sei juventino, romanista e juventino rimani. Sansonetti ha perfettamente ragione quando denuncia la crisi della partecipazione civile, lo scollamento tra politica e società, tra impegno e vita quotidiana ed è comprensibile che il “successo” riscosso da una squadra di calcio evochi in modo speculare gli “insuccessi” della politica, quella con la P maiuscola.

Non è però chiaro di chi sia questa «incapacità» nel trovare nuove virtuose strade d’identificazione collettiva. Della politica? Delle masse? Delle loro avanguardie stralunate? E se invece non fosse “colpa” di nessuno, se il pallone e la politica viaggiassero su corsie parallele?

Nel 1970 ci fu un’altra grande semifinale tra Italia e Germania, anche all’epoca vinsero gli azzurri e milioni di persone vissero una notte di tricolori e caroselli. Il Paese si preparava a vivere un decennio di utopie e di assalti al cielo, il più conflittuale e partecipato dell’era repubblicana; ma quando l’Italia di Riva e Rivera vinceva si scendeva in piazza a festeggiare fino all’alba. Proprio come è accaduto martedì notte.

http://www.liberazione.it/giornale/060707/LB12D6C5.asp