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M.Travaglio : ClementeJ. Manidiforbice

venerdì 11 marzo 2005

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di Marco Travaglio

Giù le mani da Clemente J. Mimun. Il direttore del Tg1 è sotto attacco. La redazione è in subbuglio, le opposizioni lo vogliono cacciare. Lo accusano, pensate un po’, di non dare le notizie. Come se fosse compito suo.

Dev’essere la prima volta, dopo tanti anni di onorata carriera in Rai, poi al Tg5, poi al Tg2 e infine al Tg1, che si sente rivolgere questa bizzarra richiesta: dare notizie. E che c’entra lui? Al Tg2 è rimasto celebre il caso dell’inviato Francesco Vitale, che pretendeva di raccontare la motivazione dell’assoluzione di Andreotti per insufficienza di prove, piena di condotte gravissime: il suo servizio fu doppiato da una voce fuori campo che beatificava il senatore a vita.

Ma il meglio di sé Clemente J. lo diede sui fatti di Genova: un cineoperatore ficcanaso osò filmare 20 minuti di pestaggi della polizia su un gruppo di ragazzine con le mani alzate che urlavano: «Siamo delle Acli, siamo delle Acli!». Fortuna che c’era, a vigilare, l’inviato mimuniano Maurizio Crovato, che giudiziosamente imboscò il filmato. Venne subito promosso capo della redazione Rai di Venezia (dove, ora, è candidato a sindaco). Quel video esplosivo fu poi utilizzato da un inviato del Tg1, Bruno Luverà, per un servizio choc che gli valse il Premio Saint Vincent dalle mani del presidente Ciampi.

Pensava, l’ingenuo Luverà, che fosse un riconoscimento per il suo buon lavoro. Invece era una macchia indelebile. Infatti, poco dopo, Mimun arrivò al Tg1 e lo emarginò, costringendolo a fare causa. In compenso, promosse alla conduzione del primo telegiornale (si fa per dire) Attilio Romita e Susanna Petruni, che avevano amorevolmente seguito Berlusconi in tutto l’orbe terracqueo. Quando il Cavalier Crescina diede del kapò nazista a Martin Schulz, la Petruni pensò bene di non mandare in onda l’audio, così il Tg1 fu l’unico notiziario (si fa sempre per dire) al mondo a non far ascoltare il delirio berlusconiano e si guadagnò una prestigiosa citazione del Financial Times («Neanche il tg sovietico di Breznev avrebbe saputo far di meglio»). Mimun, ammirato, si affrettò a promuovere la brillante inviata.

Le notizie censurate o manipolate o geneticamente modificate sotto la sagace regìa di Clemente J. non si contano, infatti occupano centinaia di pagine di un libro bianco dell’Usigrai. Silenzio sul Papa quando parla contro la guerra. Tagliato Bossi che sparla del Papa. Segato Follini che critica Berlusconi («Il Tg1 è un monumento al servilismo», dirà lo stesso leader Udc, prima di farsi annettere al governo). Oscurato persino Berlusconi, almeno quando si asciuga il cerone colante in tribunale, o definisce «sovietica» la Costituzione, o liquida il delitto D’Antona come «regolamento di conti interno alla sinistra». Niente bandiere della pace perché - dice Clemente J. - «le vende la Coop». Niente abbraccio tra Formigoni e Tarek Aziz (abbraccio petrolifero, si apprenderà poi).

Vietato dire «pacifisti» (meglio «disobbedienti»). Nessuna traccia dell’indagine milanese sui figli del premier, i padroni del futuro. In compenso, ampio spazio ai servizi su vacanze ai Tropici, cenoni pasquali e regali di Natale, per mostrare un’Italia opulenta e ridanciana mentre non arriva a fine mese: leggendario il reportage sul «personal shopper», cioè sulle ragazze che per 50 euro all’ora insegnano agl’italiani a «comperare bene», utilissime per gli operai delle ferriere. Il resto è «panino», l’immangiabile pastone politico cucinato da Pionati triturando una dozzina di microesternazioni politichesi, spalmando le opposizioni su due fragranti fettone di pane: la voce del governo e la chiusa di Schifani. Chiunque osi lamentarsi, via! La vice Daniela Tagliafico, trasferita nei pressi di Anna La Garofana.

Maria Luisa Busi apostrofata con un «piantala di fare la bidella». Lilli Gruber processata per aver parlato della «discussa legge Gasparri». Appena qualcuno racconta le sue imprese, Clemente J. replica gli ascolti che premierebbero il suo amore per la verità. Per la verità, gli ascolti dipendono dal «traino», cioè dal quiz di Amadeus. E ultimamente non gli basta neppure il traino, visto che spesso lo batte persino il Tg5 di Rossella (dicesi Rossella).

L’altra sera, mentre il Tg1 delle 20 festeggiava la liberazione di Giuliana Sgrena, pur sapendo dalle 19.20 dell’uccisione di Nicola Calipari, il Tg5 di Rossella (dicesi sempre Rossella), Sky Tg24 e La7 davano la notizia completa. Clemente J. ha mandato avanti Romita tutto cotonato con un auto-spot in diretta: «Il nostro è il più grande tg italiano». Visto che non glielo dice nessuno, se lo dicono da soli. Come i sofficini Findus: garantisce la ditta. Poi il direttore ha spiegato che «noi abbiamo l’abitudine di verificare le notizie».

Strano, dev’essere una novità: due anni fa, alla vigilia della Cassazione sull’istanza di trasloco del processo Mondadori, il Tg1 riprese paro paro lo scoop di Studio Aperto sui giudici di Milano che tenevano in ufficio la foto di Previti a scopo di dileggio. Una balla sesquipedale, che il Tg1 non ha mai smentito: forse la stanno ancora verificando. Gad Lerner, per qualche immagine di troppo sullo scandalo pedofili, si dimise dal Tg1. Clemente J. invece, per qualche centinaio di notizie in meno, rimane. È lì apposta.

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