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SAIMIR

martedì 31 maggio 2005

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di Enrico Campofreda

Fra i giovani registi italiani che narrano in maniera essenziale e non per questo meno artistica Francesco Munzi s’è segnalato alla 61° Mostra del Cinema di Venezia con un’opera prima di spessore e impegno, di cui la denuncia sociale non rappresenta l’unico valore. Lui usa la macchina da presa con ardimento e passione e trasmette sullo schermo palpabili sentimenti. Presentando i travagli di Saimir, adolescente albanese immigrato in Italia, entra nelle pieghe dell’eterno dissidio padri-figli caratterizzati da rapporti di potere, esamina la mentalità maschilista con tanto di supremazia del soggetto dominante e il disagio adolescenziale per l’affermazione della propria individualità. Evidenzia come il senso di giustizia scaturisce da una scelta soggettiva scevra d’influenze dell’ambiente di provenienza, visto che l’emarginazione e il degrado in cui vive non impediscono a Saimir di attivarlo, insieme al coraggio con cui affronta le incertezze della vita in un ambiente ostile, non solo per condizione economica, ma perché quel mondo ti è straniero e t’esclude.

La vita di Saimir è dunque dura, l’Eldorado italico si rivela ben diverso da sogni e desideri basta appena per sopravvivere ai margini della legalità. Lo è anche perché il padre Edmond riproduce l’arcaico schema educativo basato sulle tante minacce e poche lusinghe. A Saimir, che lavora col padre e diventa un giovane uomo, tutto questo sta stretto. Ha nuovi bisogni, vorrebbe del denaro e invece dipende dalle elargizioni paterne, visto che è il genitore a incassare gli euro d’ogni trasporto di clandestini fra Adriatico e Tirreno. Con tali iniziative spera di mettersi in proprio e rifarsi una vita sposando Simona, un’italiana che s’accompagna a lui rimasto vedovo. Saimir disapprova ed entra in conflitto con Edmond, anche per precisi valori in cui crede senza mezzi termini: il senso della giustizia, ad esempio, che gli provoca ribellione verso autoritarismo paterno e ogni sopraffazione.

Saimir non è a suo agio coi connazionali dai guadagni loschi frutto di droga e prostituzione. Non vuol vivere la pulsione sessuale, che s’affaccia prepotente nella sua giovane vita, al fianco compiacenti meretrici. Ingenuamente e in modo del tutto naturale, come farebbe qualunque sedicenne, avvicina Michela, una studentessa che - bigiando la scuola - s’è recata in spiaggia coi compagni. Fra i due c’è simpatia e nessun razzismo: si sorridono, si parlano, si rivedono ancora. Fanno un bagno fuori stagione, Michela muore di freddo, Saimir le dà la sua maglia e si sta già innamorando. La ragazza lo sente. Ma quando in un nuovo incontro lui la conduce in un casolare diroccato per donarle una dispendiosa collana d’oro, Michela si ritrae impaurita. Si sente fuori posto e fugge facendo l’autostop. È un rifiuto che Saimir non può accettare, come uomo e come immigrato, e poi sta già ingoiando parecchi bocconi amari del padre. Perciò, irrompe nella classe della giovane per urlarle il disgusto e la rabbia per l’abbandono ricevuto: “Sono merda io? Eh, sono merda?”. Michela resta attonita.

Dalla possibile integrazione nei rapporti umani e sociali Saimir è facilmente sbalzato verso una condizione borderline o apertamente illegale. Quando il padre gli rifiuta una forte somma, lui segue un gruppo di giovani rom dediti al furto. Il gruppo, fra il surreale e il naif, fa irruzione in una ricca dimora ricordando più i romantici e suonati zingari di Kusturica che i violenti giovanotti di “Clockwork Orange”. Ma questo del furto è solo uno dei volti - paradossalmente il più nobile - dell’illegalità immigrata. Ben altra è la condizione d’una quindicenne che, una notte, Edmond e figlio trasportano col furgone. Lei pensa di andare a Milano, non sa che lo pseudo-fidanzato l’ha venduta a una banda di malviventi. Saimir comprende il losco affare e cerca di ribellarsi, il padre lo redarguisce duramente. Perciò lui medita vendetta.

Torna nella casa-prigione, rivede la giovane, s’accorge che è stata selvaggiamente picchiata. La carezza, la conforta ma intanto gli aguzzini avvisati da altre prostitute gli sono addosso e lo sfregiano “Solo perché è tuo figlio” diranno a Edmond che è andato a recuperarlo. Ma Saimir non vuole saperne, fra lui e il padre s’è consumata la definitiva frattura e il giovane presentandosi ai Carabinieri denuncia tutti, Edmond compreso. Rotto quel cordone di dipendenza-sudditanza, ora dovrà continuare a camminare solo, magari nell’incertezza, ma consapevole della forza di quel senso di giustizia in cui crede fermamente.

Regia: Francesco Munzi.
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Munzi, Serena Brugnolo, Dino Gentili.
Direttore della fotografia: Vladan Radovic.
Montaggio: Roberto Missiroli.
Interpreti principali: Michel Manoku, Xhevdet Feri, Lavinia Guglielman, Anna Ferruzzo.
Musica originale: Giuliano Taviani
Produzione: Daniele Mazzocca, Gianluca Arcopinto.
Origine: Italia, 2004
Durata: 88 minuti.