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QATAR / LO SBARCO DELLA TV IN OCCIDENTE - Arriva Al Jazeera

martedì 11 ottobre 2005

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L’edizione in lingua inglese partirà nell’aprile 2006. E sfiderà i grandi network, a cominciare dalla Cnn, cercando di conquistare 10 milioni di spettatori. Ecco come sarà e chi la farà

di Gianni Perrelli

La fortezza nel deserto, alla periferia di Doha (capitale del minuscolo Qatar), è velata dagli sbuffi di condensa sprigionati dall’aria rovente. Con il termometro che segna 50 gradi all’ombra, il quartier generale di Al Jazeera, mecca del giornalismo arabo, appare da lontano come un miraggio. Da vicino la sede del network televisivo più discusso del pianeta si ridimensiona. Due capannoni industriali allineati su una distesa di terra infuocata e sormontati da gigantesche antenne a cui, per ragioni di sicurezza, si accede solo con permessi speciali. Un po’ fortezza contro il pericolo di attentati, un po’ cittadella avveniristica, dove si esplora la nuova frontiera dell’informazione.

Fuori del gabbiotto che filtra gli ingressi non c’è neanche un’insegna. Al Jazeera non ha bisogno di pubblicità. In meno di dieci anni di vita, secondo un sondaggio della rivista ’Brandchannel’, è diventata il quinto marchio più conosciuto nel mondo. Alle spalle di Apple (computer), I-Pod (lettore di file musicali), Ikea (mobili), Starbucks (catena di caffè). Davanti alla Cnn, alla Bbc, alla Fox, i colossi televisivi internazionali che l’emittente satellitare araba si accinge ora a insidiare anche sul terreno dell’audience. Dal Sud del mondo parte per la prima volta una sfida mediatica alla leadership dell’informazione angloamericana. Sferrata con il lancio di un nuovo canale, Al Jazeera International, tutto in lingua inglese che dovrebbe essere inaugurato il prossimo aprile. "L’intenzione", dice lo sceicco Hamad bin Thamer Al-Thani, presidente di Al Jazeera e cugino dell’emiro del Qatar, "è di competere coi principali media del pianeta".

Cercando di penetrare anche nella fascia di pubblico che non conosce l’arabo. E di diffondere in tutti i continenti, sugli avvenimenti e sui problemi di attualità, un punto di vista non omologato all’ottica occidentale.

Andouni Lamis, responsabile dell’ufficio-stampa, indica lo spazio dove sorgerà la nuova emittente. Per ora non c’è niente, è solo uno spiazzo polveroso flagellato dal sole. Ma già in gennaio sarà pronto il nuovo capannone per le trasmissioni sperimentali. Terminale di diffusione e polo di copertura per il Medio Oriente e l’Africa. Collegato ad altri tre centri di produzione in cantiere a Londra (per l’Europa), Wa shington (per le Americhe) e Kuala Lumpur (per l’Asia e l’Australia).

Il nuovo canale sarà, come quello di origine in lingua araba, all news per 24 ore al giorno. E non sarà una versione tradotta dei servizi messi in onda dall’emittente storica. Sfruttando una rete di 230 giornalisti di madre lingua inglese, un esercito di informatori e una ventina di redazioni regionali, avrà una linea editoriale assolutamente autonoma. Salvo, ovviamente, scambi di materiali nelle ’breaking news’ e nelle situazioni di emergenza.

La filosofia del nuovo network batte i sentieri del ’glocal’: ogni notizia di respiro internazionale sarà curata da un giornalista residente nel posto, e verrà inserita nel contesto della società e della cultura locali. La grande scommessa è quella di superare la grammatica dell’informazione classica, condendo i fatti con un’interpretazione originale e non asettica delle cause.

Un’operazione che solo nella fase di rodaggio costerà 45 milioni di dollari. Sul ponte di comando Nigel Parsons, manager inglese con molti anni di esperienza nei media del Medio Oriente. Che non si nasconde di dover superare uno scoglio quasi insormontabile. L’ostilità dell’Occidente, ma soprattutto dell’America di George Bush che considera Al Jazeera come ’la spada dell’Islam’.

Un’emittente troppo sbilanciata a favore della visione musulmana nei conflitti in Afghanistan e in Iraq. Un’accusa che Al Jazeera, con un’audience per i programmi di punta di quasi 50 milioni di telespettatori, sconta con una forte penalizzazione sulla raccolta pubblicitaria.

Al Jazeera, l’unica emittente a cui manda i suoi nastri Osama Bin Laden, per l’agguerrita galassia dei teocon e per testate conservatrici come il ’Wall Street Journal’ è senza mezze misure l’altoparlante di Al Qaeda. Da Doha si replica che il diffonderne le opinioni non significa condividerle. "Non siamo certo il canale di Bush", dice il caporedattore Wadah Khanfar: "Ma non abbiamo niente da spartire con Osama". Lo sceicco del terrore è però un protagonista che mediaticamente tira. E che, quando i talebani furono cacciati da Kabul, scelse di rivolgersi alla loro emittente perché era l’unica con un corrispondente fisso in Afghanistan.

Ci sono altri capi di imputazione che renderebbero sospetta la linea di Al Jazeera. Come una serie di sconcertanti sondaggi divulgati dalla rete: Al Qaeda solo per il 51 per cento degli intervenuti danneggerebbe l’Islam; e la cattura di ostaggi occidentali, per l’81 per cento, addirittura gioverebbe all’Iraq. E ancora: la copertura giudicata indulgente delle operazioni militari della guerriglia sunnita; le cronache dell’assalto di Falluja, tutte centrate sul dramma dei profughi; infine, la condanna a sette anni di reclusione inflitti a Madrid al giornalista Tayseer Alouni (l’ex corrispondente da Kabul) quale fiancheggiatore di Al Qaeda.

"I nostri reporter non sono simpatizzanti dei gruppi terroristici: sono loro a cercarci perché sanno che i nostri programmi non sono sottoposti a censura", ribatte Faissal Kassem, curatore della seguitissima rubrica ’Direzione opposta’ (sul modello di ’Crossfire’ della Cnn mette a confronto opinioni antitetiche: un’integralista con il chador e una biondona vestita all’occidentale che dibattono sulla poligamia; estremisti islamici e rappresentanti del governo Usa che si azzuffano sulla guerra). Lo spirito di corpo accomuna tutti gli oltre 300 redattori. Gli uffici di corrispondenza sono stati chiusi in Giordania, Marocco, Libia, Arabia Saudita, Tunisia, Algeria, Egitto, Iran. Alcuni di questi paesi cercano anche di oscurarne i programmi. In Iraq Al Jazeera era stata sfrattata da Saddam Hussein e non ha avuto accoglienza più favorevole dall’attuale governo. Negli ultimi mesi pare che anche Abu Musab Al Zarqawi, il capo della guerriglia, abbia avuto modo di lagnarsi per il tono dei servizi non certo apologetici nei confronti dei ribelli. "Preferiamo avere molti nemici ma essere rispettati", dice il portavoce Jihad Ballout, "che molti amici ma passare per servili".

Per 10 milioni di spettatori in più

di Annalisa Piras

"L’obiettivo? Dieci milioni di spettatori tra un anno e rivoluzionare l’informazione all news globale. Il primo target è l’America dove già oggi i nostri website registrano il più grande numero di contatti. Un segnale incoraggiante, a meno che non siano, come dice qualcuno, solo quelli del Pentagono che ci cliccano". Nigel Parsons è facciatamente ottimista sul futuro della sua creatura. Il anaging director sul ponte di comando di Al Jazeera International è un aitante inglese quarantenne, con una solida esperienza di management all’Associated Press. Lo incontriamo a Londra, in un hotel perché, nonostante la partenza sia prevista per la primavera del 2006, la edazione anglofona di Al Jazeera qui è ancora nzatetto. La loro base londinese sorgerà a Kensington, il quartiere più caro della città, a conferma che l’emiro del Qatar non farà mancare nulla alla sua ultima impresa televisiva. Di certo, la sinergia con la sorella di lingua araba a Londra non sarà così stretta, visto che la loro redazione è esattamente dall’altra parte della città. "Totale indipendenza, nella linea editoriale e nello stile", conferma Parsons: "Di tanto in tanto useremo lo stesso materiale, soprattutto durante le ’breaking news’, per sfruttare gli straordinari contatti che solo Al Jazeera ha.

Ma il linguaggio televisivo per una audience araba è diverso da quello per un pubblico internazionale. Dalla base di Doha produrremo 12 ore di programmi, e dalle altre tre, Londra, Washington e Kuala Lumpur, quattro ore al giorno per ciascuna, seguendo i fusi orari. Perché la Malesia come punto di trasmissione in Asia e non Hong Kong, per esempio? "La Malesia è un paese musulmano, e sta diventando sempre più efficiente, ci offre molti vantaggi", dice Parsons. Che sulla linea editoriale non ha dubbi: "Offriremo una prospettiva unica, diversa da tutto quello che esiste ora. Siamo il primo canale all news che trasmette non dal mondo occidentale. Avremo il punto di vista arabo e islamico certo, una particolare attenzione per i paesi in via di sviluppo, ma soprattutto offriremo opinioni alternative, indipendenti e fuori dagli schemi che al momento nessuno dà a livelllo globale. Saremo un po’ il monello dell’informazione mondiale.

Un esempio? Non ci limiteremo a raccontare, per esempio, la reazione a Karachi alla notizia che l’attentato a Londra del 7 luglio è stato compiuto da pachistani. Saremo anche i primi in America,i più liberali. Parsons non si scompone: "Il vantaggio, rispetto ad altri proprietari di media, è che l’emiro non ha nessun interesse a imporre temi di politica interna. E il Qatar ha in tutto 200 mila cittadini. Quando si è così piccoli non si hanno smanie nazionaliste o voglie di imporre i propri interessi sul resto del mondo. Quindi siamo completamente liberi di fare solo news internazionali.

Questo è un forte incentivo per molti dei nostri 300 giornalisti che provengono da emittenti quali Bbc, Sky e Cbs, e muoiono dalla voglia di fare informazione sugli affari esteri in modo nuovo". Per quanto riguarda la nuova redazione dell’emittente, si trovano giornalisti di ogni razza ed etnia. Li accomuna il fatto che tutti devono avere l’inglese come madre lingua. Ci sono anche giornalisti israeliani. Ma riuscirà Al Jazeera a diventare anche un importante business? "Non necessariamente. Ma quasi nessun canale all news fa soldi. Sky news, per esempio, non ne fa, Sky sport sì. E anche noi avremo un canale sportivo e uno per i bambini", risponde Parsons. E aggiunge: "I nostri esperti di marketing hanno bene individuato il nostro target di pubblico: sono giovani, prevalentemente musulmani anglofoni. E poi ci segue anche un pubblico colto medio alto, che non si accontenta dei media occidentali e vuole conoscere l’altra faccia della medaglia".

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