Archivi : FR | EN | ES

Articoli dal 2022

ORO ROSSO (TALARE SORKH)

mercoledì 9 giugno 2004

- Contatta l'autore


Due recensioni dello stesso film,

- una di Gianfranco Franchi che potete trovare qui

- una di Enrico Campofreda che pubblichiamo
di seguito

La nemesi storica soffoca l’Iran. Quello che le rivolte popolari, dirette e usate
dagli ayatollah (prima Khomeini poi Khameni), avevano cacciato ritorna con la
stessa matrice. Elevata all’ennesima potenza. Così neppure il più bieco oscurantismo
dei fanatici pasdaran riesce a tenere lontano dal quotidiano i sogni del benessere
che, per ricchi e diseredati, s’incarnano nei feticci del capitale. Proprio un
anno fa il moderato Khatami - che pure aveva aperto la società islamica a svariate
forme di occidentalizzazione - si trovò duramente contestato da giovani e studenti.
Provò a reprimere ma vide che complicava le cose. Alla fine mollò. Oggi gli ayatollah
più che tollerare sopportano i costumi occidentali, rivolti per ora prevalentemente
al mercato.

Ma le giovani generazioni potrebbero volere altro. Innanzitutto più libertà,
quella che manca sul fronte politico e su quello culturale, se il film di Panahi,
dal vago sapore neorealista, è vietato nel Paese. Mentre le donne inseguono libertà di
costumi. Che non vuol dire solo una diversa interpretazione alle norme coraniche
potendo mostrare i capelli in pubblico, ma riacquistare la dignità di individuo
rompendo le catene della subordinazione alla famiglia patriarcale.

La beffa - già patita dai movimenti laici, che nella crisi del ’79 non seppero dirigere la rivolta popolare contro l’ottusa dinastia dei Pahlevi lasciando via libera al fanatismo confessionale - può ripetersi. Gli iraniani guardano al mercato come via di riscatto dall’arretratezza economica subìta per l’isolamento voluto dagli ayatollah.
Un po’ come la vecchia de ‘Il giorno in cui sono diventata donna’ che pensa di riuscire a emanciparsi acquistando elettrodomestici. Ma la merce produce solo dipendenza, avidità, morte. S’accorgeranno che l’essenza del capitale globalizzato non è diverso da quello delle ‘Sette Sorelle’. A lui come agli ayatollah la democrazia, l’eguaglianza, la giustizia, i diritti e la liberazione dei popoli non piacciono affatto.

TRAMA

C’è una Teheran che somiglia a Hollywood e una che sembra il Bronx. E Hossein che ci sopravvive consegnando pizze a domicilio ha modo di conoscerle entrambe. Quella povera e diseredata, fatta d’incontri in bar di fortuna con l’amico Alì, aspirante scippatore e futuro cognato. E quella che intravede dai cortili di abitazioni borghesi, dove i giovani bene si riuniscono sfidando le retate di un esercito di ragazzini guidato dai ‘guardiani della rivoluzione’. In una di queste case immense, lussuose, superaccessoriate, ci cade dentro trascinato dall’angosciato giovane proprietario, che dopo aver ordinato pizze si vede mollato dalla ragazza e dalla di lei amica fuggite senza un’apparente ragione.

A venticinque anni dalla ‘rivoluzione komeinista’ l’Iran risulta più vicino all’Occidente che ai tempi dello Scià. Il bisogno di capitali, la voglia di mercato e la famelicità del medesimo verso un Paese di 70 milioni di abitanti ricco d’oro nero, gli influssi della globalizzazione, marchiano a fuoco. E i simulacri del consumismo sono sotto gli occhi di tutti: torri-albergo e grattacieli, sopraelevate e traffico soffocante come nell’odiato-imitato mondo yankee. Lusso voluttuario esposto in gioielleria.
Dell’Islam integralista appena l’ombra: il velo che signorine borghesi sempre più laccate e ingioiellate sopportano a malapena; e solo per le meno abbienti e sottomesse, i lunghi chador neri.

Dopo aver difeso la patria e l’Islam nella guerra contro l’Irak, Hossein s’è trasformato: problemi di salute lo riempiono di cortisone riducendolo a obesità grave. Ma per Alì, che vuole imparentarsi con lui dandogli in sposa la sorella, Hossein resta un mito. Pur coi suoi silenzi. Pur col suo disagio. Insieme vorrebbero recuperare denaro in qualunque modo anche scippando borsette. In una di queste trovano una fede tagliata e la portano in gioielleria per farla saldare.
Il vecchio gioielliere li tratta con sufficienza indirizzandoli nel bazar: lì vengono realizzati lavori di quella levatura. A Hossein, permaloso per natura, quel trattamento non piace e ben vestito, accompagnato dalla futura sposa e da Alì, torna in gioielleria. Vuole acquistare una parure per la sua donna, è disposto a spendere fino a due milioni di rial. Vengono serviti da un commesso, il padrone è intento a trattare con clienti di rango che pagano con assegni e carte di credito. Dopo aver concluso l’ennesimo affare si rivolge ai tre, consigliandoli ancora una volta di recarsi al bazar dove possono acquistare manufatti d’oro iraniano (lui tratta gioie italiane) che potranno più facilmente rivendere quando ci sarà bisogno. Il suggerimento parrebbe amichevole, per Hossein è l’ennesimo affronto classista.

Dopo l’immersione nel lusso della dimora californiana del giovane ossessionato dalla solitudine, dall’incomunicabilità, dall’incomprensione con le donne che termina con una sbronza e un bagno in piscina, Hossein ritorna nella gioielleria.
Sempre in sella alla moto, sempre con il fido Alì. Stavolta indossando un casco integrale. Entra e minaccia il gioielliere classista con una pistola. Vuole la merce che era esposta in vetrina. Sembra un vero rapinatore del Bronx. Il padrone cerca di resistere, negare, temporeggiare. Intanto s’affaccia una cliente, vede la scena e fugge urlando. Si raduna una piccola folla. Scattano allarme e grata automatica. Hossein resta chiuso in trappola vittima della sua vittima. Entrambi vittime dell’oro. Alì non può far nulla. La folla inveisce. S’attende la polizia. Tutto precipita e nella concitazione Hossein spara uccidendo il gioielliere.

Poi dalla sua prigione osserva la scena. L’Iran ricco e povero gli passa davanti. Lui è rinchiuso. Sarà accusato d’un omicidio che non voleva commettere. La corsa per accaparrarsi l’oro è giunta al capolinea. Si punta la pistola alla tempia. L’oro si tinge di rosso.

Regia: Jafar Panahi
Soggetto e sceneggiatura: Abbas Kiarostami
Direttore della fotografia: Hossain Jafarian
Montaggio: Masoud Behnam
Interpreti principali: Hussain Emadeddin, Azita, Rayeji, Shahram Vaziri, Kamyar Sheissi
Musica originale: Peyman Yazdanan
Produzione: Jafar Panahi
Origine: Iran, 2003
Durata: 97 minuti

08.06.2004
Collettivo Bellaciao