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PER SALVARE LA VITA ALLA DETENUTA DIANA BLEFARI

martedì 13 giugno 2006

di Doriana Goracci

Ho ricevuto l’appello dalla Lista Redlink e dalle Donne in Nero dell’Aquila, che così scrivono:"Lo sguardo rivolto e la solidarietà espressa alle tante donne detenute nei luoghi di conflitto sono per noi lo stesso sguardo e la stessa solidarietà da rivolgere ed esprimere alle detenute politiche rinchiuse nelle carceri del nostro paese".

Ritenetemi partecipe alle vostre iniziative e solidale.Farò, nel mio piccolo, tutto il possibile per far circolare il vostro appello e approfondire il tema trattato.

Donne in Nero Tuscia - Collettivo Bellaciao Italia

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Questa è la mail (notorturademocratica@yahoo.it) che ho inviato poco fa al Comitato contro la tortura democratica e il diritto alla vita di Diana Blefari.
Di seguito potete leggere in merito.
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Diana Blefari sta per morire.

Dopo due anni e mezzo di carcere, per la maggior parte dei quali ha
subito una vera e propria tortura fisica e mentale, si sta arrendendo,
nell’unica forma che una persona con dignità attuerebbe a fronte della
somministrazione di una massa di violenza di dimensioni spropositate
come quella che gli è stata rovesciata contro. Qualche giorno fa i
medici di Rebibbia hanno chiesto ufficialmente, alla Corte che si
occupa del suo appello, il suo «indispensabile» ricovero «immediato» in
una struttura sanitaria idonea. Non mangia, infatti, da circa 30 giorni
e continua ad essere detenuta in regime di 41 bis.

Non è una notizia
inaspettata. Negli ultimi tre mesi, in seguito all’interessamento di
alcuni membri di Rifondazione comunista di L’Aquila (dove ha sede il
carcere che l’ha "ospitata" fino a poco tempo fa), la sua situazione
era stata ripetutamente denunciata con alcune lettere e articoli
pubblicati su giornali nazionali e alcune manifestazioni di solidarietà
erano state espresse da ambiti della sinistra antagonista. Ma
naturalmente non è servito a niente. Come del resto finora a nulla è
servito l’iter legale promosso dai suoi difensori che, già
precedentemente, era stato avviato per fare presente la gravità della
sua situazione e quindi sollecitare un intervento da parte degli organi
competenti.

A nulla, se non a dimostrare, qualora ce ne fosse ancora
bisogno (ma giusto per chi come al solito vuole far finta di non
capire), la preterintenzionalità della volontà di uccidere attuata nei
suoi confronti (naturalmente dopo averla torturata per bene!). È
infatti emersa una stridente contraddizione all’interno delle
istituzioni (come chiaramente si evince dalla scheda allegata):
strutture mediche del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria)
che da mesi esprimono la necessità di toglierla dal 41bis, e strutture
burocratiche che rispondono alle istanze degli avvocati affermando che
la situazione medica della detenuta è perfettamente sotto controllo!
La sua condizione è sicuramente figlia del 41 bis e più in generale del
carcere di annientamento, considerato che condizioni "particolari" di
detenzione, basate sull’uso massiccio dell’isolamento, sono comunque
applicate con larga discrezionalità in ogni carcere. È noto a chi e in
seguito a quali episodi si deve l’introduzione del 41bis nel nostro
ordinamento; altrettanto noto è il processo decisionale che ha portato
alla sua stabilizzazione ed estensione a persone con altri tipi di
imputazioni rispetto alle originarie come appunto Diana, attualmente in
custodia cautelare per reati previsti dall’art. 270bis del codice di procedura penale.
Secondo la ratio della norma il 41 bis dovrebbe
servire ad impedire le comunicazioni dei detenuti con eventuali
complici all’esterno, quindi a scopo preventivo. Ma poi la realtà del
suo utilizzo è tutta un’altra.
Da questo punto di vista la condizione
di Diana è emblematica dellla vera logica che presiede all’applicazione
di tale norma (anche se, pure in questo senso, il suo caso non
costituisce una novità assoluta, almeno per chi ebbe modo di leggere un
paio di anni fa il libro-inchiesta "Tortura democratica" di S. D’Elia e
M. Turco). La teoria della necessità di rompere i collegamenti tra i
detenuti ed eventuali associati in libertà si rivela una panzana
vergognosa, visto che Diana non comunica più, ormai da quasi un anno,
con nessuno. La tortura dell’isolamento ha provocato in lei l’unica
risposta possibile per sottrarvisi: il rifiuto di ogni dialogo e infine
il lasciarsi piano piano morire.
Appare chiaro, dunque, che, più che
ad impedire i suddetti rapporti con l’esterno, con l’applicazione del
41bis si vuole distruggere quel minimo di rapporti affettivi che il
carcere "normale" non era ancora riuscito ad azzerare. E lo si fa allo
scopo preciso di ottenere "collaborazioni" e "pentimenti".

