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ANDATA RITORNO

domenica 23 luglio 2006

di Doriana Goracci

Sono andata a Genova nel luglio del 2001, tornai e scrissi un diario di quelle giornate, lo mandai ad Indymedia e l’ho trovato intatto dopo 5 anni, ho ritenuto, come poco più di altri cento, di tirarlo fuori dal cassetto eD inviarlo al comitato Verità e Giustizia ( www.veritagiustizia.it ) per un concorso aperto a testimonianze scritte in forma di prosa e poesia. Non si vinceva niente a questo concorso, si dava un contributo all’assistenza legale per i crimini commessi dal potere e dalla polizia contro i manifestanti di allora.

Il mio racconto "Giorni di ferie" è entrato in finale ed è stato pubblicato sul libro appena uscito "Genova, luglio 2001: io non dimentico". Sono dunque ,come nel 2001, andata e tornata da Genova.

Intorno alle 18, sotto un grande tendone vicino al porto si è aperto un dibattito organizzato da Reti Invisibili ( www.reti-invisibili.net ) per fare il punto su quella notte cilena alla Diaz,a Bolzaneto per non dimenticare, anche se Violante non è del parere di fare una Commissione d’inchiesta, smentendo sè stesso.

E qui mi si apre uno scenario insolito, alla tavola sul palco una strana presenza quasi totalmente al femminile, donne certamente non giovanissime, oltre Heidi.

Sono madri o parenti di ragazzi ammazzati " per caso" o poco a poco che si tenta di farlo.

Carlo Giuliani, Dax, Federico Aldrovandi,Piero Bruno, Rumesh, gli antifascisti di Torino 17 luglio 2005, gli antifascisti di Milano 11 marzo 2005 ad arresti domiciliari , in pochi conoscevamo la durezza inaudita di essi pari alle sentenze spropositate.

Mi sono guardata intorno e tranne i visi amici che incontro sempre e Checchino Antonini, pronto a scrivere e registrare, non vedo nessuno "che conti", nessuno di quelli noti che hanno rappresentato la disobbedienza, il movimento, l’opposizione di ieri, la maggioranza di oggi.

C’è in compenso una grande voglia di dire, la propria storia e la propria rabbia, gli interventi si susseguono.

In una Genova affogata nel caldo umido ed intollerabile si va alla fiaccolata notturna davanti alla Diaz.Saremo stati poco più di cento.

Presenze che non fanno titoli, pochi genovesi alle finestre non andati in vacanza ,la città questa volta non è blindata, è semplicemente indifferente.

Ho conosciuto in quelle ore Roberto e Daniela di Torino, sono all’incirca come me degli anni’50, mi segnalano la storia di Sole e Baleno, il libro di Tobia Imparato "Le scarpe dei suicidi", ho conosciuto Norma che a Genova si ostina a fare un’ora di silenzio in piazza da anni, ho ritrovato Paola Manduca con la sua forza di Donna del Mediterraneo in Marcia continua,uomini molto giovani venuti da Palermo e da Como, da Verona e Napoli, ho ritrovato di notte i pendolari di ogni età e provenienza, c’è chi offriva una birra al chiosco della stazione Principe e chi un sorriso disfatto e una valigia pronta ad andare in vacanza.

Sabato c’è stata una grande assemblea partecipata stavolta con nomi che contano, su come ripartire. Non ho ancora avuto tempo e forse voglia di leggere, di sapere cosa "si sono detti", sono rientrata a Capranica da dove ero partita, con la notizia che la Rai Way, ricorsa al Tar, potrà legittimamente piantare i suoi 180 metri di traliccio, che un F16 in volo sul viterbese-nonsodovediretto, aveva provocato un boato sentito fino ad Orvieto, ho potuto salutare ieri la mia amica Amina che torna dopo 3 anni in Marocco a far conoscere suo figlio e il marito Riad , siriano che ha deciso di chiedere la cittadinanza italiana e in Siria non c’è più tornato, ho visto ieri sera in piazza del Palazzaccio la Locandiera della compagnia teatrale San Leonardo, con noi tutti stregati a seguire le storie veneziane di una nobiltà finita e una borghesia nascente.

Tutti per strada a mangiare gelati, a bere vino, a vivere...Siamo tornati a parlare di Viterbo, ieri alla sua prima notte bianca, di come eravamo e dove andremo, magari domani, oggi domenica 23 luglio,senza andare troppo lontano per scaramanzia.

Anche qui, in provincia, il sabato notte con questo caldo si tira a far tardi.

E poi oggi,domenica di luglio mi chiedo se ce la faccio ad andare a Roma nei prossimi giorni a sostenere chi voterà No al Senato, a manifestare contro Olmert a Roma, mi chiedo se tutto questo ha un senso dove pochi conoscono e tanti sono al buio, ancora tutti immersi in una notte dove non emerge che il volto della violenza e del potere, dell’appartenenza e della mafia, della censura e dell’informazione venduta, della negazione della libertà e democrazia, dove si delega e ti penti amaramente di aver delegato, dove ci si oppone al fascismo e ti ritrovi magari in carcere o agli arresti domiciliari per concorso morale, dove come un’icona anacronistica ti ritrovi a balbettare "basta- sono contro la guerra-pace", dove progetti a settembre di vendemmiare, magari con i piedi, acini riarsi dal sole, che il raccolto
di questi anni si è fatto aceto...

