Archivi : FR | EN | ES

Articoli dal 2022

21 gennaio 1924 - 21 gennaio 2005 : non è semplice con l’aria che tira ricordare Lenin

venerdì 21 gennaio 2005

- Contatta l'autore


di Rossana Rossanda

Non è semplice con l’aria che tira ricordare Lenin. La sua persona è stata scarsamente
oggetto di storia dopo essere stata oggetto di culto, e l’uso che ne è stato
fatto da Stalin e dal Pcus fino agli anni ’80 l’ha gettato nella damnatio memoriae
assieme a loro: Lenin è la Rivoluzione d’Ottobre e da lui sono derivati i mali
che essa ha comportato. La discussione era iniziata dalla rivelazione della vastità della
repressione staliniana, cioè dal rapporto segreto che tenne Krusciov nella seduta
riservata del XX Congresso nel 1956. Egli mirava a Stalin, ma cominciò allora
la controversia se Stalin andasse considerato una cesura o una continuazione
di Lenin. Il Pcus e, con maggiore o minore persuasione, i partiti comunisti eccezion
fatta per quello cinese, accettarono che la "legalità socialista" fosse stata
violata dal solo Stalin e dal suo sistema, ma cercarono di parlarne il meno possibile.
Fuori dell’ufficialità si aprì una diatriba minore sullo stesso Stalin ("pessimo
ma grande, grande ma pessimo") mentre la discussione più delicata era su Lenin:
Stalin era un suo figlio, un suo prodotto o qualcuno che lo aveva travisato o
addirittura tradito?

Di certo c’era soltanto la differenza di storia personale e la prova che Stalin
aveva profittato della malattia di Lenin per metter le mani sul partito e tenercele:
la lettera-testamento di Lenin, che mette in guardia il partito - sottratta per
Stalin dalla segretaria di Lenin, Fotieva, ma non distrutta (dagli archivi si
direbbe che il Pcus nascondesse tutto e non distruggesse niente) - ne testimoniava.
Ma entro quali limiti di natura politica, di scelte sul fare, sull’organizzazione,
sul metodo, sull’idea di società si potevano separare i due uomini? Il vero problema
era questo. La risposta degli anticomunisti è stata subito netta: gli uomini
erano diversi, ma le scelte erano le stesse, o almeno derivate dallo stesso tronco.
Ed erano fatali.

Questa controversia si è trascinata fino a poco tempo fa, anche se sono venuti
meno i bisogni di consolazione dei vecchi compagni o il peso delle minoranze
interne al movimento comunista. Ma l’attuale discussione sulla non violenza la
rimette in luce cruda: Lenin è l’uomo dell’Ottobre, l’Ottobre è stato lecito,
giusto, liberatorio o no? Una rivoluzione non può non avere un certo carico di
violenza, e questo non la spinge a divorare sempre i suoi figli? La domanda investe
il gruppo leninista del 1917, perché se l’Ottobre non fu "militare" e neppure
grondante di sangue, e sicuramente nato in nome della pace e del pane ("Fratelli
non sparate! " sono le parole rimaste più celebri sull’incrociatore Potemkin),
la guerra civile che seguì è terribile, e la repressione che accompagna la guerra
civile è acerba. Poi sarà solo Stalin, con la collettivizzazione brutale delle
terre e nel 1934, dopo l’assassinio di Kirov, l’inizio della repressione in grande,
contro i "figli".

Ma non solo le rivoluzioni rosse. Quella cinese è inscindibile dalla guerra contro
il Giappone, ma celebra un esercito senza armi, un’idea militarista bizzarra
e propria solo di quel paese (e molto più tardi della breve rivoluzione portoghese)
e il divoramento dei figli avviene con la rivoluzione culturale quasi venti anni
dopo. Anche la rivoluzione degli spartachisti, che non si pretende non violenta,
e prima quella dei decabristri, e prima ancora la rivoluzione francese che passa
al Terrore, e la Rivoluzione inglese. Non c’è potere innocente né rivoluzione
innocente. Brillano soltanto l’immagine di Gandhi, e più recentemente quella
di Nelson Mandela - ma né l’una figura né l’altra hanno prodotto una rivoluzione
sociale, anche se la fine del colonialismo e dell’apartheid non si possono definire
soltanto politiche. Il lessico ci mette in guardia dalle facilità.

Ma torniamo a Lenin, seguendo la domanda: che cosa lo divide da Stalin, se qualcosa
lo divide? Non la scelta della rivoluzione, non la scelta del partito unico e
della dittatura del proletariato con le sue conseguenze. E’ di Lenin il rifiuto
dell’accordo con i socialisti rivoluzionari ed è di Lenin lo scioglimento di
fatto dei soviet. Basta dire una maggiore complessità culturale, una concezione
più aperta del dibattito, un maggior rispetto dei compagni e la mancanza di un
culto prepotente di sé? Insomma, una questione caratteriale? Non mi pare che
basti. Una valutazione più seria del leninismo andrebbe ricondotta a valle della
scelta rivoluzionaria, perché a monte grandi differenze non si danno.

