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Pasolini : Petrolio, visioni del nuovo impero

lunedì 31 ottobre 2005

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di Carla Benedetti

Solo oggi si incomincia a capire appieno l’ultima produzione di Pasolini. Non negli anni ‘70 quando fu ucciso. E nemmeno negli anni ‘80, quando si è diffusa un’idea di letteratura e di espressione artistica tutta ripiegata manieristicamente dentro alla propria sfera specializzata, destinata alla produzione di “esperienza estetica”, o di narrazioni mimetico-sociologiche della “realtà”.

Per quell’arte recintata, privata quasi per statuto della possibilità di aprire altri sguardi sul mondo, Pasolini incominciò a sentire, negli ultimi anni della sua vita, una profonda avversione, tanto da dichiarare di non essere più un letterato e di scrivere fuori della Letteratura.

E infatti quell’ideologia l’ha espulso. Nei suoi circuiti convenzionali non c’era posto per un artista che addirittura pretendeva, con il suo stesso atto di scrittura, di “agire nel mondo” e di modificarlo. Queste sue “anomalie estetiche” si incominciano invece a capire e a apprezzare oggi.

Ma anche la sua opposizione alla società del tardo capitalismo e le sue analisi del potere (da cui quelle anomalie estetiche non sono del resto separabili), mi pare che rivelino solo oggi tutto il loro potenziale critico. Compresa la sua colluttazione con l’Italia, paese caratterizzato da un mescolanza micidiale di conformismo e di politica criminale, di cinismo e di blocchi di potere, di connivenza di chi dovrebbe fare indagini e non le fa, e di intellettuali che non vogliono vedere o sono pronti a tacere.
Negli ultimi anni della sua vita, mentre scriveva Petrolio e i noti articoli sul Corriere della sera, i contemporanei continuavano a considerarlo un “romantico”, un apocalittico nostalgico innamorato di un passato che non c’era più.

E furono anche gli intellettuali di sinistra a leggerlo in quel modo, a volte dandogli addirittura del “reazionario”, in quanto detestava lo sviluppo e tutto ciò che era espressione di un mondo tecnologicamente avanzato. Queste etichette sono state usate contro di lui anche in tempi recenti. Persino Toni Negri, in un’intervista di qualche anno fa, gli rimprovera di rimpiangere il mondo contadino, e di andarlo a cercare nei paesi del Terzo mondo. E’ vero che Pasolini si richiamava al passato. Nella nota poesia che fa leggere a Orson Welles nel film La ricotta dice addirittura di essere “una forza del passato”. Ma è anche vero che il passato è stato la sua arma critica contro il presente.

Alla stessa maniera in cui è il passato a dare forza critica alle visioni che ancora ci giungono dalle culture distrutte dall’Occidente, dalle narrazioni luttuose degli aborigeni d’Australia, degli indiani d’America, e da tante altre postazioni perdenti della Storia. Il fatto di aver perso non diminuisce la forza critica del loro sguardo “altro”. E Pasolini è stato forse l’unico intellettuale italiano a inserire questo punto di vista radicalmente antropologico nella critica dell’assetto del mondo cosiddetto (forse impropriamente) “postcoloniale”. Pasolini aveva una concezione adialettica e antiilluminista della storia, fondata sull’idea, per molti suoi contemporanei inaccettabile, che tutto si stratifica e niente si cancella.

Anche di questo noi possiamo oggi misurare la verità. La realtà odierna non ha mai “superato” né i miti né gli strati preilluministici della civiltà. Lo vediamo ogni giorno nella capacità incredibile che la società occidentale dimostra di potersi intrecciare con l’arcaico, con ciò che pretendeva di aver oltrepassato e che invece sopravvive, e su cui oggi vanno a innestarsi nuovi e più terribili poteri. Persino la schiavitù è ricomparsa di colpo, quasi miticamente, nelle strade delle nostre città, nella prostituzione, nel commercio di bambini e di organi, nel lavoro nero. Il mondo occidentale, che alcuni continuano a considerare democratico e avanzato, fondato sui diritti della persona, è un coacervo di tecnologia sofisticata e di violenza brutale, persino sui corpi, soprattutto sui corpi, e sulla vita.

Da questo punto di vista si può dire che Pasolini sia stato uno dei critici più acuti delle illusioni della modernità occidentale, delle sue ideologie, delle sue costruzioni e, soprattutto, delle sue distruzioni. I suoi contemporanei non lo seguivano su questo. Ma oggi i nuovi movimenti gli danno ragione. La moltitudine che manifesta per le strade e nei social forum si trova in sintonia persino con le armi di Pasolini: insubordinate, dirette, quasi infantili («col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili» - recita l’esergo di Petrolio). Armi che rifiutano le mediazioni ideologiche a cui le grandi narrazioni del Novecento ci avevano abituati. La situazione nel mondo che si descrive come “globalizzato” è tale da richiedere un’opposizione immediata, mentre il potere si insinua direttamente nella vita degli individui, nel loro spazio vitale, nel bios, nell’ambiente, nel clima. Il parresiasta Pasolini, che sceglie il rischio di dire la verità rifiutando di sottomettersi al criterio dell’opportunità politica, ci mostra, con la sua stessa parola, la forza che può esserci in ogni individuo, che è sempre in grado di fare la differenza.

