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Lavoro, cinquemila morti al giorno

lunedì 29 novembre 2004

I dati diffusi ieri dall’Ilo non lasciano dubbi: sul pianeta è in atto una guerra di cui nessuno parla e che, tra malattie e infortuni, produce più vittime di quella in Iraq.
Il dramma dei paesi in via di sviluppo

Lavoro, cinquemila morti al giorno

Quasi due milioni di persone muoiono ogni anno a seguito di incidenti o malattie legate al lavoro. Cinquemila al giorno.
Tutti i giorni dell’anno.
Anche quel giorno, l’11 settembre del 2001. Più del doppio di quanti persero la vita nell’attentato delle Twin Towers (1.900). Come costoro, quella mattina cinquemila lavoratori si alzarono pensando di andare a guadagnarsi da vivere e non fecero più ritorno a casa.

Al confronto, le centomila vittime in due anni della guerra in Iraq sembrano una inezia.
Di lavoro si muore più che in guerra, quindi.

A dirlo sono gli ultimi dati documentati dall’Ilo, l’International labour office. Il vecchio slogan usato anche dal nostro giornale, "la guerra del lavoro", è matematicamente demolito.

Una morte invisibile perché non raccontata dai mass media; infida, come nel caso del mesotelioma della pleura (legata all’amianto); silenziosa e infame, perché quando ci si alza al mattino l’idea che si ha in testa non è quella di andare al massacro.
Negli ultimi anni i pochi progressi fatti nella prevenzione riguardano un ristretto numero di paesi industrializzati.

E’ sempre l’Ilo a dirlo. Si muore sensibilmente di meno alla catena di montaggio, insomma, perché di industrie ce ne sono sempre di meno. E anche perché c’è qualche sistema di sicurezza in più.

Ma si muore di più nei paesi in via di sviluppo, dove le industrie delocalizzano vecchi impianti e dove la produttività impone ritmi di lavoro terrificanti.

In occidente si muore ancora, e molto, di malattie professionali.

Il picco dell’amianto è atteso per il 2015-2020. Vuol dire che ci saranno 250mila persone affette da mesotelioma pleurico. Saranno il doppio, se nel conteggio si considerano le malattie correlate all’asbesto.

Per Fulvio Aurora, portavoce di "Medicina democratica", il dato dell’Ilo «è credibile». «Non stupisce il fatto che i più colpiti siano i paesi in via di sviluppo», aggiunge. «In quelli occidentali, con la flessibilità del lavoro
dettata dalla concorrenza sul basso costo, si sta se non a raggiungendo quei paesi quantomeno peggiorando le condizioni di lavoro». In effetti, le indagini fatte sui lavori precari di tutti i tipi dimostrano un aumentano degli infortuni.

Con la famosa direttiva Bolkestein, inoltre, oltre al danno si aggiunge la beffa. «La tendenza è quella ad importare il doppio standard, la direttiva Bolkestein - aggiunge Aurora - anche per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro». In pratica, una impresa straniera che opera in Italia con propri dipendenti non sarebbe tenuta al rispetto della 626. La direttiva non è stata ancora approvata, ma ha buone probabilità. «Anche per quanto riguarda l’utilizzo di sostanze cancerogene e di agenti nocivi - conclude Aurora - esiste il doppio standard perché le multinazionali continuano a produrre amianto nei loro paesi e ad esportarlo in altri. Non viene utilizzato nella sede d’origine ma lo esportano nei paesi dove non ci sono normative proibitive».

Il tema della sicurezza sarà al centro del VI° Congresso internazionale su prevenzione, riabilitazione ed indennizzo degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali che si terrà a Roma dal 30 novembre al 3 dicembre.

«La sfida nella lotta contro gli infortuni sul lavoro - spiega il presidente dell’Inail, Vincenzo Mungari - è quella di costruire un modello vincente di prevenzione valido per qualsiasi realtà lavorativa, all’interno di ogni paese del mondo». Il problema è che poi quel modello bisogna applicarlo.

F.S.