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Silvia Baraldini: una libertà sofferta

mercoledì 27 settembre 2006

di Alessandro Ambrosin

Dopo 24 anni di cui 19 di isolamento negli Stati Uniti, Silvia Baraldini è definitivamente libera. La domanda per beneficiare dell’indulto viene accolta improvvisamente e per Silvia si aprono le porte della libertà tanto agognata e sofferta.

La Baraldini avrebbe terminato di scontare la sua pena il 29 luglio 2008, dopo 26 anni di penitenziario. Nel 2001 gli furono concessi gli arresti domiciliari in quanto malata di cancro.

Ma ricapitoliamo i fatti.

La drammatica vicenda di Silvia Baraldini inizia il 9 novembre 1982 negli Stati Uniti .

Nei primi anni ’80 Silvia era un attivista politica dell’organizzazione comunista "19 maggio" (ispirato alla data di nascita del leader vietnamita comunista Ho Chi Min) che successivamente confluì nella "Black Liberation Army" (un movimento di resistenza armata che lottava contro l’oppressione e le pessime condizioni di vita delle minoranze di colore negli Stati Uniti).

Fu arrestata la prima volta per associazione sovversiva, e rilasciata su cauzione poco tempo dopo. Il processo a carico di queste associazioni sovversive per lo stato americano termino’ nel luglio 1983. Fu applicata la legge "Rico" anche in questo contesto, la quale era originariamente nata per reati ascrivibili al campo delle attività criminali di stampo mafioso e nella quale i crimini commessi da un elemento di una data organizzazione venivano contestati a tutti i soggetti indistintamente che componevano la stessa. La sentenza fu una pena abnorme per i "crimini" commessi dalla Baraldini, 43 anni. Le pene inflitte furono:

· 20 anni per associazione sovversiva. Proprio per la legge Rico alla Baraldini fu imputata la totale responsabilità del movimento 19 maggio indipendentemente dalla personale estraneità ai fatti criminosi.
· 20 anni per concorso in evasione. L’evasione fu quella di Assata Shakur, una giovane Pantera Nera condannata a 120 anni di carcere. La Baraldini ebbe un ruolo secondario di tipo logistico, e durante questa operazione non vi furono vittime. Era il 2 novembre 1979.
· 3 anni per "ingiuria al Tribunale" ("Contempt of Court"). In questo caso l’oltraggio di Silvia verso la Corte fu di rifiutare di fornire la propria testimonianza circa i nomi degli altri militanti nel movimento "19 maggio".

Rinchiusa prima nel carcere di New York, poi in quello di Pleasanton (California) e poi a Lexington. Qui fu sottoposta ad un regime carcerario particolarmente severo, disumano e degradante: isolamento, perquisizioni corporali, rigide censure nella posta e limitazioni nelle visite, costante monitoraggio della propria vita carceraria, anche nei momenti più intimi. Solo la dura lotta di Silvia e di altre carcerate produsse un leggero miglioramento in queste condizioni (e l’unità di massima sicurezza di Lexington venne in seguito chiusa, anche grazie all’intervento di Amnesty International).
Nel 1988 le fu diagnosticato un tumore maligno.
L’ultimo trasferimento carcerario, sempre negli anni ’90, fu a Danbury, nel Connecticut.

Solo verso la metà degli anni 80, proprio mentre Silvia subisce le prime due operazioni per tumore, l’opinione pubblica italiana comincia ad occuparsi del caso Baraldini.

Hanno inizio le prime interrogazioni parlamentari, e nascono i comitati di solidarietà per Silvia, tra cui il più importante è il Coordinamento Nazionale Silvia Baraldini, il cui portavoce è Gianni Troiani. Firmano appelli in favore della detenuta italiana Dario Fo, Antonio Tabucchi, Umberto Eco e molti altri, affinchè fosse rispettata l’applicazione della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento dei condannati a scontare la pena nel proprio paese di origine.
Francesco Guccini le dedica "Canzone per Silvia" nel 1993.

Nel 1992 a causa di interferenze dell’FBI, che attribuì alla Baraldini uno "status" di pericolosità di livello altissimo, e nonostante si occupasse del caso un giudice di spicco come Giovanni Falcone, viene ancora negata l’estradizione a Silvia. A fine degli anni 90, l’Italia e gli Stati Uniti raggiungono un compromesso proprio a fronte della Convenzione di Strasburgo e con ritardi lunghissimi si procede all’ istanza di estradizione. La Baraldini rientra nel carcere romano il 24 agosto 1999, e le viene ridefinita la pena, il cui termine sarà per il 29 luglio 2008. Ma le polemiche non cessano per l’opinione pubblica che polemizza sul costo dell’aereo messo a disposizione dal Governo italiano. Addirittura trapelano illazioni circa un baratto fra il ritorno di Silvia e la questione della funivia del Cermis. Insomma, un caso umano dai risvolti cosi’ drammatici diviene occasione di nuovi e sterili dibattiti.

Nel 2001 le vengono concessi gli arresti domiciliari in quanto malata di cancro.

Il 26 settembre 2006 l’epilogo di una donna che ha pagato la sua libertà a caro prezzo, si è concluso.
Silvia è libera.