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Parigi, la banlieue incendiata dalla rivolta, Chirac: "Fermatevi!"

venerdì 4 novembre 2005

di Daniele Zaccaria

Il premier De Villepin ha convocato d’urgenza il Consiglio dei ministri, annullando una visita ufficiale in Canada. Il presidente Chirac ha lanciato un accorato appello per "calmare gli spiriti e far rispettare la legge in un clima di dialogo". Alla settima notte di scontri tra giovani delle periferie parigine e reparti antisommossa della polizia, la rivolta delle "banlieues", nata nelle cités degradate di Clichy-sous-bois, conquista nuovi quartieri-ghetto a nord della capitale, ma soprattutto sta diventando un caso politico maggiore, che fa scricchiolare le già fragili fondamenta del governo liberal-gollista.

"Dobbiamo garantire la legalità repubblicana, la nostra priorità è il ritorno dell’ordine pubblico in periferia", ha detto il premier il quale, in un linguaggio meno offensivo ma ugualmente bonapartista, rimane sostanzialmente nel solco tracciato dal ministro dell’Interno Sarkozy, il primo gendarme di Francia, "nemico giurato" dei gruppi di adolescenti di origine maghrebina che agitano le notti delle banlieues, da lui definiti «feccia» e "farabutti".

Parole degne di un ultrà che non hanno niente da invidiare alle retorica xenofoba del Front National di Jean Marie Le Pen. E che hanno suscitato malumori tra le fila dello stesso governo di centrodestra.

Così, dopo che il ministro per le Pari opportunità, il musulmano Azzouz Begag, aveva accusato il collega di provocare inutilmente gli animi, lo "chiracchiano" De Villepin decide di prendere in mano il dossier rovente delle periferie. A cominciare dal "question time" di ieri in Assemblea nazionale in cui il premier ha risposto personalmente a tutte le domande rivolte a Sarkozy dai deputati dell’opposizione socialista e comunista che accusavano l’esecutivo di incompetenza. La differenza dell’approccio tra i due uomini è visibile a occhio nudo. Nonostante il governo abbia promesso di voler risolvere il problema della sicurezza in periferia entro la fine di novembre, lasciando intendere che la tolleranza per gli atti di vandalismo sarà vicina allo zero, le risposte del premier sono ammantate di buonismo: «Bisogna evitare di criminalizzare gli abitanti dei quartieri sensibili, dobbiamo distinguere tra grande e piccola criminalità e fare attenzione a non compiere inutili assimilazioni tra i giovani che ci abitano». Più che all’opposizione queste frasi sembrano rivolte proprio a Sarkozy e alle sue provocazioni populistiche. L’unica attenuante che De Villepin ha concesso al rivale è, per così dire, generica: «Ha operato in condizioni molto difficili».

Gli stessi esponenti delle associazioni che da anni lavorano in banlieue hanno fatto sapere che da quelle parti monsieur Sarkozy è «persona non gradita», che «non è un interlocutore». Posizione comprensibile da parte di chi per mestiere fa il mediatore tra il territorio e i poteri pubblici e non il ministro piromane. Come primo gesto di distensione le associazioni chiedono il «ritiro immediato» dei reparti antisommossa dalle cités e una presenza «più discreta» delle forze dell’ordine. Allo stesso tempo, i familiari dei due adolescenti morti la scorsa settimana in una centralina elettrica di Clichy-sous-bois mentre sfuggivano a un controllo di polizia (è la vicenda da cui è partito il domino delle violenze), dichiarano di non volere avere nulla a che fare con il ministro dell’Interno: «Siamo disponibili ad incontrare solamente il premier De Villepin, è l’unico politico deputato ad occuparsi del caso». In altri termini l’ingombrante "Sarko" resterà sullo sfondo della "questione periferie" fino a quando la calma repubblicana non verrà ristabilita. E lo farà senza piangere il morto, convinto che «i francesi capiscono benissimo» la sua lingua e che la sua ossessione nel voler blandire l’elettorato di estrema destra è l’unica strada in grado di proiettarlo verso l’Eliseo senza fermate intermedie.

A una settimana dalle prime scaramucce i bilanci degli scontri avvenuti in una dozzina di comuni a nord di Parigi sono senza precedenti: centinaia le automobili date alle fiamme, decine e decine le persone arrestate e quelle ferite, tra giovani ed agenti di polizia. Il telefono senza fili e l’emulazione di scene continuamente diffuse dalle televisioni hanno progressivamente esteso il campo di battaglia ai comuni limitrofi di Clichy-sous-bois, ma anche nelle cinture metropolitane a nord est di Parigi, nei popolosi sobborghi della Seine-S. Denis. la parola d’ordine è «vendetta», vendetta per i due ragazzi fulminati mentre fuggivano dall’odiata polizia. Come spiega Samir Mihi, il portavoce delle associazioni di Clichy, «questi ragazzi si aspettano una cosa molto semplice: che lo stato gli chieda scusa».

http://www.liberazione.it/giornale/051103/LB12D6E0.asp