Non ho trovato nessun buon motivo, nessuna parola o frase per dire che è giusta la guerra, è rimandabile e da rifinanziare una missione, va sostenuta questa sinistra, non si può riconsegnarla alla destra, parole parole... disfatta e/o disfattista, come cinque anni fa sono con chi non ha voce, con chi ha e non ha il coraggio di essere in strada, pronta anche a dire tutta l’amarezza e la rabbia per queste vergognose giornate di luglio , come quelle di cinque anni fa e mi viene solo di salutare con dolcezza quella madre di uno dei ragazzi agli arresti domiciliari dell’11 marzo a Milano che domanda:" cosa ci sta succedendo?".

La raffica delle enormi drammatiche notizie ci attacca ogni giorno e ognuno se la vive come può, ma la resistenza in questo paese, dove l’opportunismo politico ha indossato tutte le gamme del rosso, è sfidata ad andare avanti e tornare indietro non solo nella memoria ma cercando di sapere quanto in maniera sempre più dura e predeterminata ci viene nascosto e negato: per renderci invisibili-muti-indifferenti-prudenti.Fermi.

Vogliamo vedere-sentire-parlare, uscire dalla notte della dimenticanza, una notte che si preannuncia molto calda e altrimenti senza fine.

Messaggi

  • Avrei voluto esserci anch’io a Genova cinque anni dopo: Avrei voluto esserci
    per abbracciare Heidi e per respirare aria pura, lontana dagli ambienti
    della politica istituzionale, le cui logiche mi sono ormai incomprensibili.
    Anch’io ho partecipato al concorso al quale non si vinceva niente se non la
    possibilità di condividere un ricordo con altri, di mantenere vivo il
    ricordo di quei giorni che molti vorrebbero cancellare.Avrei voluto essere
    anch’io fra quelle donne non più giovanissime per abbracciarle, soprattutto
    avrei voluto esserci per abbracciare Heidi.
    Non so se il mio "racconto" al quale, peraltro, non ho nemmeno dato un
    titolo sia entrato in finale e sia stato pubblicato, forse si, forse no, ma
    poco importa, per me è stato importante scriverlo, il concorso organizzato
    dal Comitato Verità e Giustizia per Genova è stato il pretesto per tirare
    fuori quello che mi portavo dentro da cinque anni.
    Vorrei condividerlo con voi

    GENOVA LUGLIO 2001, IO NON DIMENTICO
    (Sezione Racconti. Autore Adriana De Mitri)

    Genova 2001, io non dimentico, non si può dimenticare, nemmeno volendo, se
    si ha un minimo di coscienza, un minimo di consapevolezza, se si ha quel
    pizzico di empatia che ci impedisce di pensare ai fatti nostri e ci fa
    sentire parte del tutto.
    Non si può dimenticare.

    Son passati cinque anni e sembra ieri, sembra ieri…”Sai mamma vado a Genova
    con i miei amici, ci vediamo su a Bologna e poi andiamo insieme…”
    Così mi dice Paola, 23 anni, disposta a interrompere le vacanze nel suo
    Salento, per esserci, per poterlo raccontare…e che posso risponderle… “va
    bene”.

    Sono fiera di lei, ormai vicina alla laurea, sta attraversando una fase che
    mi inorgoglisce, la fase dell’impegno, della contestazione, della presa di
    coscienza.
    “Sai mamma, io vado a Genova” …me lo dice sommessamente, temendo un rifiuto
    che sa che non può arrivare.

    E’ giusto che abbia voglia di andarci. E’ normale per me preoccuparmi, ma
    non posso opporle un rifiuto, non posso e, soprattutto, non voglio.
    Piuttosto vorrei andarci anch’io, ma ho una bambina di 79 anni a cui badare,
    mentre la mia bambina, quella vera, ormai può volare da sola.

    Ha voglia di esserci, Paola, ed è giusto che ci sia.
    Per protestare contro un mondo che dimentica gli ultimi, un mondo che ha
    perso di vista i veri ideali, un mondo che persegue macabramente le logiche
    perverse del profitto.

    Ha voglia di esserci, Paola, ed è giusto che ci sia.
    La lascio andare non senza preoccupazione. La seguo da lontano, come ho
    fatto ogni volta che, bambina, mi ha chiesto di poter andare in bici. Da
    sola. A giocare a tennis. Da sola. Di fare finalmente “qualcosa”. Da sola.
    Per guadagnare una tappa nella sua crescita, un evento che la rendesse
    orgogliosa di aver fatto un altro passo avanti.

    E’ il 19 di luglio. È la Festa dei Popoli. Paola mi chiama raggiante e mi
    dice che è bellissimo che è un trionfo di colori e di allegria, “mamma qui
    è bellissimo, stai tranquilla, va tutto bene”…

    Va tutto bene, ma io non sono proprio tranquilla, in verità c’è qualcosa che
    mi preoccupa. Sono preoccupata per la macabra danza di morte che ho visto in
    tv: Black bloc che danzano la loro marcia di morte. Ce l’hanno scritto in
    faccia chi sono e cosa rappresentano, ma, chissà perché, arrivano
    indisturbati e nessuno se ne preoccupa.

    È il 20 luglio, Paola, mi dice che è tutto tranquillo.”Lanceremo palloncini
    colorati oltre la zona rossa…”
    E io seguo tutto spasmodicamente in televisione, soprattutto sulla Sette, l
    ’unica tv che dà la diretta. Vedo cose che non mi piacciono, vedo le Forze
    dell’Ordine , la cui imponente presenza mi aveva addirittura rassicurata,
    che stranamente cominciano a lanciare fumogeni e lacrimogeni contro i
    manifestanti, davanti a una Giovanna Botteri meravigliata e spaesata che li
    segue dicendo “ ma scusate, perché…. che cosa state facendo”.