A valle, cioè dopo la rivoluzione e la guerra civile che la seguì, la domanda è:
che cosa cambia con la morte di Lenin? Una ricostruzione persuasiva è quella
di Moshe Levin. La differenza, egli scrive, sta nella differente cultura e quindi
idea della rivoluzione tra Lenin e Stalin. Lenin è un marxista rivoluzionario
formatosi nella cultura europea a cavallo del secolo, persuaso della complessità d’un
processo che deve coinvolgere grandi masse in un paese segnato dell’autocrazia
e da un capitalismo a macchia di leopardo, dagli alti uffici finanziari di Mosca
e Pietroburgo all’aratro di legno delle campagne. Stalin è un uomo formato tutto
in Russia, specie nella asperità e durezza della guerra civile, e si afferma
accantonando con determinazione e poi distruggendo fisicamente la vecchia guardia
bolscevica.

Ma qui si impongono due questioni: se Lenin non si fosse ammalato avrebbe fermato
l’ascesa del georgiano? E se sì, avrebbe impresso alla transizione un esito diverso?
Si può affermare con qualche certezza che non avremmo avuto quel tipo di collettivizzazione
delle terre né la repressione degli anni ’30. Ma si può affermare che ci sarebbero
stati a tempi brevi una pratica politica e un sistema politico innovatori e democratici
in senso pieno, anzi più partecipati di quello che non siano le nostre democrazie?
E quindi senza rivolte né repressioni, non più, almeno, che in un paese "normale"?
Non abbiamo elementi per dirlo. Anche perché i processi sarebbero stati diversi
da quelli che furono e che sono i soli che conosciamo.

Sarebbe stato diverso probabilmente quello che Moshe Levin sottolinea come essenziale,
il partito - il tipo di mobilitazione, di idee, di forme organizzative e dei
metodi di direzione. Stalin non fu soltanto un "non Lenin", uno che non conosceva
in tutte le sue pieghe la discussione della II e III Internazionale; la sua linea,
forse anche perché più grezza e decisionista, promosse un’enorme mobilitazione,
e non solo di una avanguardia ma di popolo, che si potrebbe definire progressista,
piena di speranza di avanzamento del paese e dei singoli, con una acculturazione
prima impensabile, mista a internazionalismo e orgoglio nazionale, produttrice
di una straordinaria mobilità sociale. Era un partito leninista? No. Socialdemocratici?
No. Militarista? No. Totalitario?

Non darei il senso arendtiano a questa massa partecipante, sia pure sotto una
direzione univoca; a una società totalitaria, sempre che si ammetta la definizione
nel senso della filosofa tedesca, penso che si arrivi dopo, perché finché una
formazione o un’organizzazione sociale raccoglie il consenso di milioni di uomini
e produce cambiamenti del tipo di quelli dell’Urss degli anni ’20, vuol dire
che traduce bisogni, realizza le persone e non solo le ammaestra. Soltanto così si
spiega il grande sviluppo produttivo, tecnico e delle scienze, anche di quelle
sociali che, dove non toccano la dottrina (la quale non è poco, per esempio investe
quasi tutta la storia), si espandono come in pochi altri paesi. E si spiega la
tenuta dell’Urss in guerra, perché la Germania le scarica addosso per due anni
le forze ancora intatte della Wehrmacht e delle SS.

Questa storia non è fatta, o certo non sembra attirare l’attenzione. Ma Lenin
non è questa storia. Lo si può dire suo ispiratore soltanto se si consideri un
disastroso errore il rovesciamento della autocrazia zarista e la risposta armata
alla guerra civile, perché il rovesciamento d’un potere, se non è mediato dallo
stato di diritto, apporta comunque un danno irreparabile in chi lo compie. Ma
questa è appunto la domanda "a monte". La quale interdice ogni ricerca storica
sul dopo il 1917, o la rende sostanzialmente inutile. E’ solo a valle che una
ricerca si può fare, come fa Levin o come fanno i pensatori della tradizione
trotzkista. Né ha più senso la domanda su dove inizia l’errore dopo il 1917.
E non è una fuga rinviare il problema, d’altra parte, al "contesto storico" in
cui Lenin si sarebbe trovato dopo il ’17, quando ne viene messa in causa l’intenzione
che dal 1905 in poi lo porta a quella rivoluzione?

Se si pensa che ogni tentativo di uscita dalle leggi della democrazia rappresentativa
porta al disastro morale e politico, e che ogni tentativo di uscita dalle logiche
capitaliste porta al disastro economico, Lenin non si salva. Ma ben poco si salva
di qualsiasi antagonismo, o più semplicemente conflitto, perché è solo la persuasione
fra gli individui e le figure sociali, attraverso il reciproco ascolto, poco
più che a livello personale, che legittimerebbe il cambiamento. Lenin, se mi è permessa
una espressione casareccia, è fritto. La storia non assolverà né lui, né Mao,
né Castro, né Luxemburg, e non parliamo della guerra antinazista che, è vero,
cominciò con gli attacchi della Germania ma ai quali forse non si doveva rispondere
col fuoco. 1789, 1648, Spartaco... tutto questo è inumana preistoria. Ma allora
perché la cerimonia degli anniversari?

Rossana
Rossanda


Lettera
al Congresso (Testamento di Lenin 1922)


IL
TESTAMENTO POLITICO DI LENIN


Oggi
vogliamo ricordare quel giovane rivoluzionario russo...


Scrive
Lenin nel 1894 (Gli amici del popolo)


Più noto
con lo pseudonimo di Lenin assunto nella clandestinità...


La
prima guerra mondiale era in corso da 31 mesi...