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Quel filo che lega Genova all’attuale fase politica

giovedì 5 febbraio 2004

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I 93 ragazzi della Diaz sono definitivamente prosciolti da ogni accusa
dal gip genovese: ora è anche giuridicamente riconosciuto che, in quella
terribile notte del luglio 2001, furono solo vittime di una violenza
inaudita e, a nostro avvisto, preordinata. La questione delle false
molotov e del finto accoltellamento, insieme ad altri numerosi elementi,
ne sono la conferma.

Il processo a carico degli esponenti delle forze dell’ordine dovrà,
speriamo presto, stabilire responsabilità individuali, catene di
comando. Nel frattempo, l’allora vice capo della Ucigos Giovanni Luperi,
presente alla Diaz e indagato per abuso d’ufficio, calunnia aggravata,
falso in atto pubblico, è stato nominato responsabile della task force
europea che indaga sul fenomeno dell’anarco insurrezionalismo. Inoltre,
anche l’indagine sulle violenze subite dai manifestanti dalla caserma di
Bolzaneto si è recentemente arricchita delle testimonianze di due
"pentiti" che parteciparono ai pestaggi.

In parlamento, le destre hanno fin qui impedito di costituire una
commissione di inchiesta che possa far luce sulle responsabilità
politiche, oltre a quelle di chi organizzò e gestì l’ordine pubblico nei
giorni del G8. Ma intanto ci sarebbero tutti gli elementi perché in sede
giudiziaria si possa fare giustizia sulle due vicende più gravi, il
massacro alla scuola Diaz e le botte a Bolzaneto. Invece, nessuno
probabilmente verrà messo sotto accusa per i numerosissimi abusi di
piazza e per quella folle gestione che innescò ripetute cariche e
violenze nel corteo di via Tolemaide, fino alla morte di Carlo Giuliani
in piazza Alimonda, non a caso archiviata.

Un pezzo di storia italiana che si aggiunge ai tanti misteri, dunque, e
che impedirà anche di ricostruire il contesto in cui qualcuno impugnò un
sasso, qualcuno sfasciò una vetrina, qualcuno fu solo spettatore
attonito di quanto avveniva intorno. In decine di migliaia eravamo
andati a manifestare, e ci siamo trovati in un inferno. Ma fra un mese
ha inizio la fase dibattimentale a carico di 26 manifestanti, accusati,
appunto, di aver tirato un sasso, di averlo solo impugnato o di essere
stati ritratti in luoghi in cui altri avevano sfasciato qualcosa. Ma
tant’è: le accuse sono di devastazione e saccheggio e le pene previste
altissime; la sproporzione tra i fatti contestati e le pene richieste è
enorme.

Penseranno gli avvocati, naturalmente, alla loro difesa, a contestare
fotografie, filmati, eccetera, ma compete a tutti noi, a coloro che a
Genova c’erano, oppure che non c’erano ma hanno capito che a Genova si è
tentato di fermare il movimento più straordinario che si è presentato
sulla scena mondiale negli ultimi decenni, dire che si è trattata di una
regia internazionale, che non sono stati eccessi o intemperanze di
singoli poliziotti e carabinieri, che la Diaz, Bolzaneto non sono che
l’esito finale di un vertice iniziato con zone rosse, gialle, verdi,
eccetera.

Tocca a tutti noi dire che consideriamo quei 26 manifestanti indagati
vittime quanto noi, e cogliere persino la, quanto meno apparente,
ricercatezza di cui parlano le caratteristiche politiche degli indagati.
Un tentativo, reiterato prima e dopo il G8, e tuttora in atto, di
dividere i buoni e i cattivi. Un tentativo che si coniuga con una nuova
modalità di repressione, più strisciante, in cui a volte è più difficile
cogliere in essi le nuove legislazioni autoritarie e liberticide
internazionali o la linea esplicitamente dura del ministero
dell’Interno. Più facile organizzare manifestazioni nazionali per gli
arresti di Cosenza, più complicato quando, come a Roma, gli arresti sono
"solo" domiciliari. Più facile suscitare proteste e indignazioni
nazionali quando, per mano dei fascisti, un giovane viene ucciso a
Milano e la polizia carica i suoi compagni, più difficile quando la
mobile, a Roma, carica gratuitamente chi tenta di occupare una casa per
impedire il passaggio della linea Tav. Difficile vedere il nesso che
lega l’uso smodato del codice a carico di disobbedienti o lavoratori che
scioperano o occupano binari e le lotte contro la militarizzazione dei
vigili del fuoco o della polizia penitenziaria. Impossibile, poi,
guadagnare le prime pagine dei giornali quando il ministero dell’Interno
decide di proibire ai consiglieri regionali il libero accesso nei Cpt
per immigrati. Non importa se la conseguenza sulla vita di centinaia di
stranieri lì rinchiusi sarà pesantissima.

Allora Genova ci dice anche questo: che è tempo di ripercorrere fatti e
vicende diversi per trovare il filo che li lega nell’attuale fase
politica. La presenza di migliaia di persone a Genova in occasione del
processo rappresenterebbe già una importante risposta unificante.

Da Liberazione