    C’è qualcosa che non va, qualcosa che non torna.
    Forze dell’Ordine che non fanno il servizio d’ordine e che, invece di
    proteggere, cominciano a caricare i pacifisti. Vedo scene di una violenza
    inaudita, riportate in tv senza alcun commento, come se fosse normale
    inseguire una ragazza che scappa impaurita, fosse normale picchiarla
    violentemente dietro la nuca lasciandola tramortita, o morta, per terra…
    poteva essere mia figlia, …inaudito, tutto ciò che vedo in tv è
    sconvolgente, a quel punto ho paura. Per tutti quei ragazzi, per mia figlia
    che non riesco più a sentire. Poi verso le quindici o le sedici, non
    ricordo, arriva una notizia: “è morta una ragazza, non abbiamo dati
    precisi, ma sappiamo che è morta una ragazza”.

    Sono sconvolta, non so cosa fare, chiamo Paola al cellulare, ma non
    risponde.
    Mi sento soffocare dal terrore. Poi, dalla tv una voce “Non si tratta di una
    ragazza, è morto un ragazzo”… è morto un ragazzo, mi sento sollevata…
    improvvisamente mi vergogno del mio sollievo. Mi vergogno del mio sollievo
    ancora oggi.

    Non potrò mai dimenticare Carlo che aveva 23 anni, esattamente come mia
    figlia Paola.

    Non potrò mai dimenticare quella violenza sconsiderata, che non trova
    ragioni se non nella volontà di criminalizzare un intero movimento e il
    legittimo e non violento dissenso da questi espresso.
    Doveva passare un messaggio chiaro e forte, un messaggio volto a scoraggiare
    ogni forma di protesta e, soprattutto, c’era la volontà precisa di dare una
    visione distorta della realtà.
    Ma qualcosa, per fortuna, non ha funzionato.

    I malvagi, voglio chiamarli banalmente così, non hanno fatto i conti con le
    migliaia di telecamere presenti a Genova, con i cento, mille e mille occhi
    elettronici che hanno filmato la verità e hanno impedito che si costruissero
    infami menzogne, hanno impedito che si creassero i presupposti per
    giustificare repressioni violente di qualsiasi forma di protesta civile, che
    si arrivasse a stigmatizzare come terrorismo qualsiasi forma di protesta
    civile.

    Genova luglio 2001, sono passati cinque anni, ma il ricordo è vivo dentro
    di me.
    E non solo il ricordo. Genova mi ha cambiato la vita, ha cambiato la vita di
    mia figlia, che da Genova è tornata senza un graffio, ma con ferite
    profonde.

    Genova mi ha fatto capire che non smetterò mai di indignarmi, dovessi
    campare cent’anni non arriverò mai al punto di farmi saggiamente i fatti
    miei.
    Mi porto dentro quella vergogna, la vergogna di aver provato un sentimento
    del quale non si può andar fieri. Il sollievo dettato dalla consapevolezza
    che non toccava a me soffrire, ma a qualcun altro.

    E’ proprio su questo che dovremmo lavorare, dovremmo imparare a soffrire
    anche quando il dolore non ci appartiene. Soffrire, indignarci anche per
    qualcosa che non ci riguarda da vicino.
    Si chiama empatia, il più bello dei sentimenti, quello che potrebbe salvare
    il mondo.
    Ormai raro in un mondo in cui, come cantava De Andrè, il dolore degli altri
    vale sempre a metà.

    A Carlo Giuliani, ad Heidi Giuliani, ai ragazzi di Bolzaneto, a tutti quelli
    che erano a Genova. A Paola.

    Adriana De Mitri

  • Genova 2001. Genova 2006. Ricordi resistenti. (Francesco Lauria)

    Ricordo bene quel luglio 2001.

    Avevo da poco terminato la sessione estiva degli esami universitari a Gorizia, iniziato il lavoro estivo di fabbrica più duro lavoro della mia vita (in una industria metalmeccanica - filiale parmense di una multinazionale - particolarmente poco riguardosa nei confronti degli operai), occupato il primo week end libero per incontrare la mia ragazza sulle dolomiti bellunesi.

    Alle spalle un anno veramente intenso, di lotta.

    Gorizia cominciava ad essere un crocevia massiccio di migranti diretti per lo più nel centro europa, il Centro di accoglienza S. Giuseppe era stato appena aperto, scongiurando l’apertura (c’era ancora un agonizzante governo di centro-sinistra) di un Centro di Permanenza Temporanea. Come universitari, avevamo promosso il Forum Permanente per i Diritti dei Migranti.

    Vivevamo la pluralità di allora del movimento, dagli scouts ai giovani comunisti, dalle tute bianche ai sacerdoti progressisti, agli ambientalisti e così via, molti (non tutti) erano senza partito, ma ricchi di speranza.

    Tornare a Parma era stato un po’ strano, non c’era un confine esterno da abbattere, ma uno spazio da riabitare, una città che mi stava diventando abbastanza aliena.

    Poi il lavoro, la scoperta di un ambiente difficile, i turni di notte, il caffè con il termos che mi preparava mia madre.

    E la consapevolezza che essere operaio per un mese o poco più non è come esserlo per tutta la vita.

    Non ricordo come, ma avevo avuto il martedì libero, ero stato nella Genova dei dibattiti e del sole, quella di Manu Chau e della Marcia dei Migranti, dell’attesa.

    Venerdì sera avevo terminato il turno a mezzanotte.

    Accesi subito l’autoradio della mia Punto Verde.

    Si parlava di un ragazzo morto. Prima si era diffusa la notizia che fosse spagnolo, poi un nome venne fuori, era quello di Carlo Giuliani.

