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Parigi brucia e l’Europa non esiste

martedì 8 novembre 2005

di MC Silvan

Non so chi ricordi "Parigi brucia ?" di Renè Clémént del 1966. Uno degli ultimi film a soggetto collettivo in bianco e nero con un cast strepitoso (Anthony Perkins, Orson Welles, Jean Paul Belmondo, Alain Delon) che con Le Quattro giornate di Napoli e la Battaglia di Algeri completa una grande trilogia dei film di liberazione.

Il film prende il titolo dalla frase messa in bocca ad Adolf Hitler alla fine della pellicola: "Parigi, brucia ?" è l’inutile domanda del Fuehrer che rieccheggia da un telefono abbandonato in fretta e furia dai nazisti all’Oberkommando di Parigi ormai deserto.

Il film rivela quindi una sicurezza di fondo su cui si costiuisce
l’immaginario europeo per tutto il lungo dopoguerra: su Parigi ormai salvata dalle fiamme si costruisce l’idea di Europa e il cast multinazionale è chiamato a simboleggiare questa allegoria.

Il fatto che Parigi stia bruciando da diversi giorni, per quanto in una maniera che sfiora solamente i flussi di interazione tipici della megalopoli, sta comunque mettendo a crisi l’idea stessa di Europa. Come è sempre capitato per gli eventi della capitale francese, dalla rivoluzione al maggio 68 e, allo stesso tempo, in maniera differente, nuova e quasi inavvertita.

Le rivolte contro la polizia, e non genericamente la "violenza" come oramai ha preso a dire anche l’inviata del Manifesto (in omaggio all’obbligo di attribuire significato solo a chi ha la bandiera arcobaleno in mano, amen), estesesi a partire da Clichy-sous-Bois si sono sviluppate secondo una modalità impressionante. Infatti, ad un certo punto in molte parti di quella
zona di Parigi si sono contemporaneamente coalizzate e rivoltate contro la polizia bande storicamente rivali tra di loro. Una rivolta estesa, e senza accordi precedenti, contro la presenza dello stato francese sul territorio che là si esercita con la miscela di controllo militare e di progetti del terzo settore, proprio come avviene nel sud del mondo.

Libèration ha anche argomentato che la rivolta, proprio per queste modalità di insorgenza differenziata e spontanea contro la polizia, può continuare. Il dato politico, e simbolico, è però già uscito: da Parigi a Londra, dalle rivolte contro la continua presenza militare dello stato sul territorio della banlieue ai quartieri extraoccidentali del Londonistan, la presenza della governamentalità europea è prevalentemente formale e fatica ad imporsi persino con la forza.

A differenza degli antichi quartieri operai, dove il riconoscimento
socialdemocratico della statualità al massimo faceva concorrenza alla statualismo alternativo del comunismo, su questi territori ci troviamo all’assenza di condizioni per il riprodursi di una legittimità sostanziale delle istituzioni: in cambio del riconoscimento della sovranità dello stato non si possono erogare materialmente diritti di cittadinanza e non resta che la presenza militare della governamentalità che, per quanto ne pensino i Cofferati di ogni latitudine, provoca rivolte che infiammano ulteriormente le periferie.

Tutte queste tematiche del resto sono notissime alla letteratura americana che si occupa di governo delle metropoli: ad esempio il neofunzionalimo d’oltre Atlantico, dando per scontata l’impossibilità di una società civile nelle metropoli e dando per acquisito il fatto che l’intelletto collettivo delle nuove tecnologie non è un fattore di coesione sociale, costituisce una tecnologia di governo che si esercita a prescindere dall’esercitarsi o meno di queste rivolte e dall’estendersi della frammentazione sociale.

In questo contesto il punto è che gli Stati Uniti hanno superato da tempo le necessità costituenti, la nazione è già nata da oltre un bicentenario e quindi lo stesso esaurirsi della spinta propulsiva della società civile può essere tranquillamente archiviato a favore di grandi tecnologie di governo che fanno presa su territori complessi, socialmente differenziati e in presenza di mondi in piena secessione dalla sfera pubblica.

In Europa invece, la società civile è continuamente evocata come elemento costituente del nuovo soggetto statuale continentale ed è doppiamente inesistente: storicamente è ormai fenomeno esaurito dalle dinamiche di civilizzazione dei singoli stati e socialmente non è certo il soggetto egemone nelle periferie desertificate delle metropoli come nelle cattedrali del consumo.

Anche per questo Parigi ci indica che l’Europa non esiste: perchè mostra la società civile come elemento costituente del futuro soggetto statuale continentale si è esaurito prima, nelle dinamiche storiche dei singoli stati nazionali. E questo lo si capisce bene proprio a partire dalla Francia, che ha elettoralmente votato contro l’Europa a primavera e socialmente e inconsapevolmente "votato" nelle periferie parigine in questi giorni.

Certo, per molti l’analisi di questi temi può essere uno choc: cresciuti nei perimetri dei forum europei della società civile come prima cittadina d’Europa, di movimenti partecipativi e quant’altro fa humus neostatuale è traumatizzante l’idea che da una parte ci sia l’alta complessita delle tecnologie di governo (di cui la repressione fa anche parte) e dall’altra i barbari con in mezzo il nulla, anzi lo spettacolo mediatico.

Ma, come diceva il vecchio Karl Kraus, la civiltà finisce dove finiscono i barbari. E siccome ultimamente di barbari se ne vedevano pochi forse bisogna salutare questi fuochi di Parigi come un’occasiome per riparametrarsi alla critica nei nuovi livelli di complessità del potere senza formule consolatorie.

Ogni modo, il fiancheggiamento nei confronti dei "casseurs" oltre ad un piacere è un obbligo morale. Chi parla di movimenti maturi solo perchè non tirano sassi non capisce nulla delle dinamiche di territorio e propone solo una strategia di più o meno dignitoso assoggettamento. Il problema è che la libertà è altrove e la libertà si esprime strategicamente anche con la riduzione della potenza dello stato, con la messa in crisi del colonialismo
permanente del Leviatano (e pensare queste rivolte con il terrore dell’esito degli anni ’70 italiani significa uno scarso esercizio di fantasia politica e di compulsivo assoggettamento).

Parigi brucia ? Pare di si. Ma non sono le truppe del Reich ad incendiarla quanto bande di agili incappucciati della banlieue. In questo modo l’Europa percepisce una crisi profonda: fortunatamente non c’è più la voce gracchiante di Hitler ad un telefono abbandonato ma c’è la rivolta dei neri, dei beurs spontaneamente coordinata nella notte da appositi segnali sul cellulare. Hitler si sarebbe collassato a vedere il fenomeno e Chirac lo sta facendo.

Nique la police e che l’odio sia con noi.