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Rebecca Solnit e le speranze americane

sabato 29 ottobre 2005

di Roberta Ronconi

Sino a poco tempo fa, chi in Italia conosceva il nome di Rebecca Solnit (in America firma assai conosciuta del movimento per la pace) lo legava principalmente alla sua Storia del camminare (Mondadori), inteso come movimento corporeo di riappropriazione degli spazi, ma anche azione dal forte valore metaforico che richiama alla democrazia dell’incontro. Da qualche settimana è in libreria, per Fandango, il suo ultimo lavoro: Speranza nel buio, pamphlet politico dal sottotitolo impegnativo: "guida per cambiare il mondo".

L’obbiettivo è dunque preciso: ridare speranza al popolo americano (ma non solo), in particolare al popolo della pace, dopo due massacranti delusioni: l’inizio della guerra in Iraq nonostante le grandi manifestazioni per la pace del 15 febbraio 2003 e la rielezione di George W. Bush. Seguito tragico all’euforia e alla speranza di milioni di persone.

Un libro dunque che nasce «dall’avvertire nel mondo democratico della pace un forte senso di disperazione - ci racconta l’autrice - dovuto all’idea che i milioni scesi in piazza non fossero riusciti a fermare la guerra. E da lì si passava direttamente al dire: "allora non abbiamo abbastanza potere, non siamo in grado di cambiare le cose, non abbiamo la forza sufficiente". Ho dunque tentato di mettere insieme una serie di considerazioni contro questa disperazione e questo disfattismo».

La storia, scrive Solnit, non è un esercito, non si muove in linea retta, ma piuttosto «come un granchio spaventato, o un rivolo d’acqua che gocciola sulla pietra, consumandola». A volte, invece, «un terremoto che spezza secoli di tensione». Nel senso che non sempre le conseguenze di un’azione sono immediatamente valutabili. E quello che a volte non riesce a milioni di persone, può riuscire a una decina di donne.

Come racconta Solnit in un aneddoto su una militante che negli anni sessanta faceva parte di "Women Strike for Peace" contro il riarmo nucleare. Erano un gruppetto fradicio di pioggia, una mattina sotto la sede del Comitato parlamentare per le attività antiamericane, e si sentivano stupide e inutili. Dopo molti anni quella militante seppe che Benjamin Spock - uno dei futuri maggiori attivisti sul tema - le aveva viste e da loro aveva tratto forza per le sue future e vittoriose battaglie.

Se l’inizio degli anni Duemila - scrive Solnit - sono, in occidente, all’insegna dell’oscurantismo militarista, non va dimenticato ciò che contemporaneamente succede in Sudamerica, terra che definisce «laboratorio del futuro». Uruguay, Venezuela, Cile, paesi dove per decenni hanno governato dittature, laboratorio preferito del neoliberismo, si sono improvvisamente (come tempo storico) trasformati in «teatro delle rivolte più significative contro questa disastrosa dottrina economica». Come dire: non dimentichiamoci mai della guerra in Iraq, ma non dimentichiamo nemmeno le battaglie vinte contro la privatizzazione e per la giustizia, la democrazia, la riforma agraria e i diritti delle popolazioni indigene in Brasile, Bolivia, Equador e Argentina. Non una cosa o l’altra, ma entrambe le realtà fanno la storia di questi anni.

Qui Rebecca Solnit invita la sinistra, anzi le sinistre del mondo che in questo si somigliano, ad avere un altro sguardo sulla realtà, ad abbandonare la tendenza al disfattismo e alle conclusioni dicotomiche. Tutto nero o tutto bianco. «Nella sinistra americana è eclatante un certo puritanesimo, secondo cui le cose devono essere perfette o è meglio che non siano, la rivoluzione o è totale o niente. Invece la vittoria non è il punto finale, ma l’inizio di un processo. Le sinistre a mio avviso spesso temono le vittorie.

Perché considerandole come obbiettivo finale non hanno lavorato creativamente nella costruzione del dopo». Solnit, che si definisce un’anarchica perché non crede nei poteri dei governi ma piuttosto in quel fenomeno di organizzazione della comunità civile che gli argentini hanno definito come "horizontalidad" (orizzontalità), lega la battaglia politica a quella culturale. E inserisce nella riflessione continui richiami letterari, poetici, musicali. All’insegna della speranza. Che non è un’attesa messianica, come l’ottimismo, ma l’esatto contrario. Non c’è speranza senza assunzione di responsabilità e battaglia. Un altro mondo è possibile, conclude l’autrice, ma ricordiamo sempre che nessuno ce lo regala.

http://www.liberazione.it/giornale/051028/archdef.asp


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