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Reporter di guerra: lettera aperta di Reporters Sans Frontières

martedì 15 marzo 2005

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera aperta firmata da Mimmo Candito, presidente italiano di “Reporters Sans Frontières”:

Caro Direttore,
l’aspro dibattito che, dopo la drammatica conclusione del sequestro di Giuliana Sgrena, si è aperto nel mondo politico coinvolge ormai profondamente il ruolo del giornalismo e le sue metodiche d’intervento in tempo di guerra.

A tutti noi che sui campi di battaglia (o comunque in aree di conflitto) abbiamo speso e continuiamo a spendere larga parte del nostro impegno professionale appare molto lontana la descrizione che si va facendo del reporter di guerra come d’un irresponsabile, o comunque d’un ingenuo, che va incontro a rischi che non meritano quell’impegno, soprattutto in considerazione delle ricadute tragiche che ne possano conseguire - la morte, o la cattura e la riduzione ad ostaggio.

Se pure qualche inesperienza o qualche ingenuità hanno accompagnato talora una spirale amara nella quale sia precipitato un giornalista, sono incomparabilmente, ma davvero incomparabilmente, più numerose le storie di reporter che hanno svolto il proprio lavoro con coraggio e con piena consapevolezza dei pericoli, senza per questo rinunciare ad adottare le misure più adeguate per disinnescare le condizioni di minaccia grave, morte o altro che sia.

Per questo è convincimento forte e comune a tutti noi che il giornalismo non può, e non deve, rinunciare - in ragione di un pericolo - a quello che considera la propria identità, la sua stessa natura: il progetto d’un racconto onesto della realtà, testimoniata sempre nel suo svolgersi concreto, fattuale. Ma, questo, non il giornalismo di guerra soltanto: tutto il giornalismo. E, infatti, non v’è distinzione - e non ve ne può essere, quali che siano le emotività e le reazioni spettacolari coinvolte - tra la morte, per esempio, del nostro povero Enzo Baldoni in qualche deserto iracheno e la morte dell’altro nostro collega, Mauro De Mauro, che la Mafia (non gli americani, non gli iracheni, non la guerra) ha cementificato in una colonna di qualche palazzo di Palermo.

Tuttavia, ora si dice che sono mutate le condizioni all’interno delle quali si svolge il nostro lavoro, soprattutto nei teatri di conflitti che rispondono sempre più al principio della guerra totale, senza regole né rispetti. E’ vero, oggi i giornalisti sono diventati un bersaglio militar/politico, poiché ora è diventato convincimento generale, di tutti - politici, militari, guerriglieri, terroristi, anche i mafiosi con coppola e senza - che l’informazione sia l’arma più potente che un “potere” abbia nel proprio arsenale, utile alla conquista del consenso o, comunque, del controllo, in guerra come in pace. E allora i giornalisti pagano questa loro identità forte, chiamati ora a rispondere a pericoli anche più gravi, o nuovi, rispetto al passato.

Il dibattito che se n’è aperto, pure all’interno del mondo dei media, si muove lungo una linea di studio che tende a individuare forme diverse d’intervento sul territorio di guerra, forme che tengano conto della qualità nuova della minaccia e dunque possano risponderle con procedure adeguate (diversificazione dei tempi della presenza, per esempio, o indagini rapide, o spostamenti non metodici etc.). E’ un percorso ancora integralmente in progettazione. Però mai, davvero mai, si è pensato da parte di tutti noi che sia possibile immaginare un giornalismo che prescinda dal lavoro sul campo, dal rapporto diretto con la realtà (che sia Baghdad o Palermo).

Ma non perché questo rapporto sia esaustivo d’una conoscenza della realtà; anzi, la sua integrazione con tutta l’elaborazione che può essere compiuta attraverso un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie elettroniche diventa oggi uno strumento essenziale del progetto investigativo che sostanzia il lavoro giornalistico, cioè il progetto di verifica della qualità e della natura dell’informazione. Ma questo apparato di supporto è pericoloso - esso, sì, davvero pericoloso - se non è sostenuto dall’intervento diretto del giornalista/reporter nella lettura e interpretazione della realtà.

Perché finisce per consegnare la conoscenza nelle mani d’un sistema della comunicazione sempre più sottoposto ai condizionamenti di poteri che si mostrano molti attrezzati a sottrarsi a un controllo efficace della società.

Per questo noi accogliamo - nell’esortazione del governo italiano a non tornare in Iraq - la legittima e confortante preoccupazione per un rischio che possa diventare troppo elevato; e tuttavia, insieme con il convincimento d’un interesse certamente comune a riconoscere il valore alto e irrinunciabile dell’informazione, che tale sia, riaffermiamo che spetta soltanto a noi, alla fine, spetta al giornalismo il diritto di decidere dove quando e in che modo esso debba misurare il proprio progetto con le condizioni concrete che operano sul terreno.
In questi giorni di confuse reazioni emotive, o strumentali, abbiamo letto perfino che la libertà di stampa e la libera scelta dell’informazione vadano misurate con il numero di copie vendute da un giornale. Sono tempi amari, quelli nei quali si pretende di decidere in base a numeri e a quattrini il valore di quella libertà, che viene messa in gioco comunque, quando il giornalista non sta più sul campo. Aprire linee di frattura nella difesa di questo valore - anche se gli intenti sono i più legittimi e comprensibili - disegna il profilo d’una cultura in cui i rischi d’una deriva progressiva dei processi della conoscenza toccano non i giornalisti ma l’intera società.

Mimmo Candito

Presidente italiano di “Reporters Sans Frontières”

http://www.ilmanifesto.it/notizie/42359e7674f08.html