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Oreste Scalzone : Il messaggio di un minuto

giovedì 14 luglio 2005

Si può giocare con se stessi, credendoci e insieme assumendo il sortilegio contrario, dell’ impegno al “sarò breve”, come fosse l’ultima sigaretta che ti allunga la vita, il messaggio da un minuto. Scrivere cioè la lettera totale con l’ansia dell’ateniese Milziade, sapendo che la dannazione della proliferazione per arrivare ad Aleph impone il passaggio per la biblioteca di Babele*. E’ il paradosso della carta dell’Impero cinese a scala 1:1. La memoria totale è uguale a zero. Poi si ricomincia: sapendo che comunque questo straordinario lavorio sedimenterà grumi di senso, da sottoporre a confutazione.

Stavolta, invece, è scattata la sensazione febbrile, come da chiusura in tipografia del giornale, dell’effetto “linea della morte”. E allora, quando ti sembra che stiano cadendo gli ultimi granelli della clessidra, senti di poter tentare una sorte di virtuosismo musicale, da avanguardia novecentesca. Una formula magica in cui i silenzi contano come i puntini del testo scritto, o gli smiles negli sms... Cose che non è necessario aver detto perché sennò andrebbero sviscerate. A pena di avvitarsi nella vertigine dei rimandi, degli excursus, dei flashback, giù giù nelle rapide delle note a margine e delle ramificazioni. Un pozzo senza fondo: tu aggiungi per scoprire contemporaneamente che manca qualcosa di più. E allora paradossalmente una soluzione parziale diventa la lista della spesa: accontentarsi di tirare fuori un elenco di punti, confidando, con feroce ottimismo, nella possibilità di poterci poi ritornare sopra.

*A Babilonia

E’ come se qualcuno, che sembrerebbe un indemoniato, avesse un delirio. Lui conosce tantissime lingue e si mette a fare una Babele da solo, oppure parla un dialetto inventato, un gramelot, e pretende che quello sia l’esperanto, o la presunta lingua originaria unica dell’uomo, e la presenta come tale. La cosa è terribile, perché non c’è scampo. Perciò affermo la necessità di una regolarità nell’uso dei codici se sono tali, altrimenti si fa poesia ermetica. Uno non può dire di colpo che lui le parole le usa in un altro senso rispetto ai codici perché per questa libertà assoluta si possono provocare delle stragi per un nonnulla. E quindi non si può dare la stura a tutte le assurdità, proponendole come normative.

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