Esistono numerose "confessioni" che svelano questa falsità: "Contro i capimafia
è necessario il massimo rigore, senza lasciar neppure intravedere la
possibilità di un ammorbidimento delle condizioni di detenzione, salvo
che cambino idea e non inizino una seria e fruttuosa collaborazione",
così l’allora presidente dei deputati Ds Luciano Violante il 24 maggio
2002; ancora più esplicito è stato Alberto Maritati, già membro Ds
della Commissione parlamentare Antimafia (e oggi neo-sottosegretario
alla Giustizia del governo Prodi! Proprio un bel segnale di
garantismo!), che il 16 luglio 2002 dichiarò: "Il punto centrale è la
stabilizzazione del 41bis. Non tanto per dare una risposta a Leoluca
Bagarella. Ma perché di fronte ad una situazione stabile si chiarisce
che si esce dal carcere duro solo con una precisa dissociazione o un
pentimento". Erano i tempi in cui si discuteva appunto se rendere
stabile la disciplina del 41bis, inizialmente sottoposta a periodico
rinnovo, e di estenderla ad altri tipi di imputati detenuti (proprio
così. basta essere imputati! E nelle carceri italiane oltre il 60% di
quelli che ci finiscono si rivelano alla fine innnocenti!). Come è noto
la decisione fu presa in pieno spirito bipartisan.

L’attività repressiva dispiegata contro gli imputati per associazione eversiva o
mafiosa è già palesemente ispirata a una logica di guerra, e non solo
quando vengono reclusi. Già in sede investigativa e poi in dibattimento
le procure sono impegnate a dimostrare la "verità" dei loro teoremi
accusatori e non la verità storica dei fatti accaduti. Ma tale piano
potrebbe ancora rientrare nelle prerogative dello Stato (se non fosse
per il piccolo particolare dei numerosi innocenti che ci vanno sempre
di mezzo!), quando il nemico si pone anch’esso sul piano della guerra.
Ma quello che è schifoso, il vero crimine, è che, con l’utilizzo del
carcere di annientamento, si pratica una logica da guerra "sporca",
quindi analoga a quella vigente nelle varie Guantanamo e Abu Grahib
disseminate nel mondo, verso le quali le organizzazioni umanitarie sono
solite indignarsi (strana vocazione umanitaria quella di dedicarsi solo
a detenuti stranieri e naturalmente risiedenti il più lontano possibile
dall’Italia e . ancora meglio se sono già morti!).

Il 41 bis, essendo utilizzato per provocare la "collaborazione", quindi per determinare un comportamento non voluto dal soggetto che lo subisce, è chiaramente una
forma di tortura, nel senso previsto anche dalle convenzioni
internazionali. È concepito in maniera raffinata, per sottrarne la sua
applicazione al contraddittorio con la difesa davanti ad un giudice
terzo. Infatti è erogato con misura amministrativa e ministeriale e
quindi non esiste diritto di difesa per l’imputato, anche se le pezze d’
appoggio per applicarlo sono ricercate nelle note informative degli
organi investigativi e negli atti della pubblica accusa, quindi in "atti di parte".

Secondo la logica di questa guerra "sporca" il "nemico" deve essere annientato prima con la tortura, poi auspicabilmente con il marchio dell’infamità, e infine può anche
morire.

Se la logica fosse quella di una guerra "normale", quindi,anche se pur sempre deprecabile, propria di uno Stato di diritto,sarebbe molto più coerente reintrodurre la pena di morte, ma naturalmente non lo si vuole fare.i nemici non soffrirebbero
abbastanza! E quest’ultimo "aspetto" per i professionisti della gogna è davvero irrinunciabile.