    In quelle stesse ore la CGIL e la Sinistra Giovanile, VIGLIACCAMENTE, facevano rientrare o annullavano tutti i pullmann in partenza per Genova.

    Alle cinque del mattino del sabato ero alla Stazione Ferroviaria di Parma, punto di raccordo dei due pullmann rimasti: l’incontro con gli amici del liceo, della Rete Lilliput, dell’ARCI, di Rifondazione Comunista, della Comunità di Vicomero.

    Ci scortarono, in un’atmosfera surreale e per gran parte del tragitto autostradale, due macchine della polizia.

    Il grande corteo, colorato, immenso fu quasi una liberazione.

    Ma era solo un illusorio inizio.

    Ricordo una chiesa bellissima, sul mare, con gli striscioni della Campagna per la rimozione del Debito dei Paesi Poveri, ricordo la gioia di sentirmi parte di quello striscione e per un attimo il pensiero corse all’anno prima, alla notte emozionante di Tor Vergata, agli occhi di Antonella.

    Poi i primi black blocks, gli elicotteri, la polizia, il fuoco, i lacrimogeni, le cariche, il sangue.

    Ricordo il sentirsi mancare il respiro, la paura e la rabbia, il disorientamento e la consapevolezza che colpire dagli elicotteri con i lacrimogeni spezzoni di corteo con le mani alzate non poteva essere solo un errore.

    Ricordo una bandiera della CISL di Vicenza, altro che estremisti!

    Chi l’avrebbe detto che cinque anni dopo avrei lavorato con loro...

    Soprattutto ricordo che a ventidue anni compiuti da ventiquattore sognavo e lottavo nel movimento, per un mondo diverso e possibile, contro il pensiero unico, contro l’arroganza del potere.

    Quel movimento oggi non c’è più.

    Credo che in tanti, come me, oggi si sentano più soli.

    Anelli di una catena spezzata di fronte ad una postdemocrazia che dispensa illusioni e delusioni, che ci ribadisce l’assuefazione interessata alla guerra.

    Frammenti di una speranza di cambiamento che per vivere ha bisogno dei nostri cuori, delle nostra braccia e della nostra ansia di condivisione e resistenza creativa.

    Francesco Lauria,
    cinque anni dopo.
    http://larete.ilcannocchiale.it

  • Cara
    essendo anch’io in ...rete, e come vedi ho ricevuto la tua mail. Scusa il Tu
    ma oltre che fratello, mi sento veramente Cittadino Universale. Scusa la mia
    intromissione. Mi hanno commosso le tue parole "Genova è per me più di
    un’emozione, sono partita da lì: ho visto in quei giorni, ho sentito, ho
    aperto gli occhi, ho seguito mia figlia allora sedicenne"...Avrei anch’io
    voluto conoscere sia te che Ettore...Venerdì arrivai verso le 17 e fui
    costretto a ritirarmi alle 19...
    Quasi "sequestrato"da amici per la solita pioggia di cento informazioni, non
    ebbi modo di indagare sui presenti. Ho 66 anni, sono un prete sposato, ma
    grazie ai Giovani riesco a mantenermi abbastanza ...giovane.
    Sono del Social Foro della Valpolcevera, ed in particolare mi occupo del
    Comitato per la Pace"Rachel Corrie"-Valpolcevera (GE-Bolzaneto) attraverso
    cui cerchiamo di raggiungere la nostra gente per contribuire a mantener vivo
    l’iteresse sulle problematiche relative alla Pace ed alla Giustizia sociale,
    anche mettendo in rete Associazioni ed Intituzioni nelle nostre Valli...
    Spero che la Genova di oggi non ti abbia delusa. Genova è una città di
    periferia ricca di Associazioni culturali, ricreative, sportive, circoli
    ARCI, Soc. operaie cattoliche, scouts, azione cattolica... ma povera di
    quelle impegnate nel sociale...e queste difficilmente aggregabili ad altre!
    Genova 2001operò un miracolo di aggregazione, qualcosa che io sognavo da
    anni! Un’aggregazione rispettosa delle differenze storiche e culturali. A
    distanza di vari anni, mantenere vivo quello spirito unitario e molteplice
    costa molto. Per questo anche noi che abbiamo vissuto quell’esperienza ,
    siamo alla ricerca continua di altre esperienze, le quali a loro volta ci
    rianimano e ricaricano e soprattutto ci fanno sentire parte, anche se
    piccola ed insignificante, di un TUTTO molto più grande, che sogna il nostro
    stesso sogno di un Mondo più Umano.
    Peccato che tu non sia rimasta all’assemblea di sabato mattina! Mi è
    sembrato che stesse rinascendo un po’ di quello spirito unitario di Genova
    2001! Ti incollo in calce alcune note.
    Con amicizia
    Gianni


