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TERRA PROMESSA

lunedì 23 maggio 2005

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de Enrico Campofreda

Mentre a Cannes Gitai presenta il suo nuovo lavoro Free Zone, la dittatura della distribuzione elargisce al pubblico italiano solo ora il film che il regista israeliano aveva presentato al 61° Festival del Cinema di Venezia. Sono trascorsi nove mesi e traiamo anche da questo la conferma che l’Italietta catodico-berlusconiana è diventata l’ultima landa d’Europa. Recensiamo la pellicola per il valore della denuncia civile.

“Gli squali allevano nel profondo del mare dei piccoli pesci che nutrono e accudiscono e ne curano le squame divelte”. Narra pro domo sua quest’improbabile storia un’anziana maitresse alla più sensibile e smarrita del gruppo, un pesciolino piangente. Vuole giustificare e ammorbidire una tremenda realtà ma riconosce a sé e alla sua banda il ruolo di squalo. Gli altri piccoli pesci sono bionde e giovani ragazze dell’Est baltico, fuggono dalla miseria e dalla schiavitù di matrimoni tombali per cadere nella più cruda e triste schiavitù della prostituzione.

Naturalmente le ragazze non hanno scelto questo tormento, hanno pagato duemila dollari per raggiungere Israele e sono state condotte sino al confine da vogliosi beduini che già cercano di approfittare di loro. Il peggio deve però arrivare. L’organizzazione criminale che le accoglie le vende in piena notte nel deserto ad altri clan israeliani e arabi che dei loro corpi fanno mercato. Come i romani dell’Impero di due millenni fa, con gli stessi sguardi lascivi e intenti vessatori. Oggetti destinati al piacere le ragazze finiscono nei bordelli di Ramallah, nei centri turistici sul mar Rosso, nel mercimonio degli hotel compiacenti di Haifa.

Mondo mussulmano ed ebraico manifestano lo stesso abuso e lo stesso disprezzo per la donna, come l’Occidente, come la cristianità. La globalizzazione marcia anche attraverso il più antico mestiere del mondo e le ragazze che sfuggivano dal presente senza futuro del proprio Paese si ritrovano nel vicolo cieco del ricatto e della violenza spogliate, palpate, oppresse da anabolizzati criminali che le gettano in pasto ai locali clienti. A lenire la spirale di minacce-violenze è la maitresse che trucca e rincuora le ragazze preparandole per il ‘lavoro’. Faranno un mestiere come un altro - dice lei - ma che la vita prospettata sia bestiale lo comprende benissimo Diana subendo durante uno dei trasporti l’attenzione morbosa dell’autista. La loro vita diventa un Inferno da cui è difficile evadere e le suppliche di Diana a Rose - una turista incrociata nel locale-bordello dove le giovani vengono esibite - non trovano seguito. Sarà invece il mai sanato conflitto palestinese a propiziare l’evasione di Diana. Un’autobomba esplode ad Haifa davanti a uno dei tanti ritrovi di schiave del sesso e lei vola via, aiutata proprio Rose.

Girato come un film, con ottimo uso della macchina a spalla in scene di movimento che trasmettono la tensione e l’affanno di vittime e carcerieri, il lavoro di Gitai informa come un vero documentario. La cinepresa testimonia quella violenza fisica e psicologica che l’opinione pubblica non può immaginare, di cui nessun reportage almeno occidentale ha mai parlato. La misera esistenza di queste schiave del Terzo Millennio è celata dai princìpi della macropolitica attenta alle rivendicazione patriottiche dei palestinesi o al desiderio ebraico di difendere la Terra Promessa. Gli stessi combattenti e i coloni finiscono per accompagnarsi con le ragazze che le organizzazioni criminali gettano nei bordelli mentre Abu Mazen e Sharon chiudono gli occhi.
È infatti impensabile che l’esercito israeliano, che riesce a rintracciare anche gli aghi nei pagliai, e la stessa l’organizzazione armata dell’Autorità Palestinese non siano a conoscenza dell’attività malavitosa in quelle zone. Nei periodi di guerra il territorio è sotto il totale controllo militare e qualunque cosa accada è assolutamente voluta o tollerata ma mai ignorata. Se il dramma delle ragazze estoni o bielorusse non è il più cocente dei problemi di quel martoriato angolo del pianeta, si tratta pur sempre d’uno spaccato di sopraffazione, crudeltà, umiliazione che sia le ferventi religioni di riferimento dei due mondi in conflitto, sia la laicità dei rispettivi governi paiono ignorare. Gitai implacabile lo narra.

Regia: Amos Gitai
Soggetto e sceneggiatura: Amos Gitai, Marie Jose Sanselme
Direttore della fotografia: Caroline Champetier
Montaggio: Isabelle Ingold, Isabelle Mongald, Kobi Netanel
Interpreti principali: Rosamund Pike, Diana Bespechm, Hanna Schygulla, Anna Paillaud
Musica originale: Arno Pärt, Simon Stckhausen
Produzione: Michael Tapuach, Laurent Truchot, Amos Gitai
Origine: Isr, Fra, 2004
Durata: 90’

Info Internet: sito ufficiale del regista
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