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ROMA PROIETTA TRUFFAUT

giovedì 18 novembre 2004


di Enrico Campofreda

E’ la celebrazione d’un mito. Di uno degli interpreti e maestri più toccanti
del cinema moderno, un cinema della semplicità e del sentimento ma anche della
profondità e della complessità dei sentimenti, trattati con sensibilità e poesia.
Si celebra François Truffaut, che moriva nell’ottobre di vent’anni fa, colpito
da una malattia nel suo bene più prezioso: il cervello. Un cervello limpidissimo,
che brillava dell’intelligenza e della creatività d’un talento capace di far
procedere fianco a fianco ideali ed emozioni.

La sua opera ha lasciato il segno per l’incondizionata dedizione al mistero dei rapporti empatici che presiedono l’amicizia e agli ancor più reconditi intrecci dell’amore. E lui è entrato nella leggenda perché - non giovanissimo ma nel pieno del suo turbine creativo - è stato bloccato da una sorte malvagia, nonostante un volto rimasto adolescenziale anche ai cinquanta che lo lasciava eterno ragazzo senza tempo. Era diventato uomo in fretta François, come chi nella vita deve farsi da solo e superare gli stenti e le ingiustizie, ma da uomo e intellettuale aveva conservato il linguaggio incontaminato dell’adolescenza, e con esso parlava d’amore, fremiti del cuore e liaisons dangerouses.

C’è tanta autobiografia nelle sue sceneggiature: la vita piena di desideri, paure, limiti, ignoto dei ragazzi che dal bozzolo della famiglia s’affacciano alle durezze del quotidiano, la pulsione di sessualità e sentimenti da cui scaturiscono le gioie ma anche gli atroci dolori dell’amore. Il fascino della bellezza femminile, inebriante, estetizzata (diceva il regista “le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia” e “niente è più bello da guardare di una donna che cammina con la gonna ondeggiante al ritmo dei passi”); e ancora il gusto della trasgressione, la comprensione delle debolezze umane nei rapporti e negli affetti. A tratti la narrazione potrebbe sembrare fiabesca invece resta sempre reale e allontana qualunque ipocrisia del lieto fine di tanto cinema di genere e consolatorio. Proprio come la lezione dei maestri Renoir e Rossellini gli aveva insegnato.

L’amore per la fotografia d’autore gli faceva prediligere il bianco e nero. E il fascino di certe pellicole va alle stelle. Come non sentire il profumo d’una Parigi che non c’è più nell’incipit de “Les 400 coups” con la carrellata sui capannoni operai attorno alla Tour Eiffel e un traffico fatto di Dauphine e Citroen a due porte ? E il Doinel che vaga con la bottiglia di latte rubata (di vetro, col tappo di stagnola!) non sembra uno dei ragazzi di rue Mouffetard fotografato da Cartier-Bresson ? Eppure non è cinema oleografico. Al di là dei banchi obliqui, di pennini e inchiostro nel film citato il dramma di solitudine e incomprensione dell’adolescente Antoine, risulta profondo e attualissimo.

Truffaut fu addirittura premonitore, con “Fahrenheit 451”, di quello che può diventare la società della comunicazione pilotata, abbrutita dalla teledipendenza e soggiogata dall’a-cultura. Non tralasciava una passione per il noir, e riflessioni su realtà e finzione nella vita e nell’arte trattate nei celebri “La nuit américaine” e “Le dernier métro”.

Roma dunque si gemella con Parigi e propone, da oggi al 7 dicembre, una retrospettiva realizzata da France Cinéma; in uno storico luogo del cinema d’autore: il Filmstudio di Trastevere, che in epoca di multisale fa rimpiangere le molte sale (d’essai) esistenti un tempo in città. Falcidiate da produzioni e proiezioni commerciali e dal circuito padronale (Medusa innanzitutto) che impongono pellicole del cretinismo reale e virtuale mentre stabiliscono ostracismi verso film che, come diceva Truffaut, “fanno vibrare”.

Rivisiteremo opere note, stracitate da tanta critica illustre, ma sempre vive, ricche di spunti esistenziali e fonti ispirative per chi vuole raccogliere un’eredità cinematografica altamente impegnativa e dai prolifici risvolti.