    Genova. Nell’ultimo giorno delle manifestazioni a cinque anni dal G8 di
    Genova, il movimento noglobal lancia la sua ultima sfida: una campagna
    nazionale in autunno per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan con un
    appello firmato da oltre 250 intellettuali, politici, attivisti e
    sindacalisti di livello nazionale. Tra gli attivisti, anche il deputato di
    Rifondazione Paolo Cacciari, che alla Camera ha abbandonato il suo
    tesserino in segno di protesta contro il voto dell’Unione sul
    proseguimento delle operazioni italiane in Afghanistan annunciando le sue
    dimissioni.
    Cacciari. «Le mie dimissioni sono un affare della Camera; se vengono
    rifiutate vedremo - ha detto il "dissidente" -. Mi pare che il
    provvedimento fosse inadeguato soprattutto dopo le vicende del Libano non
    tanto per il merito (il numero dei proiettili o delle fregate) quanto per
    il messaggio e la percezione che il parlamento stava dando al paese intero
    con un voto bipartisan. Come se l’unica via per la stabilizzazione e la
    pacificazione del mondo potessero essere le missioni militari».
    L’appello. «Vogliamo costruire un percorso che faccia uscire l’Italia da
    qualunque presenza militare in Afghanistan, dall’economia di guerra, dalla
    politica intesa come partecipazione ad alleanze militari - si legge nel
    documento - proponiamo una prima assemblea a settembre per aprire un
    autunno di lotta contro la guerra e organizzare iniziative in ogni città e
    una grande manifestazione nazionale in grado di coinvolgere tutto il
    movimento pacifista». Ma, se l’obiettivo è che «tra sei mesi l’Italia voti
    il ritiro dall’Afghanistan e dal Kossovo», come ha detto il parlamentare
    europeo Vittorio Agnoletto, il «come»è fonte di varie discussioni. C’è chi
    come Marco Bersani (Attac) invita «a parlare anche di Medio Oriente per
    lanciare una mobilitazione, far tacere le armi ma soprattutto lanciare una
    battaglia drastica per la riduzione delle spese militari». Chi come
    Raffaele Salinari (Terre des Hommes) caldeggia «il ripristino del concetto
    di diritto internazionale invece dell’umanitarismo». E Gianni Rinaldini
    (Fiom): «La nostra posizione rimane quella pacifista». C’è poi l’ala
    radicale del Prc, con il senatore Fabio Turigliatto: «Vedremo se verrà
    posta la fiducia, ma se il decreto verrà votato bipartisan passerà
    largamente. Nessuno di noi vuole la crisi. Chiediamo ci sia una via
    affinché la nostra posizione sia rappresentata e perciò ripresenteremo gli
    emendamenti perché continui la discussione».
    Gio. M.


    http://notizie.alice.it:80/notizie/...

    M.O./ AGNOLETTO: QUELLA DI ISRAELE E’ UN’AGGRESSIONE MILITARE
    No global chiedono anche ritiro da Afghanistan entro sei mesi
    22-07-2006 14:16
    Articoli a tema | Tutte le news di Politica

    Genova, 22 lug. (Apcom) - "Quella di Israele non è soltanto una ’reazione
    spropositata’ come qualcuno ha detto. E’ un’aggressione militare contraria
    a qualsiasi trattato internazionale". È quanto sostiene Vittorio
    Agnoletto, europarlamentare e leader del Genoa Social Forum, il movimento
    no global nato nel capoluogo ligure in occasione del G8 del 2001.

    Agnoletto, che ha partecipato questa mattina ad un incontro di pacifisti
    tenutosi a Genova, a cinque anni esatti dal G8, chiede inoltre il ritiro
    delle truppe italiane dall’Afghanistan "entro i prossimi sei mesi". La sua
    posizione è condivisa dal senatore di Rifondazione comunista, Claudio
    Grassi, anche lui presente al meeting genovese, che ha parlato di
    "tragedia del popolo palestinese, schiacciato dalla prepotenza di Israele
    e dal silenzio del mondo". Quanto all’Afghanistan, Grassi ritiene che sia
    stata utile "l’opposizione di un drappello di deputati (che hanno votato
    no al disegno di legge sul rifinanziamento delle missioni militari, ndr)".
    "Sarebbe bello - dice Agnoletto - se a settembre tutti i pacifisti
    d’Italia si incontrassero a Firenze per ridare slancio al nostro movimento
    e chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan".

    In un volantino distribuito al pubblico, i promotori dell’incontro
    genovese di questa mattina esprimono comprensione per la "situazione di
    grande difficoltà nella quale si trovano i parlamentari pacifisti". "In
    questi giorni - si legge nel volantino - molte voci chiedono di non
    mettere a rischio la tenuta del nuovo governo, e di subordinare a ciò il
    ritiro delle truppe dall’Afghanistan". Ma i no global sono anche convinti
    che le scelte del governo si stiano allontanando dal sentire della gente.
    "Siamo certi che, se potesse pronunciarsi, gran parte del popolo
    dell’Unione e no solo la ’sinistra radicale’ sceglierebbe ambedue gli
    obiettivi: la tenuta del governo e l’uscita dell’Italia dalla guerra
    afgana".

    A proposito di scelte del governo, Agnoletto giudica "inaccettabile" la
    nomina dell’ex ministro di Forza Italia, Claudio Scajola, a capo della
    vigilanza dei Servizi segreti.

  • Inoltro questo appello

    Cari amici,
    sono passati cinque anni dai fatti del G8 di Genova: durante le manifestazioni del 20
    luglio 2001 Carlo Giuliani, 23 anni, viene ucciso da un carabiniere. Il giorno dopo un
    corteo di 300 mila persone è caricato in più punti dalla polizia. La sera stessa, le
    forze dell\’ordine irrompono nella scuola Diaz massacrando e arrestando tutti i 93
    occupanti. Nel programma elettorale dell\’Unione c\’è scritto, nero su bianco,
    l\’impegno di istituire una commissione parlamentare d\’inchiesta per fare luce su quanto
    è accaduto e attribuire le giuste responsabilità.

    Vi chiediamo di scrivere ai presidenti dei gruppi parlamentari della maggioranza per
    chiedere loro di rispettare la promessa che hanno fatto in campagna elettorale. Di
    seguito, la lettera che abbiamo preparato. Firmatela e inviatela agli indirizzi in calce.
    Se qualche parlamentare dovesse rispondervi, vi preghiamo di inoltrarci il messaggio.


