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11 luglio 1974 “Ampliamento del ‹bozzetto› sulla rivoluzione antropologica in Italia”

venerdì 19 agosto 2005

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di Enrico Campofreda

(sul ‹‹Mondo››, intervista a cura di Guido Vergani)

«Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la “cultura” con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa:

1) che non usiamo la parola “cultura” in senso scientifico,
2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.

Per la verità, data la mia esistenza e i miei studi, io ho sempre potuto abbastanza evitare di cadere in questi errori. Ma quando Moravia mi parla di gente che vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi mostra d’esserci caduto in pieno, in questi errori. Non esiste pre-morale e pre-ideologico. Esiste un’altra cultura o una cultura precedente. È su queste culture che s’innesta una nuova scelta morale e ideologica: la scelta marxista oppure la scelta fascista.

... Come mai scelte giuste - per esempio un marxismo meravigliosamente ortodosso - danno risultati così orribilmente sbagliati? Esorto Moravia a pensare a Stalin».

« ... Un operaio o un contadino marxista degli anni Quaranta o Cinquanta, nell’ipotesi di una vittoria rivoluzionaria, avrebbe cambiato il mondo: oggi, nella sua stessa ipotesi, lo cambierebbe in un altro modo. Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire, il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze».

Pasolini accusa della trasformazione antropologica subita dal popolo la propaganda televisiva di tipo edonistico, quella che filtra nella mente anche grazie a “Carosello”, quella che mostra il nuovo modello di uomo e di donna cui uniformarsi: “giovani su motociclette, ragazze accanto a dentifrici” che è qualcosa di molto più perverso della semplice moda. Sono atteggiamenti, mimica, linguaggio, pensiero, modo di essere o, piuttosto, di non essere poiché non si è se stessi ma ci si sforza di somigliare ai modelli imposti.

La società del consumo ha creato schemi ai quali adeguarsi e ci rende uguali nel desiderio di consumare. Ma rende ansiosi, tristi e nevrotici. Confrontiamo il fornarino preso ad esempio dal poeta con gli stereotipi della pubblicità sino ai casi degli ultimi anni: i calciatori-bambolotti e delle “veline” dei programmi clonati dal duopolio Rai-Mediaset.

Un tempo la figura del garzone del fornaio era l’immagine di felicità e fierezza, incarnava un valore di uomo povero ma bello che non sentiva la contraddizione di dover apparire come non era. Non si snaturava, conservava i tratti dell’uomo del popolo che al più derideva scanzonato i signori e il potere. Egli era soprattutto felice (“Non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione?”) una condizione che ha gradualmente perduto incarnando il suo ruolo seriamente e cercando la scalata sociale inseguendo l’arricchimento.

Il tema del contendere è che certe figure e ruoli e lavori sono stati sradicati dall’immagine dell’uomo moderno che per sentirsi appagato dev’essere forzatamente affermato e per diventarlo deve possedere. Il suo imperativo è: primo evitare mansioni subordinate, secondo puntare alle leve del comando e del guadagno. È la società di managers e starlettes propinata da reality e fiction che riempiono d’ideologia consumistica occhi e menti di telespettatori tossici e passivi.

Il denaro diviene il valore assoluto della società consumistica, attorno a lui si sviluppano comportamenti conseguenti che purtroppo hanno risvolti antropologici e culturali. Già il capitalismo produttivo non riconosceva alla figura dell’operaio un ruolo degno della sua opera né economicamente né socialmente. Però nel suo ambiente: in fabbrica, nei quartieri-dormitorio, nelle organizzazioni sindacali e di partito il proletariato aveva centralità e identità proprie. I suoi valori erano alternativi a quelli borghesi e, pur avendo abbandonato speranze rivoluzionarie, ne vedeva riconosciuta l’essenza.

Eppure a un certo punto le organizzazioni operaie hanno iniziato a far propri i valori dei ceti medi, a riempire le strutture di ceti medi, a elevare costoro alla dirigenza politica. Non parliamo certo contro una dirigenza più acculturata col diploma e la laurea in tasca, perché non di quello si tratta. Ma di soggetti che dicono di rappresentare i lavoratori, ma non ragionano con la loro testa, semplicemente perché non conoscono le loro tasche. Questi “dirigenti” in certi casi non hanno mai lavorato: non solo in una catena di montaggio, ma neppure in un ufficino privato. Costoro son passati dai banchi di scuola, alle scuole di partito, a quelle sindacali.

Dunque non solo il fornarino di Pasolini ma l’intero proletariato a un certo punto s’è trovato a dover accettare passivamente i valori borghesi, grazie alla Dc che governava, alla Confindustria che stabiliva la linea economica, al Pci che l’accettava passivamente agitando la necessità dell’interclassismo, dell’interesse nazionale (quale? di chi?), della paura generalizzata, quella vera (pericoli di golpe, trame nere, terrorismo) e quella fantasmatica (una società diversa che davvero cambiasse uno status quo rimasto medievale).
È stata la fine d’un’epoca.

All’operaio e al fornarino restò la fuga in avanti rappresentata dalle posizioni estremistiche che alla metà dei Settanta hanno subito una sconfitta. Anche grazie a un Pci soffocato nel vicolo cieco del suo compromesso storico, complice di repressione e consociazione, totalmente incapace di gestire l’immensa spinta ricevuta dall’elettorato (già nelle amministrative del ’75, prima dell’assassinio del poeta, e poi nelle politiche dell’anno seguente).

La ricerca di soluzioni tattiche e programmatiche s’ingessò per tre decenni, l’essenza proletaria erede del vecchio sistema produttivo s’è perduta per sempre.