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Trattare e ritirarsi

sabato 5 febbraio 2005

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di Piero Sansonetti

Eccoci di nuovo qui, col cuore in gola, a trepidare per una nostra amica, sbigottiti per la violenza selvaggia e senza fine che sta squassando l’Iraq, travolto dalla feroce invasione americana, dagli attentati della guerriglia, dagli agguati, le bombe, i rapimenti. Ci sono stati già cento o duecentomila morti, centinaia di sequestri di persona, ci sono le città messe a fuoco e spianate, come Falluja, le moschee e gli ospedali distrutti, milioni di feriti, di orfani, di famiglie decimate.

Giuliana Sgrena è una giornalista bravissima e coraggiosa, una pacifista, un’esponete importante della sinistra italiana. Tremiamo per la sua sorte e per l’angoscia che sta vivendo lei in queste ore, senza conoscere il proprio futuro, senza contatti, con la paura di essere uccisa. Non possiamo fare molto: ci stringiamo attorno ai compagni del "manifesto" - giornale al quale ci sentiamo vicinissimi - e ai familiari di Giuliana: a suo padre, a sua madre.

Ora è importante che ciascuno faccia la sua parte nel modo più responsabile e rigoroso. Il governo e la diplomazia italiana, soprattutto. Qual è il loro compito? Trattare, cercare di scoprire quale gruppo ha in mano Giuliana, trovare degli interlocutori, dei mediatori, salvarle la vita e riportarla a casa. A qualunque costo. Siamo sicuri che il governo si impegnerà in questo lavoro. E pensiamo che non sia il momento per esagerare le polemiche.

Perciò non si capiscono le frasi violente pronunciate ieri pomeriggio dal ministro Pisanu - che è sempre stato uno dei rappresentanti più moderati della maggioranza - e dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi. Pisanu ha detto che la sinistra italiana è in mano ai violenti. Cioè ha detto una menzogna gratuita. Berlusconi ha colto al volo una battuta infelice di Piero Fassino, per accusare i pacifisti - tra i quali ha annoverato il malcapitato segretario Ds, che pacifista non è mai stato - di essere sempre dalla parte del male. Ha detto: «Loro facevano i cortei contro chi stava con grande sacrificio liberando l’Iraq». C’è bisogno di ribattere a queste frasi pronunciate a sproposito da Pisanu e dal capo del governo? O basta fare una domanda: Presidente, lei è sicuro che oggi l’Iraq sia libero?

Le dichiarazioni di Pisanu e di Berlusconi sono l’espressione di una destra intollerante e dalle idee abbastanza confuse, troppo abituata a trasformare tutto in politica interna ed in politica elettorale. Come si può ragionare sull’immane tragedia che è in corso in Iraq, senza coglierne la dimensione e limitandosi a piccoli calcoli elettorali italiani?

Certo, anche quella frase pronunciata da Fassino al congresso Ds ed esaltata da tutti gli opinionisti di destra, non ha aiutato a diradare la confusione. Fassino, prendendo spunto dalla partecipazione di massa degli iracheni alle elezioni di domenica, ha detto che lui è tanto tempo che si chiede autocriticamente: «Cosa abbiamo fatto noi per rovesciare Saddam?» Non ci sembra una di quelle domande geniali destinate a imprimere una svolta nella storia di un partito. Nel mondo ci sono moltissime cose che non vanno e devono essere cambiate: decine e decine di dittature, governi illegali, povertà assoluta, sfruttamento, rapine di enormi risorse da parte di finanzieri multinazionali senza scrupoli, milioni di bambini ridotti alla fame e alla morte. Cosa abbiamo fatto noi per risolvere questi problemi? Pochissimo. In Iraq, l’occidente non solo, come è suo solito, ha fatto pochissimo per risolvere il problema della spietata dittatura di Saddam, ma ha fatto molto di peggio: ha scatenato una guerra infernale della quale oggi possiamo solo constatare e piangere le conseguenze. Una strage senza fine, un paese devastato e che avrà bisogno di anni e forse decenni per rimettersi in piedi. Chi sono i responsabili di questo inferno? Due soprattutto: Saddam Hussein e il governo americano. Non è una ipotesi, questa, è una facile constatazione.

Possiamo fare qualcosa, adesso, per cercare di avviare una faticosissima soluzione, e ridare qualche speranza agli iracheni? E’ questa la vera domanda da farsi. E non ci vuole un gigantesco acume politico per capire che comunque la via, strettissima, è una sola: iniziare a porre fine all’occupazione militare e dare agli iracheni la possibilità di riprendere in mano il loro paese.

La settimana prossima andrà in discussione al Parlamento italiano il provvedimento di rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq. E’ l’occasione per una discussione seria e per una svolta. Se l’Italia dovesse decidersi a chiamarsi fuori da questa avventura di guerra, ristabilendo i principi della nostra Costituzione e della legalità internazionale, potrebbe assumere un ruolo importantissimo sulla scena politica mondiale. La sinistra ha la possibilità di superare la sua prima prova di unità, rinunciando ai giochetti da politica piccola piccola, e mostrandosi intanto unita su una scelta fondamentale com’è quella tra pace e guerra e tra legalità e illegalità.

http://www.liberazione.it/giornale/050205/R_EDIT.asp