    Gentile onorevole,

    l\’Unione si è impegnata con gli elettori ad istituire, in caso di vittoria, una
    commissione
    parlamentare d\’inchiesta sui fatti avvenuti a Genova durante il G8 del 2001. E\’ un
    impegno importante, perché a Genova, come ampiamente dimostrato, furono sospese le
    garanzie costituzionali: le vite di migliaia di persone sono ancora segnate dallo choc
    subito in quei giorni.
    Le ferite morali sono ancora tutte aperte.

    La passata maggioranza si è ostinatamente rifiutata di accertare tutte le
    responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto, così abbiamo perso cinque
    anni. Ora è arrivato il momento di agire senza alcun indugio. Le incertezze che ancora
    sembrano esistere all\’interno
    della nuova maggioranza paiono del tutto incomprensibili. I fatti di Genova hanno causato
    una pericolosa frattura fra la cittadinanza e le forze dell\’ordine. E\’ necessario che
    il parlamento costituisca al più presto la commissione d\’inchiesta, che avrà anche il
    compito, attraverso un\’indagine limpida e approfondita, di
    restituire alle forze di sicurezza la credibilità perduta nelle strade, nelle scuole,
    nelle caserme di Genova.

    Per questo le chiediamo di fare tutto quanto è in suo potere per accelerare l\’iter
    parlamentare del progetto di legge riguardante la commissione d\’inchiesta. Abbiamo
    atteso cinque anni, ci pare abbastanza.

    Data e firma con nome e cognome

    Gli indirizzi dei Presidenti dei gruppi parlamentari della maggioranza:

    Alla Camera dei deputati:
    - Partito dei Comunisti italiani SGOBIO_C@CAMERA.IT
    - Italia dei Valori DONADI_M@camera.it
    - L\’Ulivo FRANCESCHINI_D@CAMERA.IT
    - Rosa nel pugno VILLETTI_R@camera.it
    - Popolari - Udeur FABRIS_M@camera.it - Partito della Rifondazione comunista
    MIGLIORE_G@camera.it
    - Verdi BONELLI_A@camera.it
    - Gruppo Misto BRUGGER_S@camera.it

    Al Senato - Insieme con L\’Unione, Verdi e Comunisti italiani palermi_m@posta.senato.it -
    L\’Ulivo finocchiaro_a@posta.senato.it
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  • liberazione
    L’assemblea del popolo arcobaleno chiude le giornate per ricordare il
    luglio 2001: campagna d’autunno contro la guerra
    Genova chiama Kabul, riparte
    da qui il cammino dei pacifisti
    Checchino Antonini
    Genova nostro inviato
    Nessuno qui a Genova, nega l’importanza del ritiro dall’Iraq. Ma quel
    risultato non muta lo scenario: «L’unica riduzione del danno è la fine
    della guerra», dice il rossoverde Antonio Bruno, leggendo un appello che
    rilancia la piattaforma dei forum sociali di Bamako, Caracas e Atene, alla
    fine dell’assemblea titolata Ripartire da Genova per il ritiro
    dall’Afghanistan. Tradotta in italiano, quella piattaforma chiama a una
    grande assemblea unitaria, a settembre, per scovare un percorso che porti a
    staccare, entro la fine dell’anno, il biglietto di ritorno per i “nostri”
    ragazzi a Kabul. Prossima fermata, quella dell’assemblea nazionale,
    potrebbe essere Firenze, la città da cui partì l’appello alla mobilitazione
    del 15 febbraio 2003 in cui si manifestò quella che il New York Times volle
    definire la seconda potenza mondiale. Poi, non appena sia stato recuperato
    lo slogan originario del movimento - contro la guerra militare, sociale ed
    economica - ci sarà da tornare nei territori magari in forma di carovana
    come suggerisce Alfio Nicotra, responsabile Pace di Rifondazione.

    L’autunno potrebbe essere definitivamente iniziato ieri a Genova dopo due
    settimane scandite da altre importanti mobilitazioni, quella contro la
    precarietà dell’8 luglio, al Brancaccio di Roma, e l’altra contro la
    guerra, di sette giorni fa, autoconvocata ancora a Roma intorno ai
    parlamentari “ribelli”. Momenti distinti che comunque si sono parlati. Non
    fosse perché il drappello di senatori e deputati che formano il fronte del
    no ha almeno il merito di aver imposto all’ordine del giorno il tema della
    madre di tutte le missioni. Ieri mattina, il dibattito su pace e guerra s’è
    ulteriormente “smilitarizzato”, questione piuttosto a cuore ai promotori, e
    ha messo a fuoco il tema dell’autonomia dei movimenti visto che, per usare
    le parole introduttive di Marco Bersani, portavoce di Attac, s’è creduto,
    in questi giorni, di parlare di guerra. «E invece abbiamo solo parlato di
    governo. Mica esiste un governo amico ma non è indifferente se introduce o
    meno elementi di discontinuità».