Perciò oggi possiamo capire meglio anche quel Nuovo Potere di cui egli parlava. La vulgata su Pasolini ricorda solo la nota tesi sulla distruzione antropologica, riassumendola nello slogan dell’omologazione. Ma l’omologazione fotografa solamente, e in maniera un po’ rozza, il risultato dell’azione di quel potere, senza dirci nulla su come esso agisca. Invece la “novità” di questo potere, che Pasolini ha colto in modo più profondo di quanto lasci immaginare quella formula semplificata, sta proprio nel tipo di azione che esso esercita e nel livello che raggiunge: le zone più intime degli individui, i loro desideri, le loro strutture emotive e di pensiero. Usando i termini di Foucault si potrebbe dire che ciò che Pasolini ha intuito e descritto è un potere disciplinare e un biopotere.

Esso non solo costruisce individui così come si coniano le monete, imponendo degli stili di vita da imitare, ma li raggiunge in zone della vita mai toccate prima con tanta efficacia e estensione da nessun’altra forma di potere. Per omologare i corpi occorre farli diventare corpi docili, cioè sottrarre loro il “Peso”. Amputare gli individui di tutto ciò che sta radicato altrove, che non è solo la tradizione, o l’antica cultura contadina, ma anche la comunità e soprattutto la propria irriducibile singolarità. Ma forse nemmeno l’apparato concettuale di Foucault è alla fine adeguato a descrivere fino in fondo l’azione di questo potere, perché gli toglie pur sempre una qualità fondamentale: il prezzo che pagano gli individui in termini di sofferenza, infelicità, disagio mentale e fisico, che Pasolini riesce invece a farci percepire in modo conflittuale, tragico.

Ma oltre a questo, ci sono altri aspetti del potere che Pasolini ha “visto” (tanto che a volte gli si affibbia un nome speciale, chiamandolo “profeta”: definizione infelice). Petrolio, secondo me, è una serie di “visioni del potere”, che aprono una prospettiva non semplificante sui conflitti e sulle lacerazioni provocate dal tardo capitalismo, e quindi più radicale di quella che ci hanno consegnato Adorno, Debord, Foucault e altri pensatori del Novecento. Gli altri aspetti del potere che Pasolini mette a fuoco in Petrolio sono:

- il nuovo impero (con Roma spostata a New York, come si legge nel San Paolo), che si muove all’insegna del nuovo vello d’oro (il petrolio), il quale non è solo economia ma anche mito (mito della potenza che si estrinseca) e che ha le “fondamenta nel sogno”.

- la collusione innocente con il potere. Questa forma di potere di solito resta invisibile, non perché segreta come i complotti che il potere costruisce, ma perché quotidiana, banale. Qualcosa che entra nelle formae mentis, nell’ethos, producendo la sua stessa “innocenza”. Pasolini la chiama infatti “collusione innocente”, ma la potremmo anche chiamare, riprendendo un’espressione di Hannah Arendt, la “banalità del potere”. Può coinvolgere non solo le forze politiche ma anche gli individui, e persino gli intellettuali («si specializzava in quella particolare scienza italianistica che è la partecipazione al potere», si legge nell’Appunto 5 di Petrolio, riferito al protagonista). Questo aspetto di solito sfugge alle analisi del potere, perché ne è appunto la faccia banale. Eppure è proprio questa struttura diffusa, che agisce a livello micrologico, nella forma di vincoli introiettati, a permettere il funzionamento del potere, anche di quello delle “trame”.

- infine, le “trame” del potere, il “segreto” nel cuore degli stati democratici, e in particolar modo in Italia. Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino (li sto elencando senza un criterio, come mi vengono in mente), Rostagno, Ilaria Alpi, D’Antona, Biagi, Michele Landi, tutti i testimoni di Ustica... Una lista impressionante. Bombe, attentati, omicidi, finti suicidi, finti incidenti, finti delitti omosessuali.... Spia di una struttura sotterranea di potere che mette i brividi, sottratta non solo ai tribunali ma anche al discorso pubblico. Da ognuno di questi nomi, ai quali dobbiamo aggiungere quello di Pasolini stesso, potrebbe cominciare un romanzo intricatissimo. Il nostro paese potrebbe essere il paradiso per i romanzieri odierni affascinati dai complotti: un serbatoio di “trame” già pronte. Eppure Pasolini rifiuta di costruire una struttura romanzesca di questo tipo, che per lui sarebbe semplificante e, in ultima analisi, consolatoria.

E invece di scrivere il “romanzo delle stragi”, si inventa una strada nuova, quella di Petrolio, appunto. Una serie di visioni del potere, che tengono assieme, senza separarle, l’alterità di un passato distrutto con il biopotere, l’impero, il mito, le lacerazioni, e persino con quella “collusione innocente” che di solito non si vede, mantenendo su tutto ciò un punto di vista conflittuale, non conciliato, anche narrativamente insubordinato.

Liberazione 30 ottobre 2005, Inserto Speciale Pasolini, Queer, n. 32 pp. XIV-XV