Denunciamo la criminalità delle azioni e dei comportamenti che colpiscono Diana.
Denunciamo che i criminali peggiori sono quelli che promuovono, eseguono e godono della tortura degli esseri umani.

Denunciamo il pericolo che possa essere disposto il trasferimento di Diana in un OPG (ospedale psichiatrico giudiziario), in quanto tale soluzione sarebbe l’ultimo e più bestiale livello della tortura. Verrebbe imbottita in maniera forzata di farmaci
allo scopo di tenerla in vita solo per farla ancora soffrire.

Disprezziamo, semplicemente disprezziamo, chi afferma che Diana sta fingendo.
Chiediamo a chi è interessato ad eliminare la pratica della tortura nel nostro paese e ritiene altresì importante la difesa del principio del diritto alla vita, di sottoscrivere questo

APPELLO

PER L’IMMEDIATO RIPRISTINO DEL PRINCIPIO DEL DIRITTO ALLA VITA PER
DIANA, CON RICOVERO IN STRUTTURA OSPEDALIERA PUBBLICA E QUINDI CON
REVOCA DEL 41BIS, O, IN DOLOROSA ALTERNATIVA, IL RIPRISTINO DELLA PENA
DI MORTE CON PROVVEDIMENTO AD PERSONAM NEI SUOI CONFRONTI. ANCHE QUEST’ULTIMO, CONSIDERATI I TEMPI E I LUOGHI IN CUI SI VIVE, SAREBBE UN
GRANDE GESTO DI UMANITÀ.

COMITATO CONTRO LA TORTURA DEMOCRATICA E PER IL DIRITTO ALLA VITA DI DIANA BLEFARI

PER INFORMAZIONI ED ADESIONI:

notorturademocratica@yahoo.it

Messaggi

  • APPELLO
    CONTRO LA TORTURA DEMOCRATICA
    PER IL DIRITTO ALLA VITA DI DIANA BLEFARI

    La Convenzione ONU approvata dall’Assemblea generale il 10 dicembre 1984 e ratificata dall’Italia ai sensi della legge 3 novembre 1988, n. 498, all’articolo 1 definisce il crimine della tortura come «qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze, fisiche o mentali, con l’intenzione di ottenere dalla persona stessa o da un terzo una confessione o un’informazione, di punirla per un atto che lei o un’altra persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorire o costringere la persona o un terzo, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi altra forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenza siano inflitte da un pubblico ufficiale o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito». All’articolo 4 si prevede che ogni Stato parte vigili affinchè tutti gli atti di tortura vengano considerati quali trasgressioni nei confronti del proprio diritto penale.
    COMITATO CONTRO LA TORTURA DEMOCRATICA E PER IL DIRITTO ALLA VITA DI DIANA BLEFARI

    Adesioni singole:
    Giulio Petrilli - Segretario provinciale prc L’Aquila
    Francesco Paglia - Consigliere provinciale prc L’Aquila
    Felicia Santilli e Pelino Santilli - Segreteria circolo prc L’Aquila
    Romano Nobile - Ares 2000 onlus
    Livia Medda - Cagliari
    Enrico Padovan - Progetto Comunista Area Programmatica, Parma
    Avv. Claudia Ruggieri - Teramo
    Avv. Filippo Torretta - Teramo
    dott.ssa Fabiana Costanzi - L’Aquila.
    Avv. Simona Giannangeli - L’Aquila
    Avv. Marina Ranieri - L’Aquila
    Maurizio Acerbo - Deputato prc alla Camera
    Francesco Caruso - Deputato prc alla Camera
    Italo Di Sabato- Capogruppo prc/sinistra europea Consiglio regionale Molise
    Pino Cantarini - Psichiatra Responsabile del CSM di Orvieto (TR)
    Valentina Valleriani - L’Aquila
    Doriana Goracci - Donne in Nero Tuscia, Collettivo Bellaciao Italia
    Maria Rosa Panté - Borgosesia (Vercelli)
    Floriana Lipparini
    Gabriella Grasso – Milano
    Birgit Clari Schuler - Milano

    Adesioni collettive:
    Gruppo Donne in Nero di L’Aquila
    Corrispondenze Metropolitane (Roma)

    per contatti e adesioni: notorturademocratica@yahoo.it