    L’autonomia, tuttavia, è un tema che è stato declinato con diverse
    tonalità. A chi, come Paolo Cacciari (il deputato Prc che ha trovato
    «insopportabile votare il ddl sulle missioni»), spiegava che non vuol dire
    separatezza e ipotizzava modalità di consultazione e interlocuzione
    trasparenti e permanenti, si contrapponeva quasi il pattiano Nicolosi per
    il quale autonomia non è indifferenza alle sorti del governo. Contando
    quanti, in sala, fossero “istituzionali”, il milanese Muhlbauer,
    consigliere lombardo del Prc, ha voluto richiamare il dato che la sua, e
    l’elezione di altri esponenti di movimento, è frutto di una storia che ha
    visto l’irrompere di nuovi soggetti sulla scena politica fino ad arrivare
    nelle istituzioni. Il trucco sta nel capire che sono i meccanismi di delega
    a mangiarsi lo spazio pubblico dei movimenti. Lo ha spiegato Anna Pizzo
    giornalista di Carta e consigliera alla regione Lazio, durante una
    discussione che ha alternato momenti di analisi a formulazione di proposte,
    evocando più volte lo “spirito di Genova” mentre una “vecchia, nuova
    guerra” si riaffaccia prepotente sulla scena.

    Avverte Raffaele K. Salinari, presidente di Terres des Hommes, che dietro
    l’angolo, in Medio Oriente, c’è la logica che si affermò ai tempi del
    Kosovo. Anche allora l’escamotage dei corridoi umanitari da aprire portò
    alla sospensione del diritto internazionale. Raffaella Bolini, dell’Arci,
    denuncia un ritardo di analisi - sul rapporto con la politica e sulle
    alternative alle missioni militari - che fa sì che l’unica cosa da dire
    insieme sia “yankee go home”. Un po’ poco per la responsabile
    internazionale dell’Arci più attenta di altri a considerare la complessità
    del fronte pacifista e a scommettere sui risultati che potrebbero arrivare
    dal governo. Ma anche lei è cosciente che il 61% della popolazione
    italiana, tanti quanti si sono dichiarati per la fine delle missioni
    militari in un recentissimo sondaggio di Mannheimer, non ha adeguata
    rappresentanza politica nel nuovo parlamento. «Il governo resterà in piedi
    solo se non continua la guerra», le ribatte Norma Bertulacelli, pacifista
    storica genovese. Lo stesso Bersani, nell’introduzione, aveva detto che la
    discontinuità reclamata serve a consolidare la vittoria del 9 aprile e che
    assemblee come questa «fanno bene all’Unione». Norma, però, va oltre e
    chiede, inascoltata, uno sciopero generale anziché una sfilata. Le somiglia
    un po’ Luca Iori, giovane comunista del Buridda genovese, quando chiede che
    tornino a essere messi in gioco i corpi, per assediare le basi e le
    industrie belliche, come fu per il train-stopping, Anche tra i promotori,
    insomma, le differenze non sono dettagli ma hanno il merito di aver
    attirato a Genova anche chi non ha aderito all’appello dei promotori. Il
    cobas Pino Giampietro, lontano dall’assemblea, ricorda che la battaglia
    parlamentare non è ancora finita e che mentre il senato discuterà, loro
    saranno lì sotto. Restano assenti pezzi non secondari di quello che fu
    “Fermiamo la guerra”, il tavolo che costruì il 15 febbraio. Non si vedono,
    a “destra”, cislini e scout, e, a sinistra, settori antimperialisti e
    disobbedienti. Ma chi alla fine arriva al teatro della Foce si sentirà «a
    casa». Come il milanese Piero Maestri, della rivista Pace & Guerre e
    consigliere provinciale Prc. Quello che andrebbe indagato, segnala,
    dovrebbe essere il “sistema guerra” e le trasformazioni che ha imposto alla
    politica. Un esempio del degrado, indotto dalla logica di guerra, viene
    riferito da Luiz Del Rojo, deputato Prc. Ha a che fare con Genova e con le
    dimissioni di Malabarba per far posto ad Haidi Giuliani. Quando l’ex
    operaio Fiat lo ha annunciato ai suoi colleghi, dai banchi delle destre si
    inneggiava ai carabinieri, quelli che uccisero Carlo nel loro illegittimo
    attacco a un corteo autorizzato.

    Da Alfonso Navarra, “disarmista” e compagno di strada di Zanotelli, allo
    scienziato Angelo Baracca, da Legambiente fino a Sabina Siniscalchi,
    economista del giro di Banca Etica ed eletta deputata nel Prc (ha votato sì
    ma non crede che sia finita qui), sono molti a tentare di ampliare l’ambito
    della mobilitazione ai temi del riarmo nucleare, del commercio delle armi,
    anche di quelle leggere, alle questioni della riconversione delle industrie
    belliche, delle politiche energetiche e dello smantellamento delle basi
    Nato che andrebbe rinegoziata e - perché no? - superata. Riprendendo un
    input prezioso del leader Fiom, Rinaldini (intervistato in questa stessa
    pagina), Claudio Grassi, senatore “ribelle” del Prc e coordinatore
    dell’area Essere comunisti, avverte che non è certo il «momento degli
    steccati». Si dovrà ripartire dal «silenzio del mondo sulla questione
    palestinese» e rivendica le «luci rosse» accese nelle istituzioni per
    scongiurare il voto bipartisan su un’intesa «insufficiente e che non andava
    votata senza far pesare certe ragioni». Le ragioni del 61%. «Cinque anni
    dopo il movimento è in crisi, ci sono le organizzazioni ma manca una casa
    comune», segnala Nando Simeone, vicepresidente, per il Prc, del consiglio
    provinciale di Roma. «Nelle fabbriche massacrate - ammette Franco
    Turigliatto, altro senatore “dissenziente” - registro la preoccupazione dei
    lavoratori per un’eventuale crisi di governo ma credo che contro la guerra
    si possa ottenere la stessa unità che è stata registrata sulla precarietà.
    La pace è un elemento costituente».

