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PER UNA RICONCILIAZIONE DEI MOVIMENTI

mercoledì 22 febbraio 2006

di Nella Ginatempo

su Guerra e Resistenza

Dopo l’assemblea di Firenze sembra che si sia creata una aporìa nel movimento contro la guerra, cioè un blocco, una situazione paralizzante che impedisce di procedere. Ciò è dovuto ad un conflitto non risolto, incancrenito da tempo e cioè non governato . Ma la vera politica è l’arte di governare i conflitti, e tanto più una politica di pace. Dunque è possibile- mi chiedo- che tante persone che da anni lavorano per il diritto alla pace, per una cultura di pace, per coniugare pace e giustizia, non riescano a trovare una forma di convivenza politica che consenta di procedere insieme tra pezzi diversi della sinistra alternativa ?

Eppure la piattaforma per il 18 marzo, recepita nell’appello europeo e in quello di Caracas è ampiamente condivisa e rappresenta istanze innovatrici e concrete per una politica di disarmo e di svolta in politica estera. Dunque sarebbe dissennato, un vero spreco di energie e di speranze collettive se prevalessero le risse e le divisioni nel movimento e più in generale in tutta quella galassia presente a Firenze alla assemblea del movimento contro la guerra. Una galassia che rappresenta un punto di tenuta, di resistenza del movimento contro la guerra senza se e senza ma, un punto di autonomia e di riaffermazione di Unaltromondopossibile, rispetto alla centralità soffocante che ha acquisito il programma ambiguo dell’Unione e le compatibilità del centrosinistra. Ci siamo detti più volte e lo abbiamo ribadito a Firenze che il protagonismo dei movimenti e la conflittualità sui territori sono il sale della democrazia e impediranno la deriva socialdemocratica che si profila all’orizzonte con le sue trappole politiche che, soprattutto sul tema della guerra, cercano di normalizzare il movimento e di riproporre una continuità con la politica estera di sempre, fondata sulla subalternità agli USA e sul riarmo.

Ma a Firenze si è rinnovata la volontà di rivendicare una svolta in politica estera, di non fermarci al ritiro delle truppe dall’Iraq ma di ribadire il ritiro dell’Italia dalla guerra e dunque da tutti i teatri di guerra e dalle missioni militari comunque mascherate, dalle spese militari, dalle fabbriche d’armi, dalla militarizzazione dei territori con le basi militari USA e NATO. Ora, questo costituisce un vero programma di svolta per una vera riforma di pace, un programma che parla al futuro governo e al futuro Parlamento perché proviene dalle istanze sociali più innovatrici e radicali. L’unità del movimento su questa linea non deve e non può essere messa in crisi dalle divisioni ideologiche su resistenza e terrorismo, su violenza e nonviolenza : altrimenti sarà inevitabile il fallimento del nostro, vinceranno i disegni di normalizzazione delle lotte ed anche la criminalizzazione dei settori giudicati più "estremisti", insomma lo steccato ideologico tra buoni e cattivi. Per questo vorrei richiamare tutte e tutti ad uno spirito più responsabile e costruttivo, ad una nuova politica di pace verso il movimento e dentro il movimento.

Ciò che propongo è una gestione trasparente del conflitto a fini di pacificazione tra i pezzi diversi del movimento, e dunque in sintesi e più rozzamente una MORATORIA tra i sostenitori della nonviolenza e gli irriducibili del sostegno alla resistenza armata.

Per realizzare questa moratoria è necessaria una disposizione di animo, innanzi tutto, che interiorizzi tolleranza, uno spirito laico nel guardare alle diversità, una rinuncia alle posizioni più intransigenti, insomma una posizione di chiarezza e fermezza sulle proprie posizioni ma coniugata con la disponibilità al dialogo ed alla ricerca di una convergenza vera e non di facciata.

Parlo innanzi tutto per me stessa e per la mia parte: sono convinta che solo la pratica della nonviolenza di massa possa cambiare il corso della guerra globale e aprire un altromondopossibile. Non solo perché la nonviolenza disegna un mondo rivoluzionario per la sua eticità, mai visto finora nella storia e dunque per i valori e comportamenti di cui è portatrice. Ma anche perché alla lunga è l’unica pratica efficace che può contrastare il potere militare, geopolitico, economico e ideologico del Nuovo impero. Soprattutto il potere militare, secondo me, non può efficacemente essere vinto sul suo stesso piano, quello delle armi, ma viceversa sul piano delle lotte di massa e della decostruzione del consenso e della obbedienza ai poteri forti. Credo, come predicava Gandhi, che la disobbedienza civile di massa possa salvare il mondo e che solo una gigantesca resistenza civile nonviolenta possa spezzare l’isolamento delle lotte di liberazione nazionale ( vedi l’esempio del Chiapas) e contrastare la sconfinata licenza di uccidere dei signori della guerra.

Ma queste mie radicate convinzioni devono fare i conti con l’analisi del contesto attuale e delle forze in campo, con l’analisi del movimento e delle sue difficoltà, con l’analisi dei soggetti oppressi e delle concrete risorse culturali e politiche che hanno a disposizione. E con il mio desiderio sincero di realizzare l’unità quanto più ampia possibile di tutti i movimenti che si battono contro la guerra senza se e senza ma e contro la sistematica costruzione dello scontro di civiltà.

In omaggio a queste considerazioni politiche mi sono chiesta: a cosa sono disposta a rinunciare della mia ideologia ? Su quale punto di mediazione sono disposta ad attestarmi e a tendere una mano a chi la pensa diversamente da me ?

Ho pensato che questo punto di mediazione è il diritto internazionale: la carta dell’ONU, le convenzioni di Ginevra, il processo di Norimberga con la sua sentenza sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità e naturalmente la Dichiarazione universale dei diritti umani ( chi se ne ricorda più ?). Non si tratta di documenti che sanciscono l’idea della nonviolenza, tutt’altro. Sono il gracile tentativo di legislatori illuminati che hanno cercato di raccogliere le aspirazioni universali dei popoli a porre un freno alla ferocia delle azioni belliche, in definitiva a limitare la guerra, a limitare la violenza in nome del rispetto della persona.

Questo diritto internazionale riconosce il diritto di resistenza armata contro gli eserciti occupanti invasori, ma contemporaneamente pone dei limiti alle azioni belliche, anche a quelle che considera legittime per il diritto di autodifesa. I limiti sono quelli del rispetto dei diritti umani universali anche per la guerriglia dei popoli oppressi e le guerre di liberazione. Qui appare evidente la distinzione tra resistenza e terrorismo. La prima, lotta armata di un popolo oppresso contro l’esercito che gli ha mosso guerra, evita il coinvolgimento dei civili inermi, ripudia il terrore e le stragi contro il popolo o componenti di esso, esclude le violazioni di diritti umani come gli atti di inutile ferocia, i sequestri di civili e le esecuzioni sommarie, gli stupri etnici e i linciaggi, gli attentati in zone densamente abitate Questa linea di demarcazione è leggibile ieri nelle deliberazioni della resistenza italiana, assunte dal CLN, ed oggi, per fare un esempio, nella sentenza della giudice Clementina Forleo che ha distinto il diritto dei resistenti dai crimini del terrorismo. Tanti esempi si potrebbero fare: oggi questa distinzione è presente tra importanti settori della resistenza palestinese, è assunta nei documenti del Consiglio degli Ulema in Iraq e dal movimento sciita resistente di Muqtada al Sadr.

Per me accettare la legittimità della resistenza armata è un dolore, ma è anche un passo avanti che sento di fare verso le difficoltà dei popoli oppressi che non hanno le condizioni oggi per pensare e praticare la nonviolenza di massa oppure che non la condividono come mezzo efficace. E io non voglio ergermi a giudice e censore dall’esterno, non voglio imporre le mie convinzioni come condizioni obbligatorie per fornire il mio sostegno morale e politico alla lotta di quei popoli, altrimenti farei l’integralismo della nonviolenza. Tuttavia queste considerazioni non inficiano la mia fermezza e determinazione nel chiedere alla resistenza di quei popoli la condanna dei metodi del terrore e delle violazioni dei diritti umani e non diminuiscono la mia determinazione nel cercare altre strade, alternative alla lotta armata, attraverso la resistenza civile e nonviolenta di massa.

Contemporaneamente, questa condanna del terrore e questi limiti che in nome dei diritti universali dovremmo sempre chiedere ai movimenti di liberazione nazionale, aumentano il nostro sdegno verso il terrorismo di Stato, verso il regime violento dell’Impero e le sue infinite violazioni dei diritti della persona, con le torture, le detenzioni illegali, le deportazioni, l’uso di armi di distruzione di massa, lo sterminio e il genocidio di civili, i giganteschi crimini di guerra e contro l’umanità-. Non dovremmo stancarci di chiedere una Norimberga per Bush e i suoi accoliti, per lo Stato criminale di guerra, gli U.S.A., di cui siamo complici e alleati.

E tuttavia, ripetere che il vero terrore è quello a stelle e strisce e che lo scontro di civiltà viene alimentato dal terrorismo di Stato non è sufficiente a superare le divisioni ideologiche che abbiamo in seno al movimento nostro.

Dunque ritorniamo al punto di convergenza: se gente come me che scrive, lavora e lotta secondo i principi della nonviolenza è disposta a legittimare sul piano politico e morale la resistenza armata del popolo iracheno e palestinese, dall’altra parte, i sostenitori della lotta armata e denigratori della efficacia della nonviolenza, sono disposti a fare un passo indietro, rinunciare ad una posizione integralista ed accettare due principi importanti?

Il primo è che il terrorismo esiste anche dentro le fila di quel mondo che vuole lottare contro l’Impero degli USA e che esso va ripudiato e condannato, come metodo in sé, perché costituisce un crimine contro l’umanità; corollario di questa posizione è condannare l’uso dei kamikaze come strumento di guerra, anche da parte di quei movimenti che agiscono in nome e per conto dei popoli oppressi.

Il secondo principio è che la resistenza civile e nonviolenta di massa deve essere sostenuta e ampliata come parte di un’unica vasta opposizione sociale alla guerra e al dominio USA

Naturalmente poi, è utile per tutte e tutti noi esercitare l’arte della distinzione politica e comprendere i soggetti, i contesti, le differenti resistenze in campo, ad esempio in Iraq, con differenti visioni politiche e differenti possibili sbocchi, verso un processo di liberazione democratico e laico o verso processi involutivi di vecchio e nuovo integralismo. E credo che tutte le nostre azioni debbano essere ispirate dalla prudenza politica di chi vuole spegnere lo scontro di civiltà e dal coraggio politico di chi vuole dissociare l’Italia dalla complicità con l’impero criminale degli USA. Ripudiare il terrorismo significa ripudiare la guerra e l’occupazione militare dell’Iraq, ma sostenere davvero la resistenza del popolo iracheno significa aiutarla a trovare uno sbocco politico non armato, a ridurre le violenze e i lutti, ad ampliare la partecipazione della cittadinanza attiva ad un processo costituente reale e laico dell’Iraq.

Ma il primo dovere politico che abbiamo è disarmare l’Italia, impedirgli di nuocere, ritirare le armate, spegnere i venti di guerra che attraversano la nostra Repubblica, forieri di nuovi incendi.

LA PACE AL PRIMO POSTO