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Quale modernità? La Tav e il marchese Gino Capponi

domenica 25 dicembre 2005

di Tommaso Fattori

Auro secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e choléra i più divisi
popoli e climi stringeranno insieme:
né maraviglia fia se pino o quercia
suderà latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerà

Mentre attendiamo fiduciosi, in compagnia di Leopardi, che la Nestlè faccia sudare pini e querce, il latte di mucche tedesche sale a bordo di Tir -o treni non sufficientemente veloci?- raggiunge la Grecia, dove, trasformato in yogurt, riparte alla volta del mercato tedesco. E viceversa naturalmente. L’acqua, un bene di tutti, viene privatizzata e imbottigliata: tonnellate di plastica attraversano in lungo e in largo le regioni d’Europa, farcendo l’aria di gas di scarico.

Bottiglie acquistate, trascinate per calli e per scale, finalmente bevute in appartamenti che disporrebbero di ottima acqua potabile direttamente dal rubinetto, a un milionesimo del prezzo. Le bottiglie di plastica vengono incenerite, provocando tumori, costi sociali e ambientali. Inceneritori che, per riprendere enormi investimenti, conoscono una sola e modernissima logica: incenerire sempre più (il che, pare, non aiuta granchè lo sviluppo di pratiche come la raccolta differenziata o il riutilizzo). Mi correggo, i rifiuti vengono termovalorizzati; la modernizzazione ha anche un suo scintillante vocabolario.

Ciclo corto della produzione e riciclaggio, energie rinnovabili e forme di economia solidale (non predatoria) evocano, per i cantori della modernizzazione, l’universo delle raccoglitrici di bacche e radici, al massimo il poetico mondo pastorale di Titiro che riposa sotto il faggio. Che sia possibile un’altra modernità, magari in grado di assicurare un futuro al pianeta, non attraversa le loro menti. E così tanti “Capponi”, su ogni giornale, si prodigano a ripetere ai valsusini che la modernizzazione è questa, e non si discute. Per il loro bene, per il nostro bene.

E noi? Che sempre abbiamo voluto il trasferimento delle merci la cui circolazione non sia irrazionale dalle strade alle ferrovie, ci opponiamo? Appare forse moderno, eppure non logico, traforare oltre cinquanta chilometri di montagne, mettendo a rischio salute e ambiente, per trasportare un carico di merci poco superiore a quello trasportabile con il semplice rafforzamento dell’attuale linea del Frejus; per di più a breve sarà operativo il raddoppio del Gottardo ferroviario, che attrarrà le merci lombarde (su tutto questo hanno scritto magistralmente Boitani e Gallino, e, soprattutto, su questo e altro ci hanno insegnato gli abitanti della Valle). Ma se in gioco vi sono miliardi e miliardi di euro, oltre al lavoro e ai diritti anche la logica diviene improvvisamente flessibile. Come hanno già sperimentato altre regioni martoriate da Tav e grandi opere.

Tuttavia, è evidente, questa vicenda ha riaperto la discussione sui fondamenti. Sullo sviluppo, la crescita e il consumo, sulla “razionalità” del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. La città in cui vivo, per esempio, anche oggi è assassinata dal traffico privato. Tutti asserragliati in scatolette di metallo, stressati, in rigorosa e nervosa solitudine. Pochi usano i mezzi pubblici collettivi, quasi nessuno la bicicletta; eppure è tutto in pianura, qui a Firenze. Ma quelle stesse persone, all’imbrunire, passano ore dentro una costosa palestra, pedalando su cyclette, percorrendo nell’immaginario quei chilometri che nella realtà si macinano sui motori a scoppio. Curiose abitudini, quelle della modernità. Qui accanto costruiscono. Ma non si costruisce, che so (forse come vecchi montanari valsusini?) in modo che la casa non disperda calore d’inverno e sia ventilata in estate, in modo che abbia bisogno di poca energia. No, altri sono i criteri dell’edilizia e così cresce la domanda di energia. E qual è l’offerta? Non quella delle rinnovabili, ma la modernità dei combustibili fossili, che trascina con sé la modernità delle bombe intelligenti.

Serpeggia un altro atteggiamento antimoderno. Quello di chi si oppone alla privatizzazione di beni comuni naturali e sociali. Di chi propone un nuovo modello pubblico, partecipato dai cittadini. Di chi sostiene che privatizzare quei beni che abbiamo “in-comune” significhi spezzare i legami sociali e ridurci a monadi in competizione ferina. Che mercificare i servizi che concorrono a definire il contenuto della cittadinanza equivale a mercificare la cittadinanza stessa. I cittadini che difendono i loro diritti, anzi, il loro stesso esser cittadini, sono dunque ideologici.
Gli antidogmatici, viceversa, si limitano ad affermare, più sobriamente, che quanto essi sostengono rappresenta “il progresso”. La modernizzazione del paese, del mondo. La Tav, di sicuro; magari confortati da precedenti e faraonici successi quali il tunnel sotto la manica. Ma allora, effettivamente, perché non anche il modernissimo ponte sullo stretto? Perché non l’ingiustamente obliato scudo stellare? Chi sono gli oscurantisti che parlano di “limite”? Non sarà forse possibile, se non proprio rendere infinite le finite risorse naturali del pianeta, almeno provare ad essere popperiani d’assalto e “falsificare” il terzo principio della termodinamica?

Infine ho l’impressione che la cosa più moderna di tutte sia la post-democrazia. Cavallo di battaglia della globalizzazione neo-liberista, sellato qui in patria da elezioni dirette di ogni ordine e grado, localmente si traduce nel trasferimento quotidiano della politica e delle decisioni fondamentali dai consigli elettivi nel chiuso delle stanze dei consigli di ammministrazione delle Società per Azioni. Ma allora che diavolo mai vogliono i cittadini della Val di Susa? Che democrazia e territorio siano beni comuni sostanziali? Partecipazione? Certo, partecipazione azionaria: tutti proprietari di un frammentino di Tav, per esempio. Questa è la partecipazione moderna, non quella figlia della rivoluzione francese.

Craxi ha svecchiato, cioè modernizzato, la sinistra italiana e oggi gli viene largamente riconosciuto. Finalmente si è potuta alleggerire la politica dall’oneroso fardello di un progetto alternativo di società e di modernità. Le due strade si sono separate, il progetto alternativo è stato -in modo assai moderno- “termovalorizzato” e la politica si è fatta gestione dell’esistente e del potere. Movimenti e gente di montagna vogliono mettere in discussione tutto questo progresso?

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