    Suggerendo che sia Firenze ad ospitare la prossima tappa, Vittorio
    Agnoletto lancia una suggestione forte per l’autunno: «E se fra sei mesi si
    tornasse a discutere di Afghanistan con un centinaio di parlamentari che
    presentano un documento sintonizzato sul movimento?». Sue le conclusioni
    dell’evento che chiude le giornate genovesi dedicate al passato e al
    futuro. Quando sente D’Alema parlare di eccesso di difesa a proposito degli
    abusi israeliani su Palestina e Libano, l’ex portavoce del Gsf non può fare
    a meno di ricordare che furono le stesse parole utilizzate per giustificare
    le scorribande poliziesche del G8. La guerra ha anche un fronte interno
    come i nomi di Scajola e Bianco (ministri di polizia di Genova e Napoli),
    ancora in posti chiave, stanno lì a ricordare. Minacciosamente.


    il manifesto

    «A dicembre via dall’Afghanistan»
    Alla vigilia del voto al senato, a Genova una vasta fetta del movimento no
    war lancia una mobilitazione per settembre e tenta di riallacciare un
    dialogo tra «governisti» e «pacifisti»
    Angelo Mastrandrea
    Inviato a Genova
    Hai voglia a parlare di autonomia del movimento rispetto al governo, ma
    quando in un’assemblea pacifista a intervenire per buona parte sono
    esponenti istituzionali capisci che il problema è tutto lì ed è inutile
    girarci attorno. La galassia pacifista si è in parte fatta governo,
    Rifondazione comunista nel ruolo del leone, e il nodo da sciogliere è come
    conciliare tutto questo con le posizioni intransigenti del movimento. E
    come ottenere una svolta significativa nella politica estera senza
    rischiare di far cadere il «governo amico». Dunque, no alla missione in
    Afghanistan «senza se e senza ma» o «senza se con qualche ma»? Lunedì si
    vota al Senato e ieri a Genova una vasta fetta del movimento ha tentato di
    prendere il toro per le corna e riallacciare un dialogo tra «governisti» e
    «movimentisti» che finora ha spaccato in due i pacifisti.
    Risultato? Platea nettamente a favore del ritiro da Kabul nonostante le
    aree più radicali si siano tenute ben lontane dall’appuntamento, grandi
    applausi per Paolo Cacciari e per il senatore «dissidente» Franco
    Turigliatto che si difende dall’accusa di anacronismo lanciatagli dal
    presidente Napolitano. E un documento finale che ricalca quello
    dell’assemblea degli «autoconvocati» una settimana fa a Roma, lanciando una
    campagna nazionale per il ritiro dall’Afghanistan a partire da settembre,
    con un grande appuntamento di discussione, forse a Firenze, per tentare di
    ritrovare l’unità dei no war, fino ad arrivare a una grande manifestazione.
    Non si è parlato di date, anche se un pezzo del movimento, che ieri non era
    presente, pensa al 30 settembre, data partorita al Forum sociale europeo di
    Atene.
    L’impressione è che, se pure anche al Senato il decreto sulle missioni
    militari alla fine passerà, la grana vera sarà invece tra sei mesi, quando
    difficilmente, se la nostra politica estera non dovesse essere cambiata, si
    potrà parlare di «riduzione del danno» rispetto al mantenimento del
    contingente italiano in Afghanistan. «Il nostro obiettivo è arrivare al
    ritiro delle truppe tra sei mesi», quando si dovrà votare il
    rifinanziamento, spiega Vittorio Agnoletto, europarlamentare Prc. Per ora
    il confronto è aperto e le distanze rimangono immutate: Cacciari si fa
    applaudire quando dice che «dobbiamo incalzare l’Unione», parla di
    «peacekeeping» e «corpi di pace» e propone una «camera di consultazione»
    tra movimento e governo; Sabina Siniscalchi, che, al contrario del suo
    compagno di partito, alla Camera ha votato sì al decreto perché convinta
    che, con la politica dei «piccoli passi», qualcosa si possa cambiare;
    Claudio Grassi, senatore «dissidente» del Prc, che ricorda come «se non ci
    fossimo stati noi ci sarebbero state solo luci verdi di consenso su
    un’intesa insufficiente che è stata un errore votare senza far pesare le
    nostre ragioni»; Luciano Muhlbauer, consigliere regionale lombardo di
    Rifondazione, che pensa a un’«agenda di mobilitazioni per l’autunno», pena
    «il suicidio politico del movimento»; e Josè Luiz del Rojo (deputato Prc)
    che invita invece a non fossilizzarsi sul «dettaglio» Afghanistan rispetto
    alla battaglia globale contro il neoliberismo di cui Kabul è pure un
    tassello. Tutti con un passato recente nei movimenti sociali e oggi di
    fronte alla sfida di governo.
    «Non ho mai pensato che un governo che va da Mastella a Bertinotti potesse
    esprimere le istanze del movimento pacifista, che oggi non ha
    rappresentanza politica» ed è in crisi «e non da ora», con «gran parte dei
    settori cattolici sempre meno presenti», dice invece il segretario Fiom
    Gianni Rinaldini. Dunque meglio tenere la barra sulle proprie posizioni e
    dotarsi di un’autonoma agenda di iniziative. Ma un’assemblea no war non può
    non discutere anche di Israele e Libano. Con preoccupazione e qualche
    allarme per le proposte arrivate anche dal governo italiano. «Non dobbiamo
    scambiare l’umanitarismo con il diritto internazionale, altrimenti
    rischiamo un altro Kosovo», mette in guardia Raffaele Salinari di Terre des
    Hommes. Un altro fronte per un movimento pacifista che tenta di sfuggire
    alla sindrome da governo amico.