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Quando Yasser Arafat mi disse : vedremo la pace...

martedì 9 novembre 2004


di URI AVNERY

Ho incontrato Yasser Arafat molte volte in compagnia di altri leader palestinesi. Ogni volta ero impressionato dalla potente autorità che emanava, senza nessuna manifestazione di potere. Da dove gli veniva quell’autorità? E’ difficile spiegarne la fonte. A differenza di Fidel Castro, che è apparso sulla scena mondiale nella stessa epoca, Arafat non aveva esercito, né un vasto apparato di polizia segreta, né prigioni per i suoi oppositori. Il suo potere emanava solo dal rispetto che i suoi compatrioti gli accordavano come «padre della nazione», il George Washington palestinese. Già al nostro primo incontro nella Beirut assediata, nel luglio del 1982, ero stato colpito dalla totale assenza di cerimoniale attorno a lui. Durante le riunioni i suoi lo interrompevano e discutevano con lui. La sua autorità era chiara senza alcun bisogno di segni esteriori.

Un reporter europeo una volta mi ha chiesto dei suoi hobby. Cosa fa quando non è occupato con la causa palestinese? Ho risposto che non ha hobby, non c’è un solo momento in cui non sia occupato con la causa palestinese. La sua identificazione con la lotta palestinese è totale. Non ha altra vita.

Tutti coloro che lo incontrano per la prima volta di persona restano stupefatti dalla enorme differenza tra la personalità che appare sui media e l’uomo. Alla tv sembra fanatico, aggressivo. Nella vita reale è una persona calda, premurosa, che emana emozioni. Anche chi lo incontra per la prima volta in pochi minuti si sente una vecchia conoscenza. Gli piace molto viziare i suoi ospiti a tavola, offrendogli bocconi scelti con le sue dita. Gli piace toccare le persone con cui parla, prenderle per mano e guidarle per il corridoio, offrirgli piccoli regali.

Non è un intellettuale, una persona di letture e teorie. E’ tutto intuito. Afferra le cosa a incredibile velocità e non dimentica mai un dettaglio. Una volta, parlando con lui, ho sbagliato sul numero dei deputati di Asgudat Israel alla Knesset: mi ha corretto immediatamente. Un’altra volta ho la data di uno degli accordi di Oslo. Anche quella volta mi ha corretto. «Sono un ingegnere di professione», ha detto ridendo, «non dimentico mai un numero».

Come tutti gli eroi arabi della storia, è un uomo di grandi gesti. Un gesto vale mille parole. Il giorno del suo ritorno in Palestina mi ha invitato a entrare proprio quando stava per tenere una conferenza stampa per i media arabi. E’ entrato nella sala, è venuto diretto da me, e dopo l’usuale abbraccio mi ha trascinato verso la tribuna. Mi ha fatto salire le scale, ha chiesto al suo portavoce di alzarsi e mi ha fatto sedere accanto a lui. Per un’ora ha parlato in arabo ai giornalisti, voltandosi a volte verso di me per conferma.

Ero là seduto e mi lambiccavo: perché questo show? Poi ho capito. In questo semplice modo stava mostrando all’intero mondo arabo: ecco, siedo insieme agli israeliani. Farò la pace con loro.

Arafat fiorisce nelle situazioni di grande difficoltà. L’ho visto più d’una volta in situazione simile, al suo meglio, concentrato, occhi accesi, che scherza. Ci è abituato: tutta la sua vita consiste in su e giù, successi e fallimenti. Ha fatto, certo, grandi errori (viene alla mente il suo sostegno a Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo), ma impallidiscono di fronte alle sue grandi riuscite. E’ stato lui a creare il moderno movimento nazionale palestinese quando i palestinesi erano quasi scomparsi dalle mappe, e l’ha portato sulla soglia dell’indipendenza nazionale. Come Mosè, ha condotto la sua gente dalla schiavitù alla soglia della Terra promessa. Spero che a differenza di Mosé non veda la Terra promessa solo da lontano ma ci entri.

Tutto ciò che ha raggiunto, lo ha ottenuto di fronte alla colossale superiorità materiale di Israele in tutti i campi, l’ostilità dei governi arabi e la simpatia mondiale verso Israele come lo stato dei sopravvissuti all’Olocausto.

Non meno importante: per decenni ha tenuto insieme i palestinesi, nonostante le grandi differenze interne. Il movimento palestinese non ha avuto quasi nessuno dei sanguinosi confronti interni tipici di molti movimenti di liberazione.

Nei primi anni, il movimento ha dovuto funzionare in paesi arabi che ne avevano paura e hanno tentato di sopprimerlo. Tutti i suoi leader, incluso Arafat, in un momento o l’altro sono stati detenuti in prigioni arabe. Ciascun regime arabo ha cercato di usare la causa palestinese a proprio vantaggio. Arafat ha avuto bisogno di tutte le astuzie diventate il suo segno distintivo. Come mi ha spiegato una volta un diplomatico palestinese: «Perché il movimento avanzi Arafat deve usare tutti i trucchi e sotterfugi, il parlare ambiguo e le mezze verità, giocare un leader arabo contro l’altro, e tutto in situazioni che cambiano in fretta. Ha sempre tenuto diverse palle in aria senza lasciarne cadere nessuna. Così ha condotto il movimento e ci ha portato dove siamo».

Per 45 anni, Arafat è vissuto nell’ombra della morte. Non c’è mai stato un momento in cui quancuno da qualche parte non tramasse per ucciderlo. Quando l’ho incontrato nell’82 a Beirut assediata nessuno pensava che ne sarebbe uscito vivo. Da allora, Ariel Sharon ha cercato di ucciderlo. Mezza dozzina di servizi segreti gli sono stati alle calcagna. Arafat ha una misteriosa abilità di confonderli. Lui crede di vivere sotto la protezione di Allah. Prove? Quando il suo aereo si è schiantato nel deserto libico e le sue guardie del corpo hanno perso la vita, lui è uscito senza quasi un graffio.

Una volta gli è stato chiesto, in mia presenza, se si aspettava di vedere il giorno in cui verrà la pace. «Sia io che Uri Avnery vedremo quel giorno durante la nostra vita», ha promesso. Per il bene e il futuro di Israele, spero che potrà mantenere quella promessa.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/05-Novembre-2004/art36.html