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VIER MINUTEN

mercoledì 16 maggio 2007

di Enrico Campofreda

Quattro minuti per riscattare con le note il dolore, la solitudine, le violenze subìte, viste e praticate. E’ il diretto ed essenziale messaggio con cui il giovane Chris Kraus offre un personale contributo al rilancio del cinema tedesco.

Dicono che Kraus sia un perfezionista e lavori tanto e a lungo, come testimonia la preparazione di questo film durata oltre due anni. Ma certe qualità mostrate: essenzialità del racconto, scandaglio nelle vite sofferenti delle protagoniste, realismo sulla cruda realtà carceraria, contraddittorietà fra un talento innato e i fantasmi interiori che ne condizionano l’esistenza – non salvano alcune soluzioni a effetto dal sapore hollywoodiano cui avremmo volentieri rinunciato.

In lui non c’è il buonismo del molto lodato (non da noi) “Le vite degli altri” eppure l’aria respirata non è proprio quella della genuinità.

Il regista-sceneggiatore afferma d’essersi ispirato alla cronaca eppure la trama appare infarcita di troppi ingredienti e qualche stereotipo. Non quello dell’ottantenne insegnante di piano Trude, che poteva benissimo essere un’ex crocerossina nazista e neppure il suo orientamento sessuale lesbico; certo la sua amante di gioventù impiccata dalle SS perché comunista sembra una pennellata forzata nei flashback della vicenda. Storia di sofferenza lenita dall’arte cui Trude s’è dedicata per decenni in un luogo di dolore per eccellenza qual è il carcere Lickau dove insegna musica alle detenute. Può farlo grazie al consenso d’un direttore opportunista e all’elargizione economica dell’agente carcerario Mutze, uomo dalla personalità controversa che ama le armonie ma non rinuncia al ruolo coercitivo.

Proprio questa figura, presentata macchiettisticamente, lascia perplessi in un lavoro dai presupposti e obiettivi ambiziosi. Il finale a effetto nel quale la detenuta Jenny vive l’apoteosi del suo mix musicale fatto di Schumann e hip hop prima incompreso poi osannato dal pubblico ci sta pure, però lo stridore dei freni delle volanti e delle manette degli agenti giunti in forze ad arrestarla rievocano scenari da film più di cassetta che d’autore.
Invece il lavoro ha diversi buoni spunti a cominciare dall’intento introspettivo sull’individuo e il sistema, col richiamo la grande colpa della Germania del Novecento, quel regime hitleriano che ha permeato e marchiato un’infinità di vite come per l’ex crocerossina Trude. Ma il filo rosso attorno al quale la storia si dipana è incentrato sulle relazioni: quella gerarchica fra insegnante e allieva, quella sessuale nell’attrazione interna al proprio genere, quella fra chi possiede volontà e chi talento. E le relazioni perverse d’un padre ambizioso che giunge a violentare la sua bambina prodigio e poi pentito cerca un riscatto. E lei Jenny, che di quel prodigio musicale è l’artefice, finisce in carcere accusata d’un omicidio che forse neppure ha commesso.

Nel difficile ma unico dialogo possibile con se stessa attraverso la musica Jenny, la ribelle violata, può tentare di ridare un senso a una vita fino a quel momento se non sprecata sicuramente smarrita. Mentre Trude riprova dopo sessant’anni il fremito della passione - mediata dall’arte certo - ma rivolta nuovamente a una ragazza reale, marchiata dalla trasgressione e col fuoco interiore d’una genialità innata.

Regia: Chris Kraus
Soggetto e sceneggiatura: Chris Kraus
Direttore della fotografia: Judith Kaufmann
Montaggio: Uta Schmidt
Interpreti principali: Monica Bleibtreu, Hanna Herzprung, Sven Pipping, Richy Muller, Jasmin Tatatabai
Musica originale: Annette Focks
Produzione: Kordes & Kordes
Origine: Ger, 2006
Durata: 112’