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Viaggio negli inediti di Guevara. Seconda puntata

martedì 4 ottobre 2005

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Prima puntata qui

Così il Che criticava l’Urss: non ha capito Marx

di Antonio Moscato

Ogni anno quando si avvicina il 9 ottobre, anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, lo si ricorda anche sulla stampa più lontana dalle sue idee, che ne parla magari per lamentare le "mitizzazioni della sinistra". E’ morto trentotto anni fa, ma il suo ricordo è assai più vivo di quello di tanti personaggi politici scomparsi da pochi anni, compresi quei suoi detrattori che lo liquidavano come uno "stratega da farmacia".

Come è successo per Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano in quegli anni, che abbandonò il Che senza contatti nella zona inadatta per una guerriglia in cui lo aveva mandato.

Oggi Monje vive a Mosca, dove fa affari con Putin. E appunto ci si ricorda di lui solo per il ruolo che ebbe nell’isolamento e nella sconfitta di Guevara e degli altri guerriglieri (compresi quelli boliviani, che aveva espulso dal partito perché restavano col Che).

Ma se sulla morte e sugli ultimi terribili giorni di Ernesto Che Guevara ormai sappiamo tutto, in primo luogo per il lavoro infaticabile di due storici cubani, Adys Cupull e Froilán González, e anche grazie alla pubblicazione dei diari degli altri combattenti (Inti e altri, In Bolivia con il Che. Gli altri diari, a cura di A. Moscato, Massari, Bolsena, 1998), non altrettanto si può dire del suo pensiero, in vari modi dimenticato, deformato o occultato.

Guevara infatti non è stato solo il "guerrigliero eroico" (così per due decenni è stato celebrato in una Cuba che non lo ripubblicava), ma un originale "riscopritore" del marxismo, capace di prevedere e intuire le ragioni di un possibile crollo del sistema "socialista" che pure, al tempo suo, appariva nel pieno della sua potenza. Perché non lo si conosce che in parte? Se lo domanda da Cuba il Canto intimo di Celia Hart, di cui pubblichiamo ampi stralci.

Come si vede anche Celia Hart (figlia di due dirigenti storici della rivoluzione, Armando Hart, a lungo segretario del Pcc e poi ministro della Cultura e Haidée Santamaria, che partecipò nel 1953 all’assalto al Cuartel Moncada e poi diresse la Casa de las Américas), si pone il problema della ragione dell’esistenza degli inediti. Con lei si sono dichiarati solidali i due maggiori storici del Che, Adys Cupull e Froilán González. Ma c’è un altro problema: ci sono anche testi ormai editi ma di fatto ignorati da chi, anche a sinistra, preferisce i miti alla cruda realtà.

Ad esempio ad Algeri, nel febbraio 1965, nell’ultimo discorso fatto come dirigente cubano, Guevara diceva, a proposito del rapporto tra i "paesi socialisti" e quelli dipendenti, che non si doveva più «parlare dello sviluppo di un commercio di vantaggio reciproco», dal momento che era «basato sui prezzi che la legge del valore e i rapporti internazionali, fondati sullo scambio ineguale (...) impongono ai paesi arretrati». Vendere «ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sacrifici senza limiti ai paesi arretrati e comprare ai prezzi del mercato mondiale i macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate» significa di fatto «che i paesi socialisti sono, in un certo senso, complici dello sfruttamento imperialistico».

In questa direzione si muoveva la riflessione del Guevara più maturo, tra il 1962 e il 1966, rimasta in gran parte inedita, ma non sconosciuta del tutto, perché vari stralci sono stati gradualmente pubblicati in saggi di Tablada e miei, e negli Scritti scelti, curati da Massari, e poi anche a Cuba nel bellissimo libro di Orlando Borrego, Che. El camino del fuego (La Habana, 2001).

Perché questa riflessione è rimasta inedita? Basta anticipare un solo passo dalle Note sul Manuale di economia per cominciare a capire:
«Le ultime risoluzioni economiche dell’Urss somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l’avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo. Il tempo dirà se si tratta di un incidente passeggero o se implica una decisa tendenza all’arretramento. Tutto parte dalla concezione erronea di cercare di costruire il socialismo con elementi di capitalismo, senza cambiarne effettivamente il senso. Per cui si perviene a un sistema ibrido che finisce in un vicolo cieco». [Nota: per ragioni di spazio, non si indicano le pagine del Manuale e il numero delle note del Che, ma è possibile riceverle in lingua originale inviando una mail a: antonio. moscato@unile. it].

In un’altra nota Guevara scrive che «di norma in questo libro si confonde il concetto di socialismo con quanto in pratica accade in Urss». A proposito delle "categorie economiche" che secondo il Manuale sarebbero generate dal regime socialista, il Che annotava che «si presume di conoscere leggi economiche la cui reale esistenza è discutibile» (...) sbattendo a ogni angolo «con le leggi economiche del capitalismo che sopravvivono nell’organizzazione economica sovietica» (...). «Si va avanti con l’autoinganno. Fino a quando? Non si sa, e neanche come si risolverà la contraddizione».

Come si vede, erano critiche dure, che i sovietici non avrebbero potuto accettare. Ma perché censurarle anche dopo il crollo dell’Urss? Probabilmente per la difficoltà a spiegare agli studenti cubani perché per venti anni dopo la morte del Che, quando Breznev veniva esaltato all’Avana come grande "marxista leninista", hanno continuato a "studiare marxismo" su quel Manuale che Guevara dichiarava pessime.

2) segue

http://www.liberazione.it/giornale/050930/LB12D6E8.asp