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Simon & Garfunkel in concert: L’ETERNO SUONO DEL SILENZIO

lunedì 2 agosto 2004

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di Enrico Campofreda

31 luglio 2004, Roma Colosseo e Fori Imperiali

Se America dev’essere sia quest’America. Quella che con la voce armoniosa di
Art Garfunkel canta il sogno e sulle struggenti melodie di Paul Simon narra poesie.
L’America libertaria del dubbio e non quella che spaccia certezze e modelli di ’democrazia’.
L’hanno applaudita in mezzo milione e non tutti sovversivi né sostenitori della
Jihad. Giovani di trenta, quaranta, cinquant’anni. E molti sessantenni, giovani
come i due old friends. E’ un popolo immarcescibile che ama l’altra America.
Non quella che ha sfilato coi cannoni a Roma il 4 giugno, strumentalizzando un’anniversario
di Liberazione per sostenere l’attuale politica imperialista a senso unico. Ma
il volto pacifista degli States che dai tempi di Berkeley parla di altri valori:
amore, amicizia, rispetto, sentimento. Cose che la vita regolarizzata sul business
non conosce né vuol capire.
Imboccare quest’ultima strada è cosa facile, basta farsi guidare dal modello
vincente: il capitalismo di ieri, il turbo dell’ultimo decennio. E’ la società dell’isolamento
in cui viviamo, dove tutti fanno i propri affari fregandosi fra loro, tanto poi
uno solo diventa Bill Gates: gli altri devono chinarsi lui. E non c’è prezzo
per la moderna schiavitù.

Qualcuno dei cinquanta-sessantenni che aspettava sin dal primo pomeriggio l’inizio del concerto parlava di questo. Vecchi amici o conoscenti che non s’incontravano da molto tempo e attaccavano un pezzo di storia di vita. Legandolo magari a quando erano studenti o innamorati o contestatori cantando Cecilia, The Boxer, El condor pasa.
Se si ritrovano sotto il sole giaguaro di fine luglio con capelli e barbe incanutiti, non è per moda. Le mode passano. E con le mode sono finiti altrove coloro che solo da ragazzi s’atteggiavano a idealisti.
Se si è perso il gusto di sognare non si sta accalcati a bivaccare per ore, chi lo fa vuol dire che non ha il cuore a salvadanaio, non ha impostato la vita secondo il volere del capitale. Che non significa esser dei falliti, al contrario. Si può aver fatto carriera senza rinnegare il passato, senza aver ceduto a compromessi, senza aver venduto l’anima né il desiderio dell’utopia. Si può essere se stessi e come Dustin Hoffman ne "Il Laureato" ribellarsi alle convenzioni. Magari vivendo in disparte, ma con coerenza e dignità.
E ci si può ritrovare in tanti, spezzando l’isolamento della solitudine e quello della moltitudine massificata voluta dalla società di plastica che c’impedisce di sognare autonomamente perché impone i suoi sogni. Di mondo globalizzato, ingabbiato, soggiogato. Di uomini e donne che si sentono arrivati, sicuri, onniscienti. E sono solo potenti, cinici, meschini.

Eppure è da questa creatura mostruosa che nasce la riflessione sull’essenza delle cose che contano, sull’insegnamento da seguire, come ricordano i versi ormai immortali di uno dei magnifici brani del duo: Sound of silence (E la gente s’inchinò e pregò/ all’idolo al neon che avevano costruito./ E l’insegna lampeggiò il suo avvertimento/ formando parole./ E l’insegna disse "Le parole dei profeti sono scritte sui muri del metrò").
Ma chi conferisce importanza a una simile comunicazione ? Al poeta di nicchia, al cantante di strada, al narratore libero ?
L’espressione è controllata e veicolata dall’alto e sempre più lo sono i contenuti. S’insegna a diventare poeti e cantori (sic), indicando non come dire ciò che si sente, ma cosa dire. Che è sempre quello che piace al potere. Siamo circondati da scrittori che scrivono il romanzo che l’editore vuole, da cantanti che incidono il cd che il discografico vuole. Su cento produzioni, due-tre sono frutto di libera creatività il resto è ’creatività’ prefabbricata o telecomandata. Materializzata nel business, che attira come il miele. Tutto è sacrificato al portafoglio e al controllo delle idee e non c’è quasi più chi parla di sogni e bisogni e desideri propri, che ha la forza e il coraggio di manifestarli. Anche all’interno del sistema, senza il timore di perdere il suo posticino al sole.

Sarà forse per questo che serve rincontrare due ragazzi sessantenni come Simon & Garfunkel, millionaires but dreamers. Per alzare gli occhi al cielo e farsi ancora cullare da melodie che nascevano dalla voglia di pensare che l’umanità non può morire soffocata dalle sue brutture e cercherà sempre di costruire quel ponte sulle turbolente acque della vita.


PALCO IMPERIALE

Hanno concesso ai romani la gioia d’un meraviglioso revival ma hanno voluto distanziarsi da loro. Il sindaco Veltroni, il finanziatore del concerto Tronchetti Provera, non erano fra la folla. Non dico nel bivacco dei Fori Imperiali come i comuni mortali, ma neppure nelle prime file dal palco. Erano in alto, sotto la tenda Vip, creata per l’occasione. E con questa distanza fisica hanno ribadito quella distanza antica che nell’Anfiteatro Flavia era segnata fra il palco imperiale e gli spalti popolari. Con l’aggravante che le tende bianche poste sul terrazzamento sopraelevato erano isolate, non visibili. Non vogliamo credere che le ragioni di sicurezza siano state le uniche a suggerire questa distanza. Sotto quelle tende hanno gustato drinks e vivande, les nouveaux riches, artisti tutti noti, tutti molto impegnati, tutti sedicenti sensibili al popolo: i registi Virzì, Ozpeteck, Ricky Tognazzi, le attrici Isabella Ferrari, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Valentina Cervi. E poi Serena Dandini e la cantante Giorgia. E le onorevoli Meandri e Rosy Bindi. Tutti così timorosi delle masse? Tutti così bisognosi di distanza dalla plebe?

Chissà se dalla loro torre d’avorio faranno volare sul volgo un